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Archivio Io Suono Italiano ?     archivio dal tango alla musica caraibica

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

ARTICOLO USCITO IL GIORNO 09/10/2007 SUL GIORNALE VENEZUELANO

 "EL DIARIO DE GUAYANA, articolo de BARBARA ALTMAN"

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08-10-2007
Il cammino riprenderà da qui, dalla città che ha premiato il progetto (vedi post sotto: PATROCINIO): Ciudad Bolivar, capoluogo dello stato Bolivar del Venezuela, città storica, da poco restaurata e bellissima agli occhi di un italiano abituato a tutti questi antichi edifici. Dico così perchè pare che i venezuelani preferiscano le città più moderne e comode, come ad esempio la vicina Puerto Ordaz (vedi post: Venezuela...e già Caraibi?). La città fu chiamata così in onore di Simon Bolivar, figura di notevole importanza nella storia dell'indipendenza latinoamericana, e che fece qui il "Discorso di Angostura" (1819), nel quale annunciò la nuova Costituzione. Nella metà del Settecento però la città si chiamava "Nueva Guayana de la Angostura del Orinoco" a causa della sua posizione situata nel punto più stretto (angosto significa appunto "stretto") del Rio Orinoco, il fiume più grande del Venezuela. Importante fu anche per la presenza, nelle sue vicinanze, del primo ponte (il ponte Angostura) che unì lo Stato Bolivar con il resto del Paese. Solo da poco è stato inaugurato il secondo ponte a Puerto Ordaz. Questa città ricca di storia e vicende politiche che hanno determinato il futuro del nord del Latinoamerica sembrava essersi dimenticata di poter vantare anche una tradizione musicale propria. "Ero stanca di sentir dire che Ciudad Bolivar non avesse nessuna radice musicale, per questo ho cominciato a ricercare, valorizzare e preservare l`identità guayanesa, delle rive dell`Orinoco e della pietra più antica del Paese: il Massiccio Guayanese". Parole di Mariita Rodriguez, patrimonio culturale vivente di Ciudad Bolivar. Assieme ad un gruppo di musici e ricercatori dà vita nel.... alla Fondaciòn Parapara. È proprio qui nella sede della fondazione che lei ed il suo gruppo mi spiegano a suon di musica le tradizioni più importanti di questa bella città, come ad esempio quella del gioco che dà il nome alla fondazione: il Parapara è un seme che deriva da un albero che cresce da queste parti, chiamato Paraparo. Viene utilizzato in medicina, in artigianato, in restauro, in lavanderia, in cucina (deve essere cucinato se no è velenoso) e in gioco. 
Mimina Rodriguez Lezama, una famosa poetessa di Bolivar, scrive: "La parapara è un raro elemento vegetale di profonda simbologia tradizionale, di rituale trascendentale nel realismo magico di guayana". Il gioco si chiama Quiminduñe: si tratta di indovinare la quantità di semi di parapara che l`avversario nasconde nella mano per vincere la quantità di semi corrispondente. Tutto con divertenti formule e filastrocche e un mare di varianti, come si può vedere nel video qui sotto dove il gioco funge da preludio a questa "Guasa" appunto intitolata Quiminduñe...
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 La Guasa sembra quindi essere il genere tradizionale di Ciudad Bolivar. Dico "sembra" perchè sono ancora aperte le diatribe tra chi rivendica questa proprietà e chi invece dice che la Guasa guayanesa addirittura non esista. Per alcuni si tratta di un Calipso (vedi post: Venezuela e...già Caraibi?) più lento. Mariita sostiene che la Guasa "È una fusione di Calipso con merengue venezuelano, il cui creatore è Alejandro Vergas" e aggiunge anche un po` di "ritmo negro manomesso" perchè Alejandro Vargas era discendente di un africano. Sta di fatto che la Guasa mantiene la stessa figura ritmica di Calipso e Merengue. La differenza, secondo me, sta nell`impiego degli strumenti utilizzati: cuatro, guitarra, tambor, rayo guayanese e nell`esecuzione con coro. Inoltre i testi parlano guayanese e trattano argomenti ben differenti da quelli del Calipso e del Merengue. Tuttavia bisogna far presente che tutti i generi latinoamericani sono "derivati" di altri generi e ritmi mischiati insieme, come le culture e le etnie di questo grande frullato di umanità che è il Latinoamerica; quindi anche io sono dell`opinione che la "Guasa Alejandrina" ha tutte le carte in regola per esistere come specifico genere musicale tradizionale. Mariita conosce Alejandro quando era bambina e cantava nel palcoscenico delle radio locali!!! Lui era analfabeta, ma intratteneva per ore gli ascoltatori della radio dalla quale trasmetteva il suo programma "Alejandro Vargas y sus Guasas. Dopo la sua morte (1980 più o meno) Mariita si è impegnata a raccogliere tutte le sue opere e a cantarle con il suo gruppo Parapara. Alcune Guasas sono oggi grandi successi da queste parti e tutti le conoscono e le canticchiano. Il gruppo Parapara si impegna a tramandarle, preservarle e rinfrescarle con arrangiamenti contemporanei. I testi trattano per lo più della flora e fauna locali (come del resto la maggiorparte dei generi sudamericani) o narrano avvenimenti occasionali, come ad esempio la mia visita. Questa caratteristica di omaggiare con una canzone la visita di uno straniero sembra far parte del carattere venezuelano sempre altamente cordiale ed accogliente come pochi.
La Guasa che metto qui sotto si intitola "El Valenton" che è un saporito pesce tipico del Rio Orinoco. Il testo, strofa e ritornello con coro, invita tutti i presenti a condividere questo momento di allegria fatto di elementi, cibi ed usanze tipicamente bolivariane.   

