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Archivio Io Suono Italiano ?     archivio dal tango alla musica caraibica

A chi non gli piace la musica e le donne, bruciargli la casa!!

Era da tempo che sentivo parlare di lui; quando facevo il suo nome davanti ai musicisti friulani, tutti muovevano la testa verso l’alto esclamando «ahhhh!!! Lisooo!», come se di lui sapessero tutto e lo conoscessero da una vita. In effetti è un po’ così, Andrea del Favero (vedi “Musica Friulana”) più volte mi ha detto «è il maestro di tutti noi». Liso Iussa, 85 anni e una vitalità da ventenne, è uno dei cardini della musica tradizionale friulana odierna. Suona l’organetto, che qui si chiama armonica diatonica (vedi foto) uno degli strumenti più tipici della zona assieme a liron e chitarra. Per raggiungerlo, io, Andrea, Dario Marusic un violinista istriano e Angelico Piva (vedi “Musica Friulana”) attraversiamo il Tagliamento passando così alle terre della sua sinistra, lasciandoci alle spalle Cividale del Friuli ed entrando in quel lembo di terra denominato Slavia, luogo di episodi storico politici che nel tempo hanno costruito interessanti sincretismi culturali e quindi musicali. Qui si parla oltre al friulano un dialetto sloveno.

Arriviamo a casa sua dove ci accoglie la moglie, c’è un odore tipico di case vecchie di montagna. In cucina al caldo del caminetto c’è Liso che ci aspetta. Sa che ci sarà un tale veneto che viene per registrare e allora si sforza a parlare italiano. Avrei preferito che non lo facesse. Il suo organetto sta proprio vicino a lui, già fuori dalla custodia in attesa di essere “indossato”. È personalizzato con il suo nome. Pochi istanti dopo Liso sta già suonando e tra una canzone e l’altra racconta barzellette e aneddoti che gli sono capitati da giovane, scapicollando tra italiano e friulano. Il suo motto principe lo conoscono tutti «A chi non gli piace la musica e le donne, bruciargli la casa».

Quando suona Liso, tutti sono in atteggiamento di devozione e rispetto; Andrea mentre l'ascolta assume la stessa espressione di quando suona, mi dice che «più che suonare Liso swinga». Tutti loro scommettono: «riusciremmo a riconoscere il modo di suonare di Liso fra decine di organettisti». Angelico accenna un canto sopra le sue note ed ogni tanto anche Liso canta con lui. Hanno suonato per molto tempo assieme «Un giorno per caso l’ho sentito suonare, gli ho chiesto se voleva formare un gruppo, lui ha accettato subito dicendo che conosceva anche un amico che suonava il basso (Roberto Tonutti)» Subito fecero una incisione in una trattoria vicino a casa sua, dove servivano solo pastasciutta, poi da li comincia l’attività musicale dei “Bintars”. Liso è considerato l’anello di congiunzione tra Slovenia e Italia, insieme ad Angelico andava in Slovenia a portare ai fabbricanti pezzi per costruire le armoniche per loro e per gli sloveni per accelerare i lavori di consegna, rischiando di avere molti problemi alla dogana. Uno dei suoi primati è di aver colorato il mantice dell’armonica. «Prima era solo grigio, a me non piaceva, così l’ho dipinto con i colori della bandiera italiana e ho dato via ad una moda». Quando stavamo per andarcene, mi confessa che vorrebbe suonare tutti i giorni, ma le mani non sono più quelle di una volta.

È stato bello ed importante avere questa opportunità, penso che persone come Liso rappresentino delle roccaforti della musica tradizionale e del sapere popolare, dalle quali attingere informazioni preziose e antiche emozioni.

Ringraziamenti: Andrea del Favero, Angelico Piva e sua moglie, Dario Marusic, Liso Iussa e sua moglie, tutti i musici presenti all’enoteca “La torre orientale” di Spilimbergo.

Il pezzo che metto qui sotto è uno tra i preferiti da Liso Iussa. S'intitola “Valzer di Napoleon” canto e ballo tradizionale. Si narra che lo cantavano le truppe di Napoleone Bonaparte.

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Tra Oberkrainer e organetto

La prima tappa del cammino è Spilimbergo (Friuli) con la musica friulana. (Spilimberc in friulano, conta 12.000 di abitanti ed è situata sulla sponda destra del Tagliamento). Ad attendermi c'è Andrea del Favero, grande polistrumentista integrante del gruppo "La Sedon Salvadie", pionieri del folk revival regionale e direttore artistico di Folkest, uno dei più rinomati festival internazionali di musica folk. Oltre a tutte queste doti culturali Andrea ne ha una che in questo momento mi fa molto comodo: è camperista! Questo dettaglio mi procura molta tranquillità e sicurezza, considerando il fatto che ho messo per la prima volta le mie mani inesperte sul volante di un camper solo il giorno prima della partenza... altra grande coincidenza, vicinissimo al centro di Spilimbergo c’è un’area di sosta attrezzata che mi fornisce corrente per scrivere questo articolo.

Arrivo a Spilimbergo che è da poco buio, parcheggio il camper in piazza contro ogni regola e in breve tempo Andrea mi raggiunge. Lui ha il bel vizio di radunare ogni tanto i suoi talentuosi amici musici all'enoteca "La Torre Orientale" in centro a Spilimbergo, per passare una nottata suonandosi addosso. E questa volta parteciperà anche “Il Cammino della Musica”.

Il locale è ancora vuoto, ne approfittiamo per assaporare le prelibatezze culinarie del posto. A tratti arrivano musicisti di ogni età e provenienti da differenti parti del Friuli e dell’Istria; si uniscono al nostro tavolo. Parte una serie di barzellette in friulano che capisco per metà o per niente. Ho fatto solo 120 Km e già non capisco nulla. È fantastico, mi sento già distante da casa, in viaggio.

Quando la dose di musicisti raggiunge il livello adeguato, ci spostiamo in taverna ed ha inizio con una immediatezza che ha dell’incredibile la musica.

