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Archivio Io Suono Italiano ?     archivio dal tango alla musica caraibica

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I MARIACHI
: l'icona musicale del Messico famosa in tutto il globo.
Durante il mio pellegrinaggio in questa meravigliosa terra, era tra i miei desideri più forti, entrare nel cuore del loro fantastico mondo, fatto di infinite suonate, talvolta stonate, dense di "boria" e clima festoso, ma anche di sacrificio e dedizione.


L'ANTEFATTO: a farmi assaporare la vera vita di un Mariachi è il gruppo Aztahuacan, che ho conosciuto grazie ad alcuni amici messicani che, per celebrare il mio compleanno (vedi qui), lo ingaggiarono per suonarmi le tipiche canzoni adatte all'occasione.
L'animo nobile e accogliente che contraddistingue ogni vero mariachi, ha fatto in modo che da "vittima" diventassi in breve tempo "complice" delle loro scanzonatore musicali, regalandomi un posto all'interno del leggendario furgone, usato per muoversi all'nterno del caotico D.F. (Districto Federal - Ciudad de Mexico) per adempiere ai numerosi ingaggi. Un'esperienza davvero unica e rara!!


L'ANIMO MESSICANO: l'attività comincia durante la tarda mattinata e va avanti fino a notte fonda, senza sosta.
La concorrenza è tanta: esistono decine e decine di gruppi di Mariachi, che attendono, in Plaza Garibaldi o in altre zone del D.F., che arrivi la chiamata di un cliente.

In Messico, i pretesti per ingaggiare i Mariachi sono moltissimi, diciamo pure che ogni occasione è quella giusta: da una nascita ad un funerale, da un fidanzamento ad un divorzio, dal compleanno all'onomastico, dai festeggiamenti per la vittoria della squadra preferita al "festeggiamento" per la perdita della partita decisiva. Insomma, qui ogni episodio bello o brutto viene celebrato con i Mariachi.. quindi il lavoro non manca.

IL SEGRETO DEI MARIACHI: all'interno del furgone, tra un ingaggio e l'altro, i componenti del gruppo Aztahuacan mi svelano i segreti del loro mestiere. Mi colpisce molto la disponibilità nei miei confronti e l'entusiamo che dimostrano nel rispondere alle mie domande curiose. - «Il segreto sta semplicemente nel divertirsi! - Se noi ci divertiamo, l'emozione che trasmettiamo, per forza contagia il cliente che ci paga ed il successo è garantito». Più facile a dirsi che a farsi, perchè questo comporta che gli inevitabili momenti di stanchezza o di indisposizione, scompaiano al momento dell'esibizione. Il Mariachi deve apparire sempre allegro ed energico, è lo chamano della festa messicana.

LA SERENATA: tra matrimoni, compleanni e altre occasioni di festa, il mio viaggio con i Mariachi culmina con l'ingaggio per una serenata. E' notte fonda, i miei nuovi amici Mariachi non sembano dare segnali di stanchezza, sebbene uno russi rumorosamente, ma mi dicono che "sta ripassando le partiture". Ci avviciniamo con passo felpato alla casa della fortunata, guidati dal pretendente che le chiederà la mano. I cani circostanti abbaiano rischiando di far insospettire la donzella e rovinare così la sospresa. Per fortuna lei non si sveglia. Quando il gruppo si posiziona sotto la finestra, parte sonoro il primo pezzo (las mañanitas) spezzando la quiete delle tenebre. I cani circostanti si uniscono al suono ululando stonati e la festa ha inizio. La fanciulla si affaccia sospresa dalla finestra, poi scende,  abbraccia il suo cavaliere e lo bacia amorevolmente. I cani abbaiano ancor di più.. Forse una dama italiana non troverebbe queste canzoni adatte ad un momento romantico, ma dalle espressioni della ragazza messicana, potrei scommettere che la serenata ha avuto esito!


premi il tasto in basso a dx per i sottotitoli in italiano (a cura di Barbara di Fede)

MARIACHI SI NASCE: sicuramente un aspetto che mi ha colpito molto è la solidarietà che vige tra i Mariachi; non solo all'interno dello stesso gruppo, ma anche tra formazioni differenti. Questi musicisti condividono le intemperie, il caldo massacrante del cemento della strada, la perdita della voce, la stanchezza, le attese infinite, i lunghi viaggi.. tra i Mariachi non si avverte uno spirito maligno di concorrenza commerciale, ma un orgoglio di un'etica di vita e di onore. Del resto Mariachi si nasce, non si diventa!