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Il cammino della musica è lieta di informare i gentili visori, ascoltatori, seguaci, affezionati suonatori e sognatori, che la missione "Dal Tango alla Musica Caraibica" è finalmente, gloriosamente e felicemente compiuta!!

L`Isola Margarita con la sua musica caribeña rappresenta la meta di arrivo del lungo cammino iniziato con le note del Tango di Buenos Aires.

Stappata la bottiglia e celebrato questo grande momento.. mi rimbocco le maniche e CONTINUO a camminare.

"Il GOBIERNO DEL ESTADO BOLIVAR DE VENEZUELAha deciso infatti di valorizzare il progetto "Il cammino della musica" offrendogli un NUOVO PATROCINIO.

A causa di un clamoroso ritardo nella tabella di marcia e delle precarie disponibilità finanziarie rimastemi, sarei stato costretto a tornare in patria in breve tempo, avendo solo assaggiato il sapore venezuelano. Questo aiuto mi permetterà di visitare più a lungo il Venezuela, per conoscere e divulgare l`inaspettata ricchezza musicale di questo affascinante paese latinoamericano.


Ringrazio di cuore tutti coloro che mi hanno aiutato a raggiungere questo nuovo traguardo ed in particolar modo: la "Gobernaciòn del estado Bolivar" el Governador General Francisco Rajel Gomez, La Secreteria privada: Lilibeth Gomez e Irma Hernandez. Damelis Castillo e Alfredo. Delys Garcia. Cristina Rodriguez e tutto lo staff. Larrys Salinas. Fabio Annarelli e Anamaria Mendoza. 
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01-10-2007
Isla Margarita, perla del caribe venezuelano, piccolo paradiso terrestre del Mar dei Caraibi e presunta meta finale del "Cammino della musica".
Ad invitarmi qui è Larry Salinas, direttore del Coral Infantil UNEG, un coro composto da "bambini speciali" del quale parlerò nei post più avanti.
Le note di questa isola parlano chiaro: mare, sole, estate eterna.
La musica caraibica margariteña mi è stata raccontata e suonata direttamente da chi nell`isola ci è nato ci vive la vita. Ad accompagnarmi in questo viaggio musicalcaraibico è Yrael Antuare mandolinista, cuatrista, bassista, compositore, cultore e protettore della musica margariteña. Con la sua jeep lasciamo la zona turistica per addentrarci nel cuore dell`isola dove incontriamo la vera essenza ed il sapore margariteño distanti mille miglia dai lussuosi alberghi della costa.
 
Arriviamo in un paesino chiamato Ciudad de Juangriego nel Municipio Marcano. Qui Yrael gironzola tra le viuzze del piccolo paesino, fermandosi di tanto in tanto in casupole graziose e colorate, dalle quali ne esce accompagnato da signori che imbracciano strumenti tradizionali. Si tratta dei componenti del gruppo Paraguachoa, uno dei gruppi più rappresentativi e conosciuti dell`isola. Yrael dice che "tenemos suerte" per averli incontrati senza nessun preavviso. La cosa che mi ha colpito di più non è tanto la fortuna nell`averli trovati, quanto la loro disponibilità nel mollare tutto, imbracciare lo strumento e andare a suonare la loro musica. "Questo è il carattere del margariteño" mi spiega Yrael.
I musici hanno alle spalle anni di ritmo caraibico e non sono ancora stanchi di declamare la gioia musicale dell`isola. Yrael mi confessa che dopo questa generazione la musica folklorica margariteña sarà in pericolo di estinzione. Purtroppo anche da queste parti sembra che le generazioni più giovani non abbiano l`attitudine ad interpretare e preservare la propria musica, ma che preferiscano lasciare il posto a ritmi moderni e provenienti da altri paesi. Yrael e sua moglie lavorano in tre scuole di musica dell`isola e il loro obiettivo è proprio quello di educare i giovani musici a valorizzare la propria cultura musicale. I musici si radunano in cerchio sul giardinetto della casa di Victor Riveira, il mandolinista del gruppo ed un filo di corrente viene fatto calare da un albero per alimentare l`unico strumento elettrico: il basso di Yrael. Per il resto sotto un sole cocente rinfrescato di tanto in tanto da una provvidenziale brezza marina, si suona in acustico con Maracas, cuatro, mandolino, tombadora e voce.
 
Parlare del gruppo Paraguachoa significa parlare di 40 anni di musica margariteña e di più di 60 musicisti che ne hanno fatto parte. Il nome della formazione deriva dall`antico nome dell`isola caraibica chiamata così dai suoi abitanti originari: gli indios Guaiqueries. Paraguachoa significherebbe nel loro idioma "abbondanza di pesce".
La quantità di musica margariteña è grandissima; Yrael mi dice che nell`isola si contano più di 15 generi differenti. Merengue margariteño, punto, zumba que zumba (quella del video sopra), Jota, malagueña... i più rappresentativi di Margarita dice però siano il Galeron e il Polo. Pare che questi due generi siano nati proprio qui e poi trasportati e personalizzati anche in altre zone venezuelane. Tutti i generi venezuelani comunque arrivano da Cubagua (sud di Margarita), perché è qui che approdarono le imbarcazioni degli spagnoli che, assieme al loro carico, portavano anche la caratteristica cadenza andalusa che è andata ad influenzare poi tutta la musica venezuelana. Polo, jota, malagueña e altri sono infatti generi tipicamente spagnoli, ma che hanno qui assunto ed incorporato nel tempo un sapore caraibico che li ha resi ben differenti dagli omonimi spagnoli.