Si andrà avanti fino a notte tarda, in questa atmosfera d’altri tempi e d’altri mondi musicali. Qualcuno potrebbe avvertire sentori di contaminazioni, o osservare strumenti “infiltrati” che poco c'entrano con la tradizione musicale friulana, ma questa notte se ne sono sentite di tutti i colori, anche pizziche salentine e canzoni d’autore. Tra tutti questi colori, c’è però molto di tradizione friulana, i testi delle canzoni e le melodie partono da qui, poi quello che viene fuori e che si crea è il frutto di interpretazioni personali condivise, accettate e a sua volta interpretate. Questa notte nessuno si esibisce, non c’è un pubblico, non ci sono musicisti, ma musicanti, non ci sono generi e categorie. In osteria tutti suonano per tutti, compresi se stessi. Gli strumenti vengono trattati come oggetti di scambio e passano di mano in mano. Anche io, stanco di riprendere, passo da una chitarra ad un darbuka (percussione egiziana).

Un signore dai capelli bianchi mi afferra per il braccio , si tratta di Angelico Piva, lider dei "Bintars", uno dei gruppi da ballo tipo oberkrainer primigeni in Friuli. Chiama altri due musicisti di fisarmonica e chitarra e mi fa cenno di seguirlo in un’altra stanza per farmi ascoltare quello che lui considera essere la vera musica tradizionale friulana. Purtroppo i suoni cozzano tra loro da una stanza all’altra, ma intanto lui mi mette una pulce nell’orecchio e nei giorni a seguire avrò modo di ascoltare anche la vecchia scuola.

CONTINUA...

Note: Il termine “Oberkrainer” letteralmente significa “Sopra Kranj” che è una città della ex Jugoslavia. Inizialmente era un genere musicale suonato da quella città in su. Poi nel secondo dopoguerra soprattutto il musicista Slavko Avsenik lo ha diffuso anche in altre zone tra le quali il nord Italia facendolo diventare un fenomeno “di mercato” consolidando la formazione di fisarmonica, chitarra, tromba, clarinetto e trombone basso. In Friuli, pur essendo farcito di melodie facenti parte del repertorio tradizionale, non può essere considerato del tutto un repertorio della tradizione autentica.

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Matòci, Arlecchini  e sonadori

Sono le dieci del mattino quando la Valfloriana viene risvegliata da stridenti suoni di campane. Non si tratta di un segnale liturgico, nessun prete si sta preparando per la cerimonia; è il matòcio, che dall’alto della montagna, agitando il suo campanaccio posto in zona pelvica, avvisa i paesi più a valle del suo imminente e prorompente arrivo e si prepara per la sua missione. Il carnevale della Valfloriana ha così inizio.

La strada per arrivare fin qui è stata lunga e faticosa, ma il paesaggio che mi si proponeva dai finestrini del camper spazzava via le preoccupazioni e mi dava forti emozioni. Mi trovo a Sicina, il paese più alto della Valfloriana, dove dovrei incontrare nel suo “Agritur Fior di Bosco” Graziano Lozzer, sindaco della valle. Al mio arrivo il rumore del motore attira Vasile, un rumeno che lavora nel caseificio dell’agriturismo. "C’è graziano?" "No, torna questa notte". Faccio due passi, sta per fare buio, l’aria è gelata e i dintorni sono deserti bianchi; c’è una pace irreale. Vasile mi chiama facendomi cenno di entrare, mi chiede se mi piace la ricotta e me ne regala una appena fatta da lui.

Graziano Lozzer è uno dei principali protagonisti di questo carnevale. Lo vedeva presentare dai nonni, poi però il fenomeno si è via via indebolito fino a quasi scomparire del tutto intorno agli anni ’80; solo ora grazie al lavoro dell’intera comunità di Valfloriana è diventato uno dei carnevali tradizionali più in vista tra quelli italiani.

Si gioca intorno alla storia di un corteo nuziale il cui rituale è ripetuto in tutti i paesi del comune, dal più alto, Sicina, fino a Casatta a valle e viene interpretato da cinque figure cardine: in primis i matòci o barbi, caratterizzati da tipiche maschere di legno, voce falsata e atteggiamento irriverente, hanno il compito di ottenere il lasciapassare dagli abitanti della comunità che li bloccano alle porte d’ogni paese e li stuzzicano con dei contrest verbali. Seguono poi gli arlecchini, eleganti, silenziosi e danzanti al suono dei sonadori muniti di fisarmonica che accompagnano con la tipica marceta del carnevale la coppia di spòsi (lui vestito da sposa, lei, la bela, da sposo); infine i paiaci, scostumati scanzonati, burleschi, che interpretano sarcastiche pantomime mute ispirate alle vicissitudini più chiacchierate avvenute nel paese durante l’anno. Ogni tappa è chiusa con l’offerta di un prelibato banchetto a maschere e pubblico. Considerando che le tappe sono 10 o più in un cammino di sei kilometri, si arriva all’imbrunire con la pancia ben colma… ma con pochi sensi di colpa.

L’abbondante caduta di neve nell’ultima stagione pare abbia causato piccoli grattacapi di gestione all’amministrazione pubblica, sui quali i paiaci si sbizzarriscono. C’è poi un paiacio con una damigiana e un grosso cartello legati sulle spalle che annuncia la chiusura per fallimento dell’azienda vinicola: in realtà si tratta dell’autoironia dell’uomo nascosto dietro alla maschera che ha promesso di smettere di bere.

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Graziano interpreta con dimestichezza uno dei principali matòci del carnevale di Valfloriana. Agitando il suo campanaccio (bronzin) corre affiancato dal figlio Emil, piccolo promettente matòcio, verso il prossimo paese e affronta, con la stretta parlata della zona, il duello verbale creatosi con gli abitanti che lo aspettano e gli chiedono i documenti per passare.