INFORMAZIONI STORICHE: il luogo di origine di queste formazioni musicali è ancora motivo di dibattito; il primato viene conteso tra Città del Messico e Guadalajara, Jalisco. Inizialmente, nella seconda metà dell'800, la formazione tipica del Mariachi era un trio di corde, solitamente di violino,
vihuela e guitarrón; poi si sono aggiunti altri strumenti come l'arpa e la chitarra fino ad arrivare ai giorni nostri con formazioni che vanno da 7 a 12 elementi e l'intromissione dei fiati. Anche l'abito ha subito notevoli cambi di stile, partendo dal classico poncho con sombrero, fino al tipico stile "charro" (cavallerizzo) con divisa nera o bianca.

VERSIÓN EN ESPAÑOL
ENGLISH VERSION COMING SOON!!


Ringraziamenti: Grupo Mariachi Aztahuacan, Sergio Inurrigarro (Asociacion Pro-Cultura de Mezcal), Fortino Hernandez, Mayra Crosshwaytt.
 

 
 

 
30-07-12. Notizie da Corfu (Grecia)

Mentre Diego torna in Italia per imbarcare il nuovo equipaggio, io ne approfitto per rimanere a Corfu e cercare i musici di questa zona. I contatti che avevamo nell'isola (Stefan e Basili) si mobilitano per aiutare la missione e in pochi giorni i musicisti di Corfu si mettono gentilmente a mia disposizione per mostrarmi la loro preziosa tradizione. In particolare Feñia, una ragazza musicista e danzatrice, si occupa di organizzarmi un vero full immersion nella musica greca: il martedi dà lezioni di danza tradizionale, il mercoledi ha le prove con il gruppo "Eña ke i varka deka" il venerdi suona ad una festa paesana che proseguirà fino alle quattro del mattino, il sabato mi porta ad una esibizione di vari gruppi di ballo provenienti da tutta la Grecia. Tra un viaggio e l'altro, attraversando in lungo e in largo la bellissima isola, mi fa ascoltare decine di pezzi, spiegandomene l'aspetto ritmico e la provenienza nella complessa mappatura greca.

 

La musica greca è molto complessa. Le sue origini si perdono tra sapori bizantini, arabi, turchi, europei. Per approfondire la sua conoscenza sarebbe necessario restare qui qualche anno, soprattutto per abituare l'ascolto a un "codie musicale" che è molto esotico per un orecchio occidentale. Gli strumenti sono antichi e tecnicamente molto complessi; il Kanonaki ad esempio, è uno strumenti simile al salterio o al dulcimer, ha 72 corde che possono essere tese per quarti di tono (durante l'esecuzione). Gli strumenti a corda sono predominanti, ma anche le percussioni hanno un ruolo decisivo e servono a scandire i complessi ritmi dispari e sincopati.

 
 
 
 
 
 
 
IN UN VIAGGIO A CUBA qualunque sia lo scopo del viaggio, è inevitabile far riaffiorare alla memoria il ricordo di uno dei musicisti cubani più conosciuti al mondo, la cui fama è legata ad un film che ha fatto sognare un'intera generazione. Il film si chiama Buena Vista Social Club (Wim Wenders 1999) ed il protagonista principale era Maximo Francisco Repilado Muñoz, meglio conosciuto come Compay Segundo, il vecchietto cubano con il sigaro in bocca e il son nel sangue, che grazie a questo film diventò assieme al suo gruppo, una delle icone della musica cubana. VERSIÓN EN ESPAÑOL - ENGLISH VERSION

L'IMMORTALITA' DI UN MITO: la sua morte avvenuta nel 2003 ha reso immortale la sua immagine e alcuni pezzi da lui firmati come "Chan Chan" e "Las flores de al vida".

Oggi, a portare avanti il suo nome e la sua musica è il "Grupo Compay Segundo" il cui leader è Salvador Repilado, il figlio più piccolo di Compay Segundo.