Il pezzo che metto qui sotto è un galeron interpretato dal gruppo Paraguachoa. Questo genere tipico dell´isola Margarita é suonato anche in altre parti del Venezuela e in altri paesi del Caribe, ma con stile e cadenza differenti. Yrael Antuare mi racconta che il periodo più adatto per ascoltare il galeron è maggio, quando si celebra la "cruz de mayo", una festa religiosa venezuelana molto sentita. In altri momenti dell´anno il galeron è comunque suonato come "pagamento di una promessa" fatta ad un santo cristiano. In questo caso la persona che fa la promessa organizza una festa in casa sua, dove si omaggia il santo con fiori, frutta e.. galeron. Il canto comincia dopo un preludio di bandolin, cuatro e guitarra. I cantori variano in numero da uno a sei e si alternano cantando strofe improvvisate di dieci versi rimati chiamati appunto "decimas". I cantori devono essere maturi e molto preparati, in quanto devono improvvisare su temi che riguardano religione, storia, mitologia e leggende paesane. Solitamente quando ci sono più cantori si fanno tre ronde: nella prima si omaggia il patrocinatore della festa, il santo e tutti i presenti, nella seconda si improvvisa su un tema libero e nella terza accade quello che si chiama "contrapunteo", che sarebbe una sorta di sfida tra i cantori che si "burlano" tra loro con provocazioni satiriche, alle quali bisogna prontamente controbattere mantenendo sempre la forma rimata! Questa di burlarsi del prossimo pare sia una caratteristica del carattere margariteño, che coglie ogni occasione comica per costruirci sopra una canzone. Le ronde di Galeron possono durare molto tempo e i cantori tra uno e l´altro si riposano, conversano, mangiano e bevono (i musici invece non si fermano mai). Il galeron non è solo un genere utilizzato in celebrazioni religiose, ma pare che ogni scusa, ogni avvenimento, sia buono per inventarsi una decima rimata, come in questo caso, dove la fantasia di Alejandro Salezar dedica a me e a tutta l´Italia questo magnifico galeron.

IL TESTO: (un rigraziamento a Anamaria Mendoza per la trascrizione)
"Hai!!! Galeron estoy cantando
llevando el rumbo en la proa
y el grupo Paraguachoa
aqui me està acompañando..
y a la vez
aqui enviando
para ese pueblo italiano
un galeron soberano
muy alegre e bien cantado
e aqui es regalado
dal pueblo neuspartano
Hai!! siguiendo la versacion
y mi musa bien diseña
musica margariteña
con una gran expresion
a travez del galeron
como te lo expresa ahorita
en esa ver visita
lleva buen recuerdo
de mi Isla Margarita

Ringraziamenti: Larrys Salinas, Yrael Anture, Gruppo Paraguachoa: Julian Marin, josé Ramos, Alejandro Salezar, Filipe Rivera, Victor Rivera, Erich Perez, Javier.

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24-09-2007
Sessantatre anni, musicista,  ballerino, patrimonio culturale vivente e un sorriso smagliante, anzi... d`oro.
Santos Josè Tomedos è il maraquero più famoso di Ciudad Bolivar, la capitale del Estado Bolivar de Venezuela.
L`ho trovato proprio qui in uno dei punti più suggestivi della sua città natale, dove dall`età di nove anni suona e balla con il suo strumento preferito e simbolo nazionale del Venezuela: las maracas.
"Io suono lo strumento che rappresenta il cuore della musica venezuelana" si vanta, "Perchè fa cick ciack".
Le maracas sono sicuramente il sapore della musica venezuelana: assieme ad arpa e cuatro rappresenta il Venezuela musicale, ma a differenza di questi altri due strumenti le maracas si impiegano in quasi tutti i generi del territorio nazionale (joropo, pasaje, merengue venezuelano, malagueña, chimbagüele...) e non solo. Josè mi spiega che il suo strumento è utilizzato a livello internazionale come nella musica cubana (bolero, cha cha cha, danzon), in quella portoricana (salsa, merengue) e nel samba del Brasile che mi sono lasciato alle spalle.
 
Oltre ad esibirsi in varie parti del mondo come solista o in formazioni, Josè è maestro ed insegna la sua arte ad aspiranti maraqueros anche di 4 anni, che dice siano già capaci già di imitare alla perfezione il suo show. "Il mio compito è quello di tramandare questa arte ai miei allievi perché non si perda". La tecnica di Josè sembra infatti essere unica ed originale. Lui dice che non utilizza nessuna influenza spagnola o indigena, e che i suoi movimenti sono un adornamento alla musica delle maracas. Quello che vedrete è quindi un pezzo raro e prezioso.. come le iniziali di oro incise nei denti di questo maraquero venezuelano.
 