Mi racconta che in origine il matòcio doveva risultare irriconoscibile, per questo motivo indossa la maschera senza mai togliersela e si esprime con la caratteristica voce in falsetto. Un tempo, i paesi della Valfloriana durante il tutto periodo del carnevale organizzavano dei cortei “contro” i vicini e i matòci provocavano gli abitanti con i contrest, cercando di celare la propria identità. Il giorno dopo il paese vittima delle derisioni del matòcio poteva “vendicarsi” organizzando lo stesso rituale. Queste sfide erano pagate con denaro e le donne non potevano parteciparvi.

Oggi i matòci continuano a adottare maschera e voce, ma sono sicuramente riconoscibili da tutti gli abitanti del posto. Provate ad immaginare le pantomime che si possono creare quando tutti sanno che dietro quella maschera si nasconde la faccia del sindaco. Fortunatamente, Graziano in Valfloriana è molto stimato dai suoi concittadini per il suo lavoro e il suo entusiasmo, il suo sarcasmo è quindi accettato in modo ironico e spontaneo.

I matòci sono molti e ognuno sa che ad ogni tappa dovrà affrontare una sfida che gli è stata preparata con cura. A Montalbiano ad esempio hanno sistemato due tronchi d’albero appoggiati sulla strada; si chiederà ad un matòcio ex boscaiolo di dimostrare se sia ancora in grado di esercitare questo mestiere come si vanta.

Quando le prove sono superate e i matòci sono riusciti a dimostrare la loro abilità, le sbarre si possono aprire e accogliere il corteo nuziale che sopraggiunge danzante dal paese precedente.

Mi è possibile capire il senso di questo rituale solo grazie alle spiegazioni degli abitanti del posto. Ivano ad esempio, un veterano del carnevale, mi accompagna per qualche tappa prima che il matòcio arrivi e, tra gli abitanti del paese che si accingono a preparare sbarramenti e banchetti, vengo a conoscere curiosi aneddoti della vita quotidiana della Valfloriana e ad interpretare i contrest.

Arriviamo intorno alle 19 a Casatta, l’ultima tappa di questa particolarissima giornata. Io sono stanco e provo ad immaginare le condizioni di matòci, arlechini, paiaci, sposi e sonadori che per tutto il giorno hanno alimentato il significato di questo carnevale così caratteristico. I paiaci vestiti da operaio pubblico accompagnano il matòcio Graziano a superare un difficile percorso in una zona nevosa appositamente preparata e gli arlechini eseguono il loro ultimo giro di danza con l’abbraccio finale degli sposi. Sono sicuramente tutti stanchi, Graziano poi ha lasciato la voce dentro la maschera, ma sembrano soddisfatti di aver ancora una volta mantenuto la promessa di conservare al meglio questa tradizione che unisce la fredda Valfloriana ai suoi abitanti dal cuore caldo.

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Ringraziamenti: il sindaco della Valfloriana Graziano Lozzer e la moglie Isabella, Vasilio,  Agnese e lo staff dell’Agritur Fior di Bosco, Emil (il piccolo promettente matòcio), tutti gli abitanti di Valfloriana che mi hanno accolto, raccontato storie e aiutato.

 
 
 

Resia e la sua tradizione

IN VIAGGIO: Ho fatto 350 km tutti d’un fiato per arrivare in tempo al carnevale resiano. Prima mi trovavo in provincia di Brescia per documentare quello tradizionale di Bagolino e Ponte Caffaro. Riesco appena a parcheggiare il camper a Spilimbergo e subito il mio prezioso contatto Andrea del Favero (musicista friulano vedi post: Musica friulana) passa a prendermi per correre a Resia (UD). In breve ci lasciamo alle spalle il “Friuli italiano” e improvvisamente, incantati dal paesaggio circostante, entriamo nella Val Resia che sembra essere distante mille miglia da casa.
 
Giunti a San Giorgio di Resia, sbucano da ogni parte strani fantocci colorati, sistemati in diverse posizioni. Ce ne sono due che si “amano” davanti alla chiesetta del paesino (vedi sezione "foto").  i protagonisti inanimati del carnevale resiano; uno di loro tra poche ore finirà sul rogo, maltrattato, percosso e insultato dalla foga del popolo.  
 
Camminiamo da un po’ ma intorno solo silenzio e neve, nessuno per strada, nessun segno di festa; apriamo le porte dell’unica osteria nei dintorni e veniamo travolti da un’esplosione di schiamazzi incomprensibili che lascia solo un vago ricordo della pace esteriore; Andrea mi fa un cenno con gli occhi e mi dice: “Si comincia”; strumenti a corda strillano al ritmo di piedi sbattuti per terra.  
 
LA MUSICA: È la tipica musica resiana suonata con un violino chiamato cïtira che ha corde tirate ai limiti della sopportazione; un basso chiamato Bünkula, simile ad un violoncello, con due corde metalliche ed una in fibra animale; il terzo strumento sono i piedi, il cui battito accompagna la musica per tutta la sua durata. I suonatori di cïtira li alternano usando quello sinistro per la parte acuta del pezzo, quello destro per la parte bassa. La Bünkula è suonata solo a corde vuote e la mano sinistra viene usata per roteare lo strumento in modo da accomodare le corde per l’archetto che si muove sempre sullo stesso asse; una pazzia di musica, bellissima. È ipnotica, incalzante, frenetica, apparentemente sempre uguale, ma aguzzando l’orecchio e prendendo familiarità con essa, ci si accorge che la melodia d’ogni pezzo che gioca su uno schema di soli due accordi, è differente, direi “micro differente” e i musicisti che l’hanno appresa “ad orecchio” la sanno distinguere con nomi ben precisi. Il fatto che non sia scritta o che comunque si tramandi a memoria, fa sì che questa musica sia in continua evoluzione e che se ne crei sempre di nuova. Alcune trascrizioni dell’800 e varie registrazioni del ’50 e ’60, sono sensibilmente diverse da quello che si ascolta oggi, segno che a Resia la tradizione è adesso! Il ballo invece è sempre identico, semplice e minimale, la coppia non si tocca mai, si tratta quindi di una danza molto antica.