L'ANTEFATTO: li avevo conosciuti qui in Italia quando lavorai alla realizzazione di una lunga tournée del gruppo in Italia. All'epoca il progetto era gestito dal mio maestro di chitarra Massimo Scattolin che assieme ad altri musicisti e alla collaborazione di varie orchestre sinfoniche italiane, avevano realizzato il cd "100 años Compay" (Indiewizard 2008).



I "VECCHI" BUENA VISTA
: alcuni musicisti fanno parte del vecchio gruppo, come il clarinettista Rafael Inciarte che ho incontrato nel barrio in cui vive, a Cohimar, al sud de LA Habana e grazie al quale ho potuto vivere le esperienze indimenticabili con il "Trio Heming". Oltre a Rafael Inciarte, fanno parte dei "vecchi" Haskell Armentero al clarinetto, Hugo Garzón alla voce prima, Rafael Fournier alle percussioni. Salvador Repilado l'ho incontrato nella sua lussuosa casa in un bel barrio del La Habana.



IL SOGNO CUBANO: è stata una forte emozione ritrovare gli amici cubani in casa loro, nella loro magica Cuba. è qui che si capisce perchè questa musica attira masse enormi di appassionati e sognatori. Qui dove l'atmosfera è immune all'erosione dei tempi. Recentemente ho rivisto il film di Wim Wenders e vi ho ritrovato la stessa Cuba che avevo vissuto in viaggio. La luce, i mezzi, le atmosfere, i colori e le idee sono ingredienti unici ed immutati. Magia e allo stesso tempo Paraddosso di questo meraviglioso paese.

Ringraziamenti: Salvador Repilado, Grupo Compay Segundo, tutto lo staff della "Casa Compay Segundo", Massimo Scattolin (Indiewizard)

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Mi trovo a Garanhuns, piccola città all´interno dello stato di Pernambuco (nordeste brasiliano). Ho deciso di cambiare rotta e lasciare così la costa ricca di musica ma anche ahimé di turismo, che un po´ostacola la mia ricerca, per addentrarmi nel cuore di Pernambuco che a sua volta sembra essere il cuore della musica brasiliana. E' qui infatti che affondano le loro radici i generi musicali che più rappresentano il Paese. ENGLISH VERSION
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LA COINCIDENZA: a condividere con me questo viaggio all'interno del Brasile, Elaine, un´abile fotografa di São Paolo, conosciuta per coincidenza nel combi che mi stava portando alla bella Isola di Itamaracá, per incontrare Lia de Itamaracá, una importante cantora di Ciranda (genere popolare di Pernambuco). Elaine sta portando avanti un progetto molto simile al mio: se ne va sola in giro per il Brasile fotografando la musica.  É incredibile come costruzione, dinamiche, problematiche, contatti, esperienza del progetto coincidano con le mie. Lei però è partita dal nord del Brasile per scendere, io faccio il contrario. Ci siamo incrociati ad Olinda (vedi post: Olinda che linda) e abbiamo così deciso di unire le forze e fare un po' di cammino insieme, poi ognuno andrà per la sua strada. 

L'ABBONDANZA DI MUSICA: Pernambuco offre una quantità di musica e generi musicali enorme.
La mole di materiale, unito a problematiche di viaggio come repentini spostamenti che occupano spesso molto tempo per zone di difficile raggiungimento, condizioni climatiche avverse (a Garanhuns siamo rimasti bloccati due giorni per pioggia) non mi permettono di aggiornare velocemente e costantemente il blog. La quantità di cose da scrivere e documentare è - per fortuna- esagerata. In questo stato ho avuto la fortuna di conoscere la Ciranda di Lia de Itamaracá, nominata dall´UNESCO patrimonio vivente della cultura, il Samba de Coco di Ana Lucia e poi ancora forró, Frevo, Maracatú, Capoeira e chi più ne ha più ne metta; poi dopo due giorni di viaggio in bus, auto, moto e... a piedi io e Elaine tra i suggestivi paesaggi dell´interno, abbiamo raggiunto una comunità di indios chiamata Fulniô. Il contatto per poter visitare l´aldeia ci è stato passato da un indio che vive a Olinda.
 