La maracas è un idiofono. La sua origine è indigena anche se non è ancora chiusa la diatriba con chi ritiene che sia africana. Sta di fatto che il termine maracas è criollo venezuelano e lo strumento è creato da un frutto chiamato tapara, che cresce qui. Il frutto rotondo e di diverse dimensioni viene svuotato, riempito con della semiglia e alla sua base viene inserito un bastone che serve per sostenere lo strumento. Nella musica folklorica viene utilizzato in coppia, mentre in quella indigene si usa una sola maracas.

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17-09-2007
Eccomi giunto in terra venezuelana, lasciandomi alle spalle la foresta ed il suo Brasile. Devo dire che chiudere un capitolo così grande e così lungo fa un certo effetto, e la sensazione è quella che si sente alla fine di un viaggio, anche se paradossalmente di fronte a me c`è un nuovo paese che mi aspetta e che avrà sicuramente molto altro da offrirmi. Purtroppo tempo e denaro che mi restano sono veramente pochi e, a meno che le cose non cambino, riuscirò a conoscere solo una piccola percentuale della musica venezuelana. Quindi mi rimbocco le maniche e cerco di sfruttare al meglio la mia permanenza in questo nuovo paese.
La prima tappa prevista è Puerto Ordaz. Qui ad aspettarmi c`è un mio vecchio amico di infanzia Fabio Annarelli che da otto anni si è trasferito qui. Fabio è stato il primo anello tra quelli che hanno formato la lunga catena di importanti contatti utili al mio intento.
Devo dire che l'accoglienza ricevuta e la collaborazione al progetto sono state tra le migliori fin d'ora. Il popolo venezuelano si è dimostrato incredibilmente cordiale ed interessato a farmi conoscere le proprie musiche e la propria cultura
Puerto Ordaz è una città di un milione di abitanti bagnata dai fiumi Orinoco e Caroni (due fiumi importantissimi). La sua architettura non fa pensare ad una città latinoamericana. Strade, auto, palazzi, costruzioni moderne e numerosi centri commerciali colossali ne fanno una città in stile nordamericano, dove si respira benessere. Vicino, la città di San Felix, decisamente più "sudamericana". 
Puerto Ordaz è una città molto giovane, fondata negli anni '60, quando masse di emigrati provenienti da varie parti del mondo, tra cui come al solito l'Italia, emigrarono qui per cercare lavoro o impiantare imprese legate alla produzione di alluminio e derivati del ferro. Puerto Ordaz vanta infatti grandi possedimenti mineraria e numerose sono le fabbriche dello stato che si possono vedere ai margini della città. Il papà di Fabio, Paolo Annarelli, nato a Mestre e arrivato qui appunto in quegli anni, mi racconta quanto è stato veloce lo sviluppo urbano della città incominciato con poche casupole e capannoni.
                                                        Foto: El Callao
L`importanza di trovarmi in questa città sta nel fatto che è situata nello stato di Bolivar, la zona dove si suona il Calipso. Ascoltando e documentando questo genere posso dire di essere arrivato finalmente ai caraibi!! Non tanto fisicamente, quanto musicalmente. Il Calipso infatti è un genere musicale che arriva proprio dalle belle isole caraibiche. Questo genere apparentemente così allegro non nasce però in occasione di feste e momenti spensierati trascorsi nelle spiagge bianche: ancora una volta siamo in presenza di un genere creato dal frutto del lavoro degli schiavi africani. Il Calipso nasce nei campi di canna da zucchero quando gli schiavi usavano il canto per comunicare, essendo proibito il parlare tra di loro.
La vera culla del Calipso venezuelano  è la città di El Callao a due ore da Puerto Ordaz. Io e Fabio partiamo con un`alba meravigliosa per raggiungere la città dell`oro. El Callao infatti, oltre che per il Calipso e il suo carnevale, è nota per i giacimenti auriferi, ed è proprio grazie all`oro che il Calipso arrivò qui e si personalizzò in questa città: masse di manodopera e ricercatori d'oro provenienti dalle isole caraibiche accorsero intorno agli anni 1860 - '70. Non dimentichiamo che le Antille erano colonie inglesi e francesi e che quindi quelli che arrivarono a El Callao, parlavano le rispettive lingue. L`idioma principale del Calipso è l`inglese, che qui a El Callao si è mischiato con il francese e con il castellano, dando origine così ad un idioma chiamato Patois (si pronuncia Potuà) che è appunto un idioma che contiene un po` di tutti questi idiomi.  Inoltre il Calipso caraibico arrivato qui in venezuela si è per così dire "venezuelanizzato", e ha introdotto gli strumenti tipici del paese per interpretarlo: cuatro, rayo, bumbà, maracas.  

A raccontarci tutto questo è l'Assessore alla cultura e al turismo di El Callao Ismael Sama e i musici della città per i quali il Calipso è una "ragione sociale". "Qui i bambini quando nascono sanno già ballare il Calipso e giocare a calcio" mi dicono. (Lo sapevate che lo sport nazionale del Venezuela è il Baseball? però a El Callao è il calcio...).