IL CARNEVALE: Il carnevale resiano si conclude oggi, mercoledì delle ceneri, dopo un periodo di festa iniziato parecchi giorni prima, che attraversa la domenica della sfilata delle eleganti lipe bile maškire (belle maschere bianche) e le pazzie del martedì grasso. Domani, l’inizio del periodo di quaresima segnerà la fine dei bagordi e anche delle musiche; un tempo, per la società rurale resiana, il carnevale segnava la transizione tra l’inverno e la primavera, la fine del periodo buio e l’inizio dei nuovi raccolti. Mi siedo ad un tavolo con due vecchi che bevono del vino e che tra di loro parlano in resiano, un dialetto di matrice slovena a me incomprensibile. Mi dicono che un tempo il carnevale era una grande festa alla quale si dedicava un periodo molto largo
: quando Resia contava ancora 4000 abitanti si faceva baccano sul serio. Ora che di abitanti ce ne sono poco più di 1000 e i giovani se ne vanno per trovare lavoro, il carnevale ha perso energia". Uno di loro mi dice che sono arrivato tardi; io comunque sono soddisfatto perché a giudicare da quello che vedo, dai giovani che suonano e ballano e dall’energia che ci attornia, direi che ci si può benissimo accontentare.

IL ROGO: cala la notte e alcune urla attirano l’attenzione. Un babaz viene trascinato fuori e malmenato dal popolo, è giunta la sua ora. Quest’anno il fantoccio prescelto lo hanno seduto sul water, l’anno prima stava su una bara, quello prima ancora sulla vasca da bagno, nel ’66 con l’evento dell’allunaggio stava su un missile.. Comincia così la processione che lo condurrà al centro della piazza per darlo alle fiamme. Un corteo di musicisti e maschere di ogni tipo, prive di logica e coerenza, realizzate con pezzi di stracci e accessori aggiustati l’uno all’altro, accompagnano le urla per le strade del paese, colme di gente bramosa di appiccare il fuoco. Il rituale prevede una sorta di funerale al povero babaz predestinato, che ora sembra quasi mostrare dietro la sua faccia di paglia, un’anima in pena che non può far altro che sorridere. Il popolo resiano si raduna intorno a lui, alcune parole dette sotto voce e per i pochi intimi più vicini al patibolo, poi le fiamme si alzano al cielo. Il popolo inneggia trionfante e cominciano le danze.
I pochi forestieri quella sera se ne stavano attorno al fuoco cercando di decifrare i codici ameni di questo carnevale. Nulla a che vedere con quello elegante di Venezia o quello ordinato di Bagolino (BR) (vedi post: Le due facce del Carnevale Bagosso), questo è il carnevale del popolo che si manifesta in tutta la sua anima dannatamente spontanea e priva di mezzi termini. Se si riesce a “buttarsi dentro” e a lasciarsi andare, il divertimento è assicurato e il popolo resiano, apparentemente chiuso ed isolato, è pronto a rendere tutti partecipi alla sua cultura; direi che è proprio la chiusura nei secoli che rende il carattere resiano così spontaneo e sopra le righe. Penso che al resiano non importi tanto della presenza del turista, ma se c’è, ben venga.

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QUESTIONI DI SANGUE: Gigino di Biasio (vedi filmato), è il titolare dell’osteria dove mi trovo, “Alla speranza”. Lui e il suo locale sono il fulcro del carnevale resiano. Mi racconta che ha trascorso un periodo lontano dalla sua terra, ma poi è tornato: ”puoi andare dove vuoi, ma il sangue ti riporta sempre a casa”.  In paese dicono che se non ci fosse lui, il carnevale e la cultura resiana in genere sarebbero già persi da tempo, ma lui è ben conscio che "ogni resiano porta in sé la cultura e la millenaria storia del microcosmo della Comunità slava, e chi ne ha maggior coscienza  ha solo maggiori responsabilità". In pochi giorni Gigino è riuscito a farmi capire gli aspetti peculiari e le problematiche emergenti di questa Comunità. Per quanto riguarda la musica ed il ballo resiani, si sente abbastanza tranquillo perché non si corrono più grossi rischi di estinzione; i giovani li amano e si identificano con questa tendenza soprattutto in un’epoca di ricerca di identità. L’elemento fondante della Minoranza Resiana che sembra invece essere in grave pericolo è la lingua che “è parte determinante delle peculiarità della Minoranza Resiana, assieme alla musica e al ballo. I giovani che la parlano sono sempre meno e se dovesse estinguersi, come probabilmente accadrà, gli altri due componenti perderanno la loro carica e profonda valenza compromettendo anche il carnevale resiano, che è la sintesi di questi tre elementi inscindibili”.

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Ringraziamenti: Gigino di Biasio (per info sul carnevale: osteria "Alla Speranza" 043353057) Andrea Del Favero (Folkest), Giulio Venier, Marisa Scuntaro.



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 ENGLISH VERSION - VERSIÓN EN ESPAÑOL
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Lo Jodel e i ladini tra le valli delle Dolomiti

Bolzano; Mi trovo con Robert Schwaerzer, un musicista e ricercatore della Referat-volksmusik; è attaccato al telefono e sta cercando l’occasione giusta per scoprire la musica dell’Alto Adige. Parla con tutti in tedesco e ottiene buone speranze, ma ad un tratto il suo volto assume un’espressione illuminata; alza la cornetta e chiama Otto Dellago. Mentre discute mi guarda e mi fa cenno di vittoria: sabato l’amico farà la consueta uscita annuale in slitta con il suo “Trio donne Gardena” in una delle valli dolomitiche e... m'invita a seguirli.

Quale occasione migliore per approfondire la conoscenza di una cultura musicale strettamente legata con l’ambiente montano circostante? Il “Trio d’ëiles de Gherdëina cun Otto Dellago” è un gruppo formato da ladini, una minoranza etnico-linguistica di circa 30.000 persone suddivise in quella regione geografica chiamata ladinia situata a cavallo fra Trentino, Alto Adige e Veneto Settentrionale.