LA TRIBÚ E IL SACRO RITUALE: la comunità dimora in una aldeia nei pressi della città di Aguas Belas a 300 km dalla costa di Pernambuco. É conosciuta come l´unica comunità del nordeste brasiliano che preserva l´antico idioma indio Ia-té. L´aldeia è divisa in due parti una delle quali si trova nel mezzo della foresta, ma a noi, e all´uomo bianco in generale, è proibito entrare. Questa è infatti la sede dove nei mesi di settembre ed ottobre si celebra un antico e sacro rituale chiamato Ouricuri. Nessuno fino ad oggi sa di cosa si tratti, in quanto la religione di questa cultura proibisce anche solo di parlare e svelare i segreti del rituale. La credenza dice che chi ne parla morirá di una morte strana...
A raccontarci tutto questo è Vera, una indigena che ci ha accolti e accompagnati (senza perderci di vista un istante) durante tutta la nostra avventura all´aldeia. Vera è una indigena che ha dei lineamenti molto particolari, dice di non essere una indigena pura, ma di avere tratti di razza bianca e nera. Ha un taglio di occhi molto bello e di un colore blu scuro. Il suo nome in Ia-té è Tafireskane. Questo é il nome che le ha messo il Quesique della tribù alla sua nascita. L´altra aldeia che permette invece l´accesso a tutti, si trova vicinissima alla città di Aguas Belas. É un insieme di casupole in cemento poco curate e disposte un po' a caso. Architettura molto diversa dalla aldeia dei Tekoa Kõ e nju che avevo visitato a sud del Brasile (vedi post: Tekoa Kõ e nju). Questa parte di aldeia è anche una sede FUNAI (fondação nacional do indio). Il popolo Fulniô è integrato con la popolazione come dicono loro "civilizada" o "branca" (questi due termini per indicare tutti quelli che non sono indios). Molti di loro lavorano nel pubblico impiego presso polizia, comune, uffici FUNAi ecc. Ma nel periodo del Ouricuri sono autorizzati a mancare dal lavoro per dedicarsi interamente al rituale.
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IL RITUALE PER ME: Vera ha preparato per noi una rappresentazione di danza e musica. Dice che quello che vedremo non sono i canti e i balli propri del misterioso rituale, ma solo una dimostrazione di come loro siano impegnati a preservare e a far conoscere la propria cultura. Il gruppo si riunisce; è composto da sei uomini e tre donne adulti e una serie di bambini che ci guardano un po' intimoriti. Saliamo tutti su un bus scassatissimo con strumenti e costumi per dirigerci ai limiti del territorio proibito. Durante il viaggio per stradine sterrate e sconnesse, io e Elaine, che all´interno del gruppo sembriamo due macchioline bianche, cerchiamo di aprire un dialogo con i nostri vicini che inaspettatamente si rivelano essere molto simpatici e disponibili. I bambini mi guardano di nascosto e quando incrocio il loro sguardo voltano velocemente la testa e sgignazzano arrossiti. Il senso di "estraneità" che provo è fortissimo.
Per il bus sta girando una grossa pipa in legno dalla quale adulti e bambini boccheggiano del tabacco nero. Quando arriva a me faccio un tiro e involontareamente un po' di fumo mi va giù. Classica scena da film dove io tossisco paonazzo e gli indios ridono di me. Non era tabacco, era fuoco in polvere.
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LA PREPARAZIONE DELLE DANZE: arriviamo in prossimità di un lago molto bello. Il paesaggio e la quiete sono veramente suggestivi, se non fosse per i grossi cavi della corrente che solcano lo sfondo rovinando il bel quadretto. Tutti in acqua per purificarsi, poi comincia la preparazione per lo spettacolo. Per dipingersi il corpo usano dei colori fatti con resine e frutti tipici della zona, per il nero usano del carbone. Il tutto preparato lì sul momento. Usano costumi e simboli di guerriero tipici di questa comunità. Elaine si sbizzarrisce con la sua macchina fotografica, io riprendo il più possibile. Poi vado un po' a spasso con Vera che mi spiega alcuni particolari "di dominio pubblico" sul rituale: ci sono zone dell´aldeia dove le donne non possono entrare, durante tutto il periodo del rituale è poi obbligatoria l´astinenza sessuale, non si possono assumere bevande alcoliche, non si può ascoltare musica, il rituale serve anche per eleggere i vertici che rappresentano la comunità, e questa rimane isolata per tre mesi; non riesco a sapere nulla sulle modalità e fasi del rituale. Il gruppo è pronto per danzare.