Ismael porta me e Fabio in giro per la piccola città dell`oro.  Dappertutto insegne di compra vendita del metallo prezioso e gioiellerie. Passeggiando incontriamo Carlo London uno degli interpreti più conosciuti del calipso del Callao. Un signore sulla cinquantina molto cordiale e disponibile, appena tornato da Londra con il suo grande gruppo "Family Ground". Ci diamo appuntamento per il pomeriggio nella sua casa, dove promette di cantarci i suoi grandi successi. Nel frattempo andiamo a trovare la signora Aleyandra de Murati. A El Callao ci sono ancora 5 o 6 persone che sanno parlare in Patois, e una di queste è proprio lei. Aleyandra è una signora anziana di 75 anni. Fa fatica a parlare, ma quando ci riuniamo intorno al tavolo della sua bellissima casa con i due figli Emilia Murati cantante e Daniel Murati cuatrista , non esita un solo istante ad alzarsi dalla sua comoda sedia e ballare al ritmo del calipso. Poi mi firma il disco che prima mi ha regalato Ismael, nel quale c`è un pezzo scritto da lei - praticamente in questo disco suonano tutti gli abitanti di El Callao -  Si chiama "Patois dance" e c`è una frase in patois che dice: "Mue ca vini tu tale a dancè?" di facile traduzione. Salutiamo la gentile famiglia calipsa per dirigerci alla casa di Carlo London che ci sta aspettando con parte del suo gruppo "Family Ground". Nella veranda della casa, con lo sfondo sonoro di una lieve pioggerellina, ne è uscito questo bel poutpourri.
Il pezzo qui sotto è un Poutpourri di successi di Calipso interpretato da parte del gruppo "Family Ground": Carlo London (voce), Edluis Garcia (tambor), Wilfred Hurtado (cuatro), Ismael Lezama (campanas). Carlo mi spiega che generalmente i testi del Calipso sono di protesta. Si tratta però di una protesta ironica e leggera, dove si denuncia e si informa in modo satirico sui problemi politici, economici e sociali del paese o della città. Il pezzo è suonato nella sua forma più tradizionale, ma oggi il calipso usa strumenti moderni come il basso e la chitarra elettrica, la batteria, i fiati. Uno degli obiettivi principali del gruppo "Family Ground" è proprio quello di preservare la forma tradizionale.
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15-09-2007
Alzate il volume ed abbassate le palpebre!
Questa non è solo musica, è Amazzonia!
L`ultima tappa del grande Brasile, la più aspettata, la più sognata, la più immaginata, la più mitizzata, la Foresta.
Quasta volta non strumenti e canti umani, ma suoni della foresta e canti di animali, mischiati insieme a formare una sinfonia selvaggia.
Una passeggiata fra la vegetazione della jungla impenetrabile che pullula di vita animale fino ad arrivare ad una grande cascata di acqua nera.
E con questo pezzo faccio un inchino, saluto e ringrazio. Mi congedo con saudade da questo splendido Paese che tanto mi ha dato ed insegnato, e dove certo non sono mancate difficoltà e ripensamenti.
 
I prossimi articoli parleranno venezuelano; sono già lì, altra cultura, altra gente, altre idee, usi e costumi, ritmi e soprattutto... altra musica.
Buon viaggio!
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Diretta radio il giorno mercoledi 12/09/07 dalle ore 9.30 venezuelane (15.30 italiane) su

RADIO ONDA 97.3 di Puerto Ordaz (Venezuela) 

On air cliccando qui: www.onda973fm.com

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04-09-2007
Dopo quattro giorni di viaggio in barca percorrendo il Rio delle Amazzoni sono finalmente arrivato a Manaus, capitale dello stato di Amazonas e ultima tappa in terra brasiliana. Manaus è una metropoli di due milioni di abitanti, ficcata nel mezzo della Foresta Amazzonica. Raccoglie tutte le caratteristiche e i difetti di una grande metropoli come smog, traffico, rumore e caldo massacrante; ma basta percorrere pochi metri dal centro per addentrarsi nel paradiso selvaggio della foresta più famosa del mondo e dimenticarsi presto del cemento di Manaus. La cosa che mi ha colpito di più di questa città a suo modo così affascinante, è che anche di giorno si possono sentire i grilli che riescono a concorrere con il rumore dei motori. La vicinanza alla foresta, le forme strane di pesci e frutti esotici che si trovano in tutte le bancherelle, i lineamenti indigeni degli abitanti e... l´umidità, fanno di Manaus una città densa di energia e mistero. Qui ad attendermi c´è Don Mario Pasqualotto, vescovo ausiliare della diocesi di Manaus. Lui qui tra le altre cose gestisce un centro per tossicodipendenti chiamato “Fazenda Esperanza” che ho avuto modo di visitare. Nell`occasione ho conosciuto Adriana, una ragazza ospite della fazenda che si è gentilmente offerta per cantarmi una canzone popolare di Manaus (Porto de lenha). Potete ascoltare il pezzo e la sua storia nella puntata n. 21 dei collegamenti con "Radio Vita".  Il contatto di Don Mario passatomi da Don canuto Toso (fondatore della “Trevisani nel mondo”) è per me molto prezioso: Lui ha molti contatti con comunità di indios locali.
 
Lo stato di Amazzonia a differenza di altre regioni del Brasile non presenta una caratteristica musicale ben specifica.

I generi musicali che si ascoltano da queste parti sono arrangiamenti personalizzati di generi provenienti per lo più dal famoso nordeste brasiliano. Ecco quindi che anche in Amazzonia si festeggia il Bumba meu Boi (vedi post: Bumba meu Boi), si balla la Ciranda (vedi post: Riassunto pernambucano III) si suona il Carimbó (vedi post: Marajó, Carimbó, Timbó) ed il Forró. Tutti da queste parti sostengono fermamente che questi generi hanno poco a che fare con gli omonimi nordestini. Diciamo quindi che sono dei "lontani parenti". Io così penso che la vera musica tradizionale, popolare, folklorica dell´Amazzonia sia la musica degli indios. Questo è comunque un argomento abbastanza dibattuto e sicuramente qualcuno potrebbe lanciarmi peste e corna per quello che ho appena scritto.  