Questo popolo seppur radicato nel territorio italiano, può vantare una cultura, un idioma e delle usanze indipendenti che spesso sono stati messi a repentaglio dagli eventi storici del nostro paese, ma che ora godono di protezione e valorizzazione.

L’incontro è fissato per il mattino presto in un rifugio della Val di Funes che il camper raggiunge arrancando tra ripidi tratti innevati. Arrivo un po’ in ritardo, non vedo nessuno e comincio a preoccuparmi, ma dall’alto del parcheggio echeggiano soavi voci di donna perfettamente intonate accompagnate da una chitarra; spero si tratti di loro. Mi scapicollo tra il ghiaccio con il rischio di rovinare a terra, ma l’ansia della fretta viene presto disintegrata dall’armonia di queste note e del loro paesaggio. Ed è la pace.

 

 

Monika, Claudia, Petra e Otto ormai da anni eseguono un repertorio di canzoni profane e religiose esclusivamente tradizionali dell'arco alpino. Tra di loro parlano in ladino, oppure in tedesco, oggi però ci sono io e si sforzano di parlare italiano anche se dicono di non sentirsi molto italiani; Otto è un polistrumentista, nella custodia della sua chitarra si possono trovare piccoli strumenti con i quali si cimenta, come la ocarina o il marranzano (scacciapensieri), ma suona anche la cetra, strumento molto usato da queste parti in passato. Dice che questi sono i canti che si facevano in famiglia ma che ormai non si canta più tanto. Loro lo fanno indipendentemente da scopi di recupero o di mantenimento, lo fanno per il piacere di condividere alcuni momenti insieme.

Tra il repertorio del gruppo ci sono anche degli Jodel (il primo pezzo del fimato), sicuramente la musica più settentrionale dell’Italia; così settentrionale che sembra di essere tra le nuvole. Sarà sicuramente curioso arrivare in Sicilia e poter paragonare i due paesaggi sonori agli apici del nostro bel paese. Intanto da quassù, cullato da queste note, guardo in direzione sud, fantasticando sull’avventura che mi spetta.

GUARDA QUI TUTTE LE FOTO

ENGLISH VERSION - VERSIÓN EN ESPAÑOL

Il pezzo qui sotto si intitola “Ciantia d’amor - Sciche na berca zënza vënt (Poesia d’amore - Come una barca senza vento). È composta da Otto Dellago e interpretata dal “Trio d’ëiles de Gherdëina”. Non è un pezzo facente parte della tradizione, come quelli che si possono ascoltare nel filmato. Attinge dalla tradizione ma ha un sapore decisamente attuale.

Sciche na berca zënza vënt, - come una barca senza vento

o n cheder nia depënt, - o un quadro non dipinto

sciche n ciof zënza pavël, - come un fiore senza farfalla

o na nibla zënza ciel. - o una nuvola senza cielo...

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Le tradizioni del Veneto

Andrea da Cortà mi aveva avvisato:Se non vieni ad ascoltarli in periodo carnevalesco sarà dura poi riuscirci”.  Purtroppo posso arrivare nel Comelico Superiore solo un mese dopo quel periodo e gli unici due violinisti del paese non ne vogliono sapere di suonare ancora. Per sentirli bisognerà aspettare un anno. In questo paese situato nelle Dolomiti bellunesi si celebra un caratteristico carnevale con le maschere Matazìns e Matazere (fra le altre) e un corteo di suonatori di fisarmonica, chitarra, contrabbasso e... violino.
 
L’opportunità di visitare il Comelico e conoscere la sua gente e la Polca Saltata, me l’offre l’Associazione “Gruppo Candide” (http://www.gruppocandide.it/) e la “Union ladina dal Comelgo”, grazie all’intraprendenza del grande polistrumentista Andrea da Cortà (al centro; vedi immagine www.altei.it); m’invitano per un mio “Video show”, quindi l’occasione è proprio quella giusta per un sincretico scambio di opinioni musicali Italiane/LatinoAmericane/Comeliane.
 
L’idea di organizzare un “video show” nasce pure dall’idea di stanare i violinisti, sensibilizzarli e cercare di farli suonare con il pretesto dell’invito. Purtroppo in paese corrono voci che senza un fisarmonicista i violinisti non si esibiscano; gli organizzatori così si appendono al telefono e scatta la ricerca della fisarmonica.
Il sole cala e con lui anche le luci di sala e lo spettacolo ha inizio. Devo dire che la partecipazione del pubblico del Comelico è stata una fra le più calorose (e poi dicono che gli abitanti delle montagne sono freddi!); tutti qui si conoscono e l’atmosfera è di grande intimità. Suono l’ultimo pezzo e ai musici presenti in sala prudono le mani, sfoderano gli strumenti e… via alle danze. I violinisti? Li troverò il prossimo anno.
 
 
Il pezzo del filmato è una Polca Saltata. Andrea da Cortà mi racconta che questo tipo di ballo è presente solo nel Comelico Superiore, a Dosoledo, Candide e Padola. C’è poi un’altra oasi conservatrice nelle Quatto province (Genova, Alessandria, Pavia e Piacenza). In tutte queste frazioni il ballo è lo stesso, ma i passi sono sottilmente differenti. I presenti in sala sono capaci di riconoscere la provenienza della coppia dal modo di danzare. Il violino, usato nel periodo del carnevale, pare sia destinato a scomparire; a Comelico Superiore oltre ai due violinisti “fantasma” pare non ci sia nessun altro pronto a continuare la tradizione. Del resto l’introduzione e la gran diffusione della fisarmonica nel repertorio popolare hanno soppiantato, per facilità tecnica e possibilità timbrica, l’uso dello strumento ad arco. 
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CONTINUA DOMANI...
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Ringraziamenti: Andrea da Cortà, Lucio Eiche Clere, Ass. "Gruppo Candide", Manuela da Cortà, il pubblico di Comelico, Union ladina dal Comelgo.
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Le tradizioni musicali del Veneto

Quella del Comelico (vedi post sotto) non era la prima visita del cammino della musica nel Cadore veneto; pochi giorni prima il camper aveva virato da queste parti facendo tappa prima di raggiungere il Trentino Alto Adige (vedi post: Musica tra le nuvole). Il pretesto era quello di conoscere Andrea da Cortà, che finora avevo solo sentito per telefono (ho decine di contatti sparsi nel territorio italiano che mi forniscono preziose informazioni sul nostro patrimonio musicale, dei quali conosco bene la voce ma la faccia posso solo immaginarmela).
 