MISTERI: lo spettacolo coreograficamente è senza dubbio suggestivo mi lascia però alquanto insoddisfatto, perché ogni mio tentativo di indagare sul significato delle parole e dei movimenti della danza è stato abilmente accantonato con spiegazioni vaghe e a mio avviso preparate.
"É un omaggio a dio per chiedere di poter preservare la nostra terra e la nostra cultura", "É un canto per ringraziare voi della vostra presenza qui".. dice Vera.

Dopo l´esibizione vado un po' a spasso con il quesique che mi mostra le varie piante dell´aldeia e la loro funzione terapeutica. Dice di essere in grado di curare qualsiasi malessere senza utilizzare nessun rimedio chimico farmaceutico. I ballerini rifanno un bel bagno per ripulirsi della tintura  poi ritorniamo tutti insieme all´aldeia. Molti indios se ne vanno via per lavorare, restiamo io, Eleine, Vera e qualche altro abitante dell´aldeia dentro una casetta con un tavolo ed un divano. Io, cocciuto, continuo a fare domande più specifiche sulla musica e sulla cultura, ma continuo a cavarne ben poco. Chiedo di spiegarmi almeno di cosa tratta la canzone che ho registrato. Tra loro parlano in Ia-té, e ho l´impressione che prima di darmi qualsiasi spiegazione si consultino fra loro. Anche all´aldeia al sud del Brasile era successa la stessa cosa: in questo caso comunicavano in Guarani e prima di rispondere aspettavano il consenso del Quesique.

AMARO IN BOCCA: L´avventura è stata senza dubbio interessante, ma ancora una volta me ne sono tornato a casa con l´amaro in bocca e la netta sensazione di non aver nemmeno sfiorato il contatto con una cultura che desidererei vivamente conoscere più a fondo e dalla quale potrei sicuramente imparare qualcosa. Del resto in questi giorni sono in contatto con una ragazza di Manaus, che sta aspettando il mio arrivo, che mi spiega che nemmeno studiosi e ricercatori che hanno rapporti con comunitá indios amazzoni da diversi anni, hanno avuto la possibilità di varcare il "confine" della conoscenza. É una cosa che posso comprendere, considerato il feroce passato di sottomissione imposto dall´uomo bianco, che in realtà in questa terra sarebbe l´intruso; ma la mia curiosità rimane comunque insoddisfatta e perció ancora molto forte. 
Il brano qui sotto è un canto (cafurna) offertomi dal gruppo Fulniô durante l´esibizione che ho descritto sopra. Gli strumenti sono pochi, poiché la musica è basata interamente sulla voce. Si usano delle maracas e dei caxixi, niente altro. Il canto è diretto da uno solo del gruppo che canta dei versi per poi farsi rispondere all´unisono dal resto del gruppo.  É lui che dirige la danza. La modalitá del canto funziona perció un po´ come nel Samba de coco (del quale spero di riuscire a trovare il tempo per parlarne); parlando con Vera scopro che alcuni rituali includono questo genere che effettivamente possiede anche radici indigene, frutto dell´incontro tra schiavi fuggiti all´interno del paese e indigeni. Purtroppo non sono in grado di pubblicare testo e traduzione delle parole, nonostante i miei vani tentativi di venirne a conoscenza. Secondo quanto mi è stato spiegato la canzone racconta che un tempo l´aldeia era costruita con case in paglia, poi l´uomo bianco dette fuoco al villaggio e la comunità si disperse per tutta la regione, fino al giorno in cui si riunì per creare questa nuova comunità. So che il gruppo si è già esibito in pubblico e ha anche fatto delle registrazioni, ma non ho trovato questo pezzo tra l´archivio. Sono in contatto con uno studioso dell´idioma Ia-tè, vediamo se lui potrà aiutarmi. Intanto buon ascolto.
Ringraziamenti:  Comunitá Fulniô, Beto Hees (produttore di Lia de Itamaracá), Lia Menezes (per tutti i contatti di pernambuco), la scuola di Capoeira di Olinda (per la presentazione offertami), Ana Lucia (cantora di samba de coco del quartiere di Amaro Branco a Olinda) Eleine Santana (www.elainesantana.com.br), le foto della comunità indigena sono scattate da lei. 20070725
  