La questione degli indios a Manaus, e pare in tutto lo stato di Amazzonia, è assai delicata. Innanzitutto il termine “indio” è spesso usato da questa parti per indicare una persona che non lavora, che veste male e che ha poca voglia di fare. L´indio sarebbe un fanullone, sfaticato e povero. Nulla a che fare quindi con il valoroso guerriero della foresta che resiste ai vizi e ai difetti della società moderna. Questa funzione così dispregiativa, attribuita a questa parola, ha creato e crea tutt´ora diversi problemi a quegli... indios che entrati inevitabilmente in contatto con la "civiltà moderna" vorrebbero integrarvisi. 

Io con Yu-u quesique comunitá Tikuna

foto: AMILCIAR GUALDRON www.flickr.com/photos/amilkm

Grazie a Don Mario Pasqualotto vengo presentato a due operatrici del CIMI www.cimi.org.br che mi permettono così di andare con loro a visitare una comunità indios situata ai margini di Manaus chiamata "Tikuna", che è anche il nome dell'idioma che i suoi abitanti parlano e cercano di preservare http://www.proel.org/mundo/tikuna.htm

La comunità è un insieme di casupole in mattone sistemate in un avvallamento della città. Noi entriamo in un edificio visibilmente più nuovo del resto delle case. Si tratta di un centro culturale costituito da poco, che ha diverse finalità di preservazione della cultura Tikuna. All`interno, alcune vecchie stanno preparando oggetti di artigianato indigeno (una delle maggiori attività redditizie della comunità) con materiali provenienti dalla foresta. Bambini bellissimi schiamazzano giocando con un aquilone. Le due operatrici del CIMI mi presentano il cacique della comunità: "Yu-u" questo il suo nome in Tikuna (Domingo il nome in portoghese) è un uomo sulla quarantina, con lineamenti molto particolari e un po' orientali. Ci accomodiamo su delle sedie disposte in cerchio: io, lui, le due operatrici CIMI e un altro uomo della comunità. Cominciamo a conversare, io spiego che cosa sono venuto a fare qui e quali sono le finalità del progetto. Inizialmente Yu-u sembra totalmente annoiato, disinteressato e quasi spazientito per la mia presenza. È seduto proprio davanti a me a pochi metri, ma evita di guardarmi e di parlarmi.  Ad ogni mia proposta di collaborazione mi risponde indirettamente dicendo ad una delle operatrici CIMI di riferirmi che non si può, che se voglio ascoltare della musica devo andare domenica nella piazza dove si esibiranno. Io spiego che posso comprendere il portoghese e che non sto cercando una esibizione per turisti, ma qualcosa di più profondo.  Racconto di altri incontri con indios che mi hanno lasciato l'amaro in bocca e che non voglio ripetere l`esperienza (vedi post: Il cuore della musica). Yu-u sembra non sentirci. Io allora non insisto più. La conversazione si sposta verso altri argomenti e io ascolto in un silenzio rassegnato. Poi d'un tratto Yu-u prende il sopravvento sulla conversazione e comincia a parlare a me direttamente. Non so quale sia stata la molla che ha fatto scattare il meccanismo, ma all'improvviso si è completamente aperto raccontandomi la sua storia, quella della sua aldeia e molte curiosità ed informazioni che mi hanno fatto meglio comprendere la situazione degli indios.

 

"Quando sono arrivato qui a Manaus provavo vergogna a dire che sono Indio" ...Parlavo solo con il capo del mio lavoro e ho imparato il portoghese in fretta dimenticando il mio idioma...Poi ho conosciuto il CIMI e queste persone mi hanno fatto capire il valore della tradizione e l´importanza di preservare la mia cultura ... Prima ero solo e pensavo di farcela, poi ho capito che da solo non sono nessuno e allora ho cominciato a raggruppare tutti i membri della aldeia "spaiati" per la città per formare un gruppo forte che provasse orgoglio nell´essere Tikuna"; ecco così che Yu-u viene nominato cacique della comunità e con l´aiuto del CIMI e di tutti gli abitanti della comunità dà vita a questo centro culturale, dove professori indigeni insegnano a parlare, leggere e scrivere portoghese e Tikuna ad adulti e bambini. Ha formato un gruppo "Wotchimaucu", che esegue canzoni e danze originali composte dalla comunità che si esibisce spesso nella città. 
Faccio una domanda forse un po' ingenua e azzardata, chiedendogli come mai ha deciso di lasciare l´aldeia nella foresta per stabilirsi qui in città. Lui mi risponde: "Per dare una vita migliore ai miei figli".
 