Ad Andrea non piaceva l’idea che la mia visita fosse infruttuosa dal punto di vista della documentazione. Voleva che me ne andassi con almeno la registrazione di un musicista veneto. Ricordo che un giorno mi aveva avvisato che da queste parti solitamente non è ben accetto il forestiero che arriva con registratore e quant’altro. Io avevo risposto dicendo che anche io del resto sono veneto. La sua risposta era stata tanto secca quanto sorprendente: “Ancora peggio.
 
Contro ogni previsione, Andrea riesce a sfilare un sì da un signore che suona il mandolino a Foppa di Forno di Zoldo. Nemmeno lui ci crede. È un lunedì molto freddo, e la neve è alta almeno un metro e mezzo ai bordi delle strade.
 
Al nostro arrivo Arnoldo Alessio ci sta aspettando fuori... sta aspettando anche altri due suoi amici musici, un fisarmonicista e un chitarrista. Mi avvisa che quest’ultimo non vuole assolutamente essere ripreso o registrato. Poco male penso, “almeno posso ascoltarlo io”. Inganniamo l’attesa con del buon vino servito con del formaggio. … parla in dialetto e io che sono veneto, non ci capisco nulla. Andrea, che vive a pochi km di distanza (Pieve di Cadore) capisce, ma non tutto. È sorprendente come in Italia i dialetti siano così radicalmente differenti tra paesi così poco distanti l’uno dall’altro.
Quando la formazione è al completo e il ghiaccio è rotto, ci spostiamo ai piani inferiori e i tre musici sfornano tutto il loro repertorio che varia dalla canzone veneta più tradizionale a quella italiana più nazionalizzata. Suoniamo anche io e ed Andrea con il suo organetto. Mi azzardo a tirare fuori gli arnesi della registrazione. Guardo il chitarrista come un cagnolino guarda il padrone dopo aver commesso un malanno. Lui ci pensa un attimo e poi mi dice Ma sì dai!, Non c’è problema, facciamo uno strappo alla regola”.
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È notte tarda quando la serata si conclude, io e Andrea siamo super soddisfatti, i tre amici musici anche. Ci lasciamo con grande mutua ammirazione e con la certezza che le buone intenzioni e l’umiltà suggellate dal far musica, siano in grado di uniformare le moltitudini ed abbattere qualsiasi preconcetto mentale.

NOTE INTERESSANTI:

Alessio è forse uno degli ultimi mandolinisti rimasti nella zona. Racconta che i loro figli non si sono mai avvicinati a questa tradizione anche perché sono emigrati all’estero per lavorare. Come si nota nel filmato, il repertorio del gruppo è eterogeneo e i componenti dicono che hanno appreso i pezzi ad orecchio, ascoltandoli da altri musicisti o parenti, e poi li hanno reinterpretati secondo le loro capacità mnemonico/tecniche, o in base a gusti personali. Durante la serata si sono presentate diverse occasioni dove la stessa melodia interpretata dal gruppo, la conosceva anche Andrea ma riferita a musiche differenti (ASCOLTA LA CONVERSAZIONE DELL'MP3 IN BASSO). Questo sta ad indicare, a mio avviso, quanto il movimento delle masse umane porti con sé un naturale scambio e assorbimento di cultura musicale; non può esistere quindi una precisa categorizzazione della musica tradizionale, né un demanio assoluto di una musica né una preciso significato del termine “TRADIZIONE”.

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Campane, campanine e baghet nella provincia di Bergamo

Chi mai potrebbe pensare che da quei pesanti campanacci, produttori di sgradevoli suoni disordinati che dall’alto del campanile disturbano con prepotenza la quiete circostante, ricordandoti che è tardi, possa uscire una melodia capace di allietare l’orecchio più delicato? È quello che accade nelle valli bergamasche, dove una passeggiata può sovente venire accompagnata dall’eco di concerti provenienti dai vari campanili sparsi nella zona.
 
È ormai sera quando il camper fa capolino a Nembro, paesello della provincia bergamasca situato nel mezzo della Val Seriana. Un ragazzo dall’esterno mi fa segni per parcheggiare il mezzo, poi senza quasi nemmeno presentarsi, avvisa che ha bisogno di una doccia perché il campanile dal quale è appena sceso era sporco e pieno di piccioni morti, uno dei quali è inevitabilmente caduto sulla testa di un altro campanaro. Nicola Persico, vice della Federazione Campanari Bergamaschi, mi dà così il benvenuto e mi annuncia che il giorno dopo bisogna svegliarsi presto per andare a suonare le campane nella vicina Zanica.
 
Il viaggio per raggiungere il luogo del concerto è ritmato dalle stime di Nicola sull’altezza dettagliata dei vari campanili che man mano incontriamo lungo la strada: “questo è alto 23 metri, ma dentro ci sono solo 5 campane”, “il nostro ne ha otto”; Poi mi illustra alcuni progetti futuri: “entro due anni dobbiamo riuscire a comprare altre due campane per il campanile di...” mi informo sui costi di una campana e preferisco non scriverlo!
 
In un paese vicino a Nembro un prete missionario di ritorno dalla Bolivia, forse influenzato dalla vivacità latino americana, ha fatto ingenuamente verniciare le campane della chiesa con differenti colori sgargianti: nella valle si urla al sacrilegio!
 