 
 
 
Marcelo Martinez Garcia, in arte "Marcelo el rey del bolero" è un musicista che negli anni '50 passava le giornate assieme all'amico Ernest Hemingway, suonando boleros e godendo del paesaggio cubano del barrio di Cojimar, un luogo di singolare bellezza situato all'Habana del Este, un po' fuori mano rispetto la Habana Vieja. Ora Marcelino suona con il Trio Heming (Neraida, Reinaldo e Marcelino) proprio di fronte al momunento eretto in memoria dello scrittore, sperando che i turisti di passaggio, sgancino qualche dollaro, affascinati dai son cubani e dalle storie di Marcelino.
VERSION EN ESPAÑOL - ENGLISH VERSION

IL RACCONTO: "Un giorno una ragazza ha lasciato un messaggio sul mio blog: Me ne sono andata da Cuba con più domande di quando sono arrivata..
Il messaggio d’entrata del mio blog in quel momento era: Sto cercando di entrare in sintonia con Cuba.

Cuba è un paese diverso; diverso da tutti i paesi che ho visitato; porta nelle sue spalle mille sfaccettature, controsensi, paradossi, assurdità.. eppure mantiene un equilibrio. Un qualsiasi turista che voglia venire a Cuba per sperperare il suo denaro e redimere le sue frustrazioni in graziose puttane e CubaLibre, qui troverà il suo banale paradiso. Per chi invece voglia conoscere l’anima di Cuba, ossia il suo popolo e il suo “perché”, allora dovrà spaccarsi il celebro, mettersi a dura prova e cimentarsi in un qualcosa di veramente diverso e forte".

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HELP !! STO CERCANDO QUALCUNO DISPOSTO A PORTARE QUESTO FILMATO AL TRIO HEMING. CONTATTAMI PER I DETTAGLI!!

AVVERTENZE: questo è l’inizio di un racconto che sto scrivendo sulle mie esperienze a Cuba. Non voglio proseguire perché sarebbe troppo lungo, solo voglio avvertire il visore del filmato: non è tutto oro quel che luccica! Probabilmente chi non è stato a Cuba o chi ha vissuto Cuba con la superficialità che ho sopra descritto, percepirà da queste immagini solo lo stereotipo cubano: nell'immaginario collettivo, Cuba appare come un'isola caraibica felice e spensierata, governata da eroi politici che operano contro il "sistema globale". Le cose non stanno esattamente così: la vita qui è veramente dura e povera e il popolo cubano per sopravvivere deve inventarsela, molte volte cedendo a pesanti compromessi.

CONCLUSIONE: Neraide si è licenziata dal suo lavoro per problemi di salute, ora è in pensione.. senza pensione, Reinaldo ha una splendida bambina che a fatica riesce a mantenere, Marcelino è un cubano che per tutta la vita ha fatto il musicista di strada; vive in una piccolissima e umile casa che puzza di piscio perché le tubature sono fatte male. Lo sprazzo dei suoi occhi è la prova che nella vita per essere felici bisogna sapersi accontentare.. e che la musica è una potente cura.

RINGRAZIAMENTI: Trio Hemingway (Marcelino, Neraida, Reinaldo), Rafael Inciarte (Grupo Compay Segundo) 20111103
Sottotitoli e traduzioni a cura di Giulia Forlivesi

 
 
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UN REGALO DAL CIELO: quando sono arrivato, per caso, nel villaggio di Malealea ho pensato di avere un guida spirituale che mi indica la retta via. L'Africa è immensa e con pochi giorni a disposizione non è facile trovare forme di tradizioni musicali come quella del Lesotho. VERSIÓN EN ESPAÑOL

IL VIAGGIO:
dopo un giorno di viaggio in macchina, attraversando paesaggi che rievocano tutto l'archetipo africano, arrivo a Malealea (Regno di Lesotho, Sud Africa). Il sole si sta abbassando e l'aria comincia a farsi gelida. è luglio e nell'emisfero australe è inverno, inoltre il villaggio è situato a circa 2000 mt. sopra il livello del mare.