Aldeia Tekoa Koenju (Rio Grande do sul, Brasil) nota la antenna parabolica
Amici di Manaus che sono coinvolti in progetti di ricerca o lavori con comunità indigene, mi hanno spiegato che quando gli indios entrano in contatto con la società moderna (evento più indotto che voluto) cominciano a conoscerne le "comodità"  e a.. desiderarle.  Ecco che anche le aldeias in mezzo alla foresta cominciano a fornirsi di corrente, televisione, telefono, satellite...  Yu-u mi racconta che ora la sua aldeia ha più comodità della comunità nella città! Cresce in questo modo il bisogno di denaro per procurarsi la propria parte di tecnologia e così arriva il lavoro, il contatto, il confronto, il bisogno di conformità, di educazione, di integrazione.  Questa sequenza diventa spesso un vortice pericoloso che porta alla svalutazione della propria cultura e in certi casi alla rinnegazione di essa in cambio di una vita più comoda nella civiltà dei bottoni.  
Yu-u ha capito in tempo l'importanza di non perdere e di non perdersi ed ora con la dignità che deve portare un vero cacique, si batte per preservare e proteggere le sue vere origini ed il valore nobile del suo essere indio.
La canzone che metto qui sotto si intitola "Canto da Nossa Terra". È una canzone composta da Yu-u e suonata dal gruppo da lui creato. A differenza delle comunità che ho visitato fin ora (vedi post: Il cuore della musica e Tekoa Koen ju) lo stile risente notevolmente delle influenze musicali occidentali. Pare una tipica canzone usata nelle funzioni religiose cristiane. L`idioma è in Tikuna. Gli strumenti usati sono chitarra acustica e tambores. Le voci maschili e femminili a differenza delle comunità che ho visitato, non cantano all`unisono, ma per intervalli di terza. La danza per questa canzone è individuale ed eseguita da sole donne che alternano prima in avanti poi indietro la gamba destra seguendo il ritmo del pezzo. Durante la visita alla comunità ho ascoltato anche altri pezzi utilizzati in occasioni di specifici rituali, come ad esempio quello della "moca nova", dove si festeggia il passaggio della donna allo stadio adulto quando arriva la prima mestruazione. In questo caso, la musica è ben diversa da questo pezzo, e assume sonorità molto più "indigene" con l`utilizzo di strumenti per lo più di percussione.

TRADUZIONE DEL TESTO
Che bello. Se tu conoscessi la nostra terra santa dove gli maguta sorgevano.
Nel paradiso dove i Tikuna nascevano, dove noi sempre viviamo. Sempre andiamo.
I nostri rituali tradizionali. Manteniamo sempre i nostri costumi lasciatoci dall´eroe creatore degli uomini, Nguta.
RINGRAZIAMENTI: Don Mario Pasqualotto, Don Olindo, Yu-u e tutta la comunità Tikuna, le operatrici del CIMI, i ragazzi della Fazenda Esperanza (in particolar modo Adriana), Marcia Meneghini, Patricia Colares, Satya, Marcia e Rafaela.
Per altre foto / para ver outras fotos / para ver otras fotos: http://www.flickr.com/photos/ilcamminodellamusica/ Per vedere gli articoli precedenti clicca su "storico" / para ver outros artigos clica "STORICO" / Para ver otros articolos "STORICO".

 

 

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Quelli che stanno seguendo il mio cammino si saranno sicuramente resi conto che non sto affatto seguendo il percorso segnato sulla mappa stabilito in fase di progettazione.

Del resto viaggi di questo tipo trovano facilmente il pretesto e l´occasione per variare, deviare, stravolgere una rotta pensata ed immaginata solo dall´altra parte dell´oceano, in base a pochi contatti e deboli conoscenze. Non nascondo nemmeno che uno degli aspetti più affascianti del viaggio è quello di farsi trasportare dall´onda incontrollata degli eventi, che sembrano farsi beffe di tabelle e tempi di marcia stabiliti in partenza. Questo è un viaggio che si crea nel viaggio, grazie a incontri e contatti che si racimolano man mano che si avanza: “Potresti andare lì che c´è questo tipo di musica” “se domani vai lì trovi una festa popolare!” “In questa città conosco un tale che suona..” “vai lì che è bello!”... devo ammettere che le proposte e le alternative sono così numerose che ogni volta mi costa molta fatica decidere, e vivo sempre una forma di rimpianto per le scelte scartate. Del resto da queste parti non basterebbe una vita per fare tutto.
A portarmi a Itaituba sono state due cose, anzi tre: due inviti legati da una coincidenza. Ero a São Luis (vedi post: Bumba meu boi) quando ho incontrato Cloves, che mi ha invitato a Itaituba dove è situato uno dei parchi dell´Amazzonia - l´idea di staccare per un po´ dall´umanità per aprire i contatti con fauna e flora amazzoniche mi stimolava molto - ero a Belem quando poi ho ricevuto una mail di invito da parte della “Secreteria de Educaçao, Cultura e Desporto de Itaituba”  a conoscere la realtà musicale della piccola città amazzonica. Ad alimentare la coincidenza il fatto che Itaituba è una città che pochi conoscono e non è presente in nessun programma turistico. La città è situata nel mezzo della foresta ai lati del fiume Tapajó, un affluente del Rio delle Amazzoni, a 15 ore di barca da Santarem. Il passato di questa cittadina potrebbe funzionare bene per la trama di un film western di Sergio Leone. Itaituba è la città dell´oro, chiamata appunto “Cidade pepita e nella decade 70-80 squadre di brasiliani provenienti da tutto il paese, accorsero qui in cerca di fortuna, contendendosi il territorio ed il prezioso metallo a suon di pistolettate. Ora che di oro non ce n'è più la situazione è tornata alla normalità e Itaituba resta una città tranquilla dove il calore amazzonico non lascerebbe indifferente nemmeno satana. Oltre alla temperatura infernale Itaituba è una città che vanta alcune risorse turistiche non trascurabili: è affacciata sulle rive di uno dei fiumi più puliti al mondo con spiagge (ebbene sì!) incantevoli, è attraversata da una falda di acqua solfurea e a pochi km si trova il Parco Nazionale dell´Amazzonia. Quest´ultimo può essere visitato solo con un permesso speciale dell´IBAMA, che grazie alla “Secreteria de Educaçao, Cultura e Desporto de Itaituba” ho avuto la fortuna di ottenere.