In un altro paese, c’è un abitante che nel suo giardino ha fatto costruire la parte finale del campanile, riempendolo di campane da concerto; all’interno della sua casa si possono ascoltare più di 2500 campane provenienti dai quattro angoli del mondo.
 
A Zanica durante il concerto il batocchio della quarta campana si è improvvisamente spezzato; il giorno dopo sarà portato d’urgenza dal carpentiere specializzato in campane per essere immediatamente riparato.
 
Da queste parti si ragiona per “campanilismo”, ogni località ha il proprio patrimonio campanario e il proprio repertorio musicale e la comunità locale piuttosto di non riuscire a contribuire al mantenimento e al miglioramento delle campane del paese, rinuncerebbe a cibarsi.
 
Il mondo delle campane si può dividere in tre gruppi: “campane”, “campane d’allegrezza” e “campanine”. Le prime sono quelle situate nel campanile che vengono azionate dalle classiche corde; l’abilità dei campanari che le suonano in gruppo, consiste nel sincronizzare il tempo del rintocco del batacchio nella campana in modo da formare una melodia con un ritmo regolare.
 
Suonare d’allegrezza invece, significa usare una particolare tastiera situata proprio sotto le campane, i cui grossi tasti sono collegati mediante dei fili di ferro ai batacchi delle campane. Il campanaro, questa volta solista, usa i pugni per far pressione sul tasto ed azionare così la campana corrispondente. È qui che si manifesta la destrezza musicale del campanaro.
 
Per esercitarsi il campanaro non è di certo costretto ogni volta a salire sul campanile, rischiando di disturbare l’intera comunità; si serve bensì di una tastierina di dimensioni ridotte, chiamata “campanina”, una sorta di xilofono le cui note sono prodotte da stanghette con tappi di sughero percosse su pezzi di vetro via via decrescenti, in modo da formare la scala musicale.

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Sono proprio le campanine che fanno uscire il repertorio dei campanari dai canoni ecclesiastici per abbracciare quello profano. In passato infatti era prassi portarsi le campanine in osteria e farle rintoccare a suon di polche, mazurche e scottish, abbinate ad altri strumenti come la fisarmonica, il clarinetto, la chitarra, il mandolino, il basso e chi più ne ha più ne metta.

Oggi nelle valli bergamasche decine di ragazzi frequentano i corsi di campanine per presto essere in grado di suonare l’allegrezza e addirittura di sollevare con la corda i 25 quintali della campana più grossa del campanile. Un buon esempio è la scuola di Roncobello, diretta da Luca Fiocchi, presidente della Federazione campanari bergamaschi. Vedere il video per credere.

PIU' FOTO

Ringraziamenti: Luca Fiocchi e i ragazzi della scuola di Roncobelo, Valter Biella e la sua famiglia, Nicola Persico, Giorgio Persico, organaro, per avermi concesso il suo laboratorio come parcheggio per il camper, il suo assistente, per la birra e i buoni consigli, il sindaco di Casnigo, i musici: Giuseppe Signori (di Albino, figlio di Mario, campanaro ad Albino), Lucio Mariani, Teresa Villa, Giampietro Crotti, Renata Tomasella.

La canzone qui sotto si intitola “Salisburgo”, ed è suonata con campanine, contrabbasso, chitarra, fisarmonica, ocarina, baghèt. La tradizione campanara stava per scomparire a causa degli inevitabili cambiamenti socioculturali, della sostituzione delle campane a corda con campane azionate elettricamente, e delle restrizioni indotte dalla SIAE per controllare i repertori, ma fu “presa per i capelli”, come dice lui, dal grande Valter Biella che, quasi per miracolo, scoprì un libretto nel quale un vecchio campanaro aveva manoscritto le musiche che poi eseguiva sul campanile (fatto più unico che raro considerando che solitamente i campanari imparavano il repertorio ad orecchio e nemmeno davano un titolo ai pezzi, forse un numero). Grazie a questa scoperta e al lavoro di recupero di Valter, il materiale dei campanari fu rimesso in circolazione e addirittura rinvigorito dai campanari di nuova generazione che, orgogliosi, si riappropriarono delle musiche dei loro nonni dando loro nuovi significati, come in questo pezzo.

 
TESTIMONIANZA SCRITTA DA DIEGO PERNICI, OSPITE DEL CAMMINO DELLA MUSICA PER IL WEEKEND
Sabato 4 Aprile ore 8:15. Stazione Centrale di Milano
Sono in partenza per Cuneo, dove mi aspetta Andrea con il camper per andare a Demonte nelle Valli Occitane. Si prospetta un w-e interessante all'insegna della tradizione più viva e, ai più, sconosciuta.
Dopo quasi 4 ore di viaggio, arrivo nella stazione di Cuneo. Esco e vedo il camper. Andrea mi accoglie come sempre, con un gran sorriso e un forte abbraccio porteño (avendo vissuto assieme a Bs As, ci sentiamo un po' porteñi).
Ci dirigiamo a Demonte che, all'ora di pranzo, è deserta.
Questa è una delle cose che si notano di più uscendo dalla grande città, come Milano, dove io vivo.
A pranzo, a Demonte, sono tutti a mangiare. Non c'è in giro nessuno. I ritmi della giornata sono ancora segnati dai ritmi dell'uomo.
Nel pomeriggio iniziamo a sentire le prime voci nel parcheggio dove siamo stazionati e vediamo che sono ragazzi con delle custodie strane: sono musicisti. E' il nostro momento. Prendiamo telecamera, macchine fotografiche e partiamo all'inseguimento.
Ci ritroviamo ad assistere alle prove generali dei vari gruppi giunti per la festa "Prima d'Oc".
Ghironde, organetti, flauti, tamburi, arpe, mandolini, basso tuba. Insomma, tutti strumenti che al giorno d'oggi non vengono utilizzati spesso.
Oltre alla varietà di strumenti, tra cui appunto la ghironda che fino ad oggi non conoscevo, c'è anche una varietà di persone: ci sono bambini, giovani, anziani, donne e uomini, tutti uniti dalla stessa passione e dalla stessa radice: quella occitana.
Sabato 4 aprile ore 22:30
Siamo nella bocciofila di Demonte, dove sta per iniziare la grande serata di balli e musiche. Si accordano li strumenti e poi... via: si parte per questo viaggio di danza e musica popolare che mi porta in tempi remoti. La gente inizia a saltare, le mani si muovono e tutti sorridono.
Si susseguono i brani e la temperatura della sala si fa sempre più calda. Fuori piove. Dentro si respira un clima bellissimo.
Alla fine anche io e Andrea veniamo coinvolti in queste danze di gruppo. La gente non ha nessuna voglia di fermarsi. I balli e le musiche continuano fino a notte fonda, con Grappa finale.
Domenica 5 Aprile ore 10:30
Sveglia in camper nel solito piazzale.Sposto la tenda. Siamo circondati. Durante le prime ore del mattino (cioè verso le 9:30... ma siamo andati a nanna molto tardi!) sono arrivati da tutta la valle per l'ultimo giorno di festa. Questa volta il luogo sono le piazze e le vie di Demonte, chiuse al traffico per l'occasione. L'atmosfera è d'altri tempi. Vado a prendermi un caffè e un croissant in una pasticceria consigliata dai locali e mi imbatto in un gruppo di suonatori sotto i portici della via principale, proprio davanti al caffè dove mi stavo dirigendo. Bello questo clima, questo risveglio. Io, che strimpello da anni la batteria, sogno città e paesi dove si possa suonare liberamente per strada e oggi si sta avverando.
Alle 17 c'è il grande concerto finale di ghironde. Uno dei parcheggi del paese diventa, per una volta, una sala da ballo con musica dal vivo, a cielo aperto! Fatico a intrufolarmi tra la gente per fare qualche ripresa e alcune foto per il blog. Incrocio sguardi conosciuti. Sì, perché in soli due giorni, io e Andrea ci siamo inseriti in questa cultura, andando ogni tanto a disturbare le prove o i concerti per fare le foto o le riprese, ma ci hanno sempre accolto benevolmente e con il sorriso o, di fronte alla domanda se potevo fare foto, mi sentivo rispondere: "Sì, però prendimi dal mio lato migliore!" . Questa è per me la sintesi di questa due giorni al confine con la Francia.
Le persone sono quelle che ti lasciano qualcosa. Sono i loro modi, i loro sguardi e le loro parole, che mi porto via, sul treno del ritorno verso Milano.

Una nota simpatica: a me la custodia della ghironda fa simpatia, perché sembra una navicella spaziale!

DIEGO PERNICI

 

La fisarmonica delle Quattro Province

Attilio Rocca (soprannominato Tilion) è un suonatore di fisarmonica, un uomo basso e robusto che vive a Ozzola, in Val Trebbia (PC); al nostro arrivo è fuori che affetta legna con una macchina che mai prima avevo visto. Ci saluta e con un atteggiamento di automatismo si dirige nella sua cantina e ne esce con un salame e un bottiglione di vino.
Raggiungiamo il salotto della vecchia casa costruita da lui ed il tavolo si trasforma presto in un prelibato banchetto. Su una credenza c’è una fila di cartucce ed una colonna di pacchetti di sigarette. Stefano Valla indicando questi elementi mi dice “Questo è Tilion”.
Stefano qui è di casa, Tilion per lui è come un padre ed è lui che gli va a prendere la fisarmonica e che gliela fa indossare. Suonano insieme un pezzo del vastissimo repertorio per piffero e fisarmonica, formazione doc della cultura musicale di queste parti. Un tempo era piffero – cornamusa, poi la fisarmonica ha sostituito lo strumento di accompagnamento, ma qui si dice ancora “filano come piffero e musa” riferendosi alle coppie felici. Suonano con molta energia; Attilio appoggia il mento sulla fisarmonica per guardarsi le mani, il suo atteggiamento un po’ stanco e sofferente sembra scomparire quando fa squillare le note del suo strumento.
Poi quando smette tossisce e ha il fiatone.

È autodidatta, e si vanta di un uomo che una volta gli aveva detto “Gli altri fisarmonicisti saranno tutti più bravi di te, ma tu mi piaci più di loro”. Prima suonava la musa, ma ha sempre desiderato la fisarmonica e quando è riuscito ad averne una, imparava mentre faceva il pastore, rischiando molte volte di perdere le pecore assorto come era dal suono della prima canzone che cercava di imparare: “La barchetta in mezzo al mare”. Poi comincia la carriera da suonatore “fino a quando non sono finiti i bei tempi, quando si suonava sempre e si portavano a casa due lire”, si trasferisce così a Milano per lavorare come rottamato ma pochi anni dopo viene richiamato da un pifferaio (Ettore Losini), che lo convince a tornare e riprendere la sua vera attività.
Attilio è un musicista innato che non si è mai fatto mancare la musica. Stefano mi racconta che in assenza di strumenti aveva ingegnato un’arpa dentro un armadio che fungeva da cassa di risonanza. “Avevo l’orecchio assoluto e detestavo suonare in DO ma poi ho avuto una “ischemia musicale” e non sono più lo stesso suonatore di un tempo”. Stefano, che è un professionista e di fisarmonicisti ne ha sentiti parecchi, lo rassicura comunicandogli che il suo stile non è di certo perduto e lo incoraggia invitandolo a suonare un altro pezzo assieme a lui.
Questo bell’incontro mi riporta indietro di due mesi, quando in Friuli, in una delle prime tappe del Cammino della Musica, avevo incontrato grazie ad Andrea del Favero, Eliseo Iussa (vedi post Il suono tradizionale del Friuli).
Persone come Attilio ed Eliseo, sono testimonianze di un passato musicale ancora attuale che non va di certo dimenticato, ma dal quale bisogna attingere ed imparare per portare avanti una tradizione che possa modellarsi ai tempi correnti, cosciente dei valori che l’hanno creata.
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