Ma passiamo all´aspetto musicale, che è il denominatore comune del viaggio: Itaituba a differenza delle città visitate fin ora, non può vantare la carica di titolare di un particolare genere musicale. Le masse di culture provenienti da tutti gli angoli del paese in cerca di oro, hanno col tempo indebolito e scolorito la cultura originale itaitubana creando di riflesso una musica che attinge un po´ di questo, un po´ di quello, un po´ di Forró, un po´ di Carimbó... a spiegarmi tutto questo sono proprio i musici di Itaituba, riuniti per l´occasione nella bella piazza della città per un incontro organizzato dalla "Secreteria de Educaçao, Cultura e Desporto de Itaituba". E' qui che mi raccontano il passato e la realtà socioculturale di Itaituba: una città senza regole, legge e controlli, bersagliata dai garimpeiros (cercatori d´oro), sfruttata fino all´osso per il suo metallo prezioso e poi abbandonata a se stessa. Un via vai continuo di masse di popoli diversi, attirati qui da sogni di ricchezza tramutati spesso in tragedia, che hanno col tempo raschiato l´identità della città facendo diventare Itaituba la terra di nessuno.

- É tempo di riscattare la nostra cultura e valorizzare la nostra città - dice Ivan Araujo, produttore del CD "Ita em cançoes" (un progetto che ha appunto questo obiettivo). - Un riscatto attraverso la musica, i ritmi, le leggende, le storie e i costumi di questa grande miscigenação (mescolanza) esistente in questa terra de “pedras miúdas"-. Il CD raccoglie brani antichi e nuovi dell´antologia musicale di Itaituba arrangiati in chiave moderna dai musicisti della città. Non si tratta di un genere musicale, ma di una musica che parla di Itaituba, della sua gente, dei suoi valori, del suo fiume Tapajo e della sua naturalezza. É anche quest´ultima caratteristica l´elemento di discussione dell´incontro: la naturalezza o l´aspetto naturalistico, come valore e risorsa principale di Itaituba. Ivan e gli altri musicisti mi parlano di "innocenza amazzonica" ossia di ingenuità del popolo amazzonico nei confronti dalla natura, e che non si rende conto del valore, della bellezza, e della ricchezza che lo circonda. Parla un altro musico: - Si dice che il popolo amazzonico sia pigro, ma non è cosí: il fatto è che possiede tanta ricchezza naturale, ma non ha la visione (di valorizzazione di tale ricchezza) che può avere un nordestino o un suddista - e risorse che potebbero valorizzare ed arricchire la città, rimangono inutilizzate o, peggio, alla mercè di stranieri che ne fanno un uso errato ed incosciente.

Ecco che questo CD/progetto con la sua musica e le sue parole intende anche richiamare l´attenzione sull´aspetto naturalistico di Itaituba, considerandolo come parte integrante e fondamentale della sua cultura. Chiude Ivan dicendo "Penso che l´arte di cantare ci avvicini a quello che amiamo, creando così il sentimento di coscienza per la preservazione dei nostri valori naturali e culturali". Per la prima volta durante questo viaggio all´insegna della musica, ho incontrato un popolo e una città che cominciano ora a costruire la propria tradizione musicale usandola come arma contro il deterioramento della propria identità culturale.

Penso che quella di Itaituba sia una chiara testimonianza di quanta importanza goda qui l´arte musicale, considerata come l´ingrediente principale della ricetta culturale brasiliana.


Quella che metto qui sotto è una canzone presente nel cd "Ita em canções" intitolata "Nosso rio nosso Mar" di Jeconias Miranda. Per mantenere lo stile di questo viaggio e di questo blog che è quello di inserire canzoni registrate da me e dal vivo, i musici di Itaituba hanno eseguito il pezzo con gli strumenti che c´erano a disposizione: una chitarra e.. un mazzo di chiavi. Buon Ascolto.

IL TESTO:

Tapajó baixou de novo tucuxi voltou pro mar
No beiradão morena um aceno vem me dar
As águas estão bem mansas pro barquinho navegar
 
Tapajó nosso rio nosso mar
Tapajó sempre hei de te cantar
 
No trapiche o adeus de quem ficou e quem partiu
Itaituba tão serena sol na cuba do rio
A noite ao som das águas e no brilho do luar
Vai leme o comandante solitário a cantar
 
Veio a aurora e o caribe brasileiro lá estar território
santarém de catraias e bumba Tapajós uniu pra sempre
Itaituba Santarém os devotos de santana e de conceição tamben
RINGRAZIAMENTI: Secreteria de Educaçao, Cultura e Desporto de Itaituba e in particolare a Jonilson Oliveira (coordinatore di progetto), Profª Eliene Nunes de Oliveira e Regina. Ivan Araújo, Cloves e Joan. A tutti i musici di Itaituba presenti alla riunione. Un particolare ringraziamento al poeta giornalista Nazareno
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