MALEALEA: il villaggio è costruito con casette rotonde di pietra e paglia, regala scenari spettacolari e suggestivi. Gli abitanti del luogo sono sempre sorridenti e molto accoglienti. I bianchi mi raccontano che qui le tensione dell'Apartheid non sono arrivate, mentre a Johannesburg la relazione tra bianchi e neri è molto delicata. All'interno del villaggio c'è un piccolo lodge, attrezzato per accogliere turisti ed esploratori; l'architettura del lodge rispetta quella del villaggio, ma le case sono decisamente più all'avanguardia. lo staff organizza molte attività culturali mirate all'assistenza, all'educazione e alla cura della comunità di Malealea (vedi www.malealeadevtrust.org).


LA MUSICA:
al calare della sera, infiamma la musica: il gruppo SOTHO SOUNDS sfodera i suoi strumenti artigianali, costruiti con vecchie taniche di latta, bastoni, crine di cavallo, nailon. Pare impossibile, ma da quegli umili strumenti apparentemente inutilizzabili esce una musica densa e trascinante. Si tratta della "BASOTHO MUSIC", il genere tradizionale locale. Impossibile restare indifferenti e immobili di fronte a questa musica. I componenti del gruppo sono molto giovani e percepisco che quello che stanno suonando e ballando è una versione nuova della tradizione. Poco dopo scoprirò che non è poi così diversa da quella usata dagli anziani. L'elemento più innovativo è il ballo. La Sotho Band ha saputo creare delle coreografie molto complesse che ricordano quelle delle pop star internazionali. Pensandoci meglio forse sono le pop star che hanno attinto dalle danze del Basotho..

Comunque siano andate le vicende, di una cosa sono certo: i Sotho Sounds potrebbero varcare con successo i palcoscenici europei.

STRUMENTI, BALLO, CURIOSITA': il bidone ricoperto da una guaina in plastica nera con attaccati due bastoni legati da uno spago pieno di sonagli si chiama MOROPA e fa da percussione. Il bastone ricurvo sistemato all'interno di una tanica vuota in latta che funge da cassa di risonanza e allacciato ad un filo di acciaio è il Basoto Violin chiamato KHOADINJANE. Lo strumento simile ad una chitarra con tre corde che adotta lo stesso sistema di risonanza del violino si chiama KATARA. Il ballo come quello dimostrato nel video è riservato solo agli uomini. Le donne in altre occasioni ballano il MOKHIBO chinandosi sulle ginocchia, muovendo le spalle in modo analogo agli uomini e facendo coreografie con le mani. La tradizione musicale di Lesotho è ricca di cori. Ne ho registrati alcuni e danno prova della dimestichezza canora naturale di queste persone e del loro attaccamento alla musica.
VERSIÓN EN ESPAÑOL

RINGRAZIAMENTI: gli abitanti di Malealea, Sotho Sound, Richard Mohale, Bokang Sebotsa, Malealea Lodge, Malealea Development Trust, Jussara Santos Raxlen. 20110830
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Arrivo a Bento Gonçalves di notte. Piove. Il contatto che ho non risponde al telefono. Che faccio? Vado in un hotel e chiedo una stanza. Tutto occupato, tranne una specie di topaia nel sotterraneo... la prendo. Mi ricordo che a Santo Ãngelo, avevo chiamato la radio di Bento Gonçalves e mi aveva risposto, per sorte, un tal Isidoro, parroco della diocesi di Santo Antonio, e con lui avevo scambiato qualche battuta, in dialetto veneto. Chiedo al portiere dell’hotel se lo conosce. Mi risponde che nel Paese tutti conoscono Padre Isidoro e mi dice dove trovarlo. Mi presento a casa sua. Padre Isidoro è una persona con un’energia, una vitalità ed un entusiasmo tali, che nei giorni a seguire mi è più volte passato per la testa di farmi prete. Il giorno dopo grazie a lui, sono ospite nel migliore Hotel, situato nel centro della città, e ho una lista di persone da incontrare e molte cose da fare.

Qui a Bento, l'accoglienza è stata tra le più calorose. L'arrivo di un Italiano rappresenta per la gente del posto un'opportunità per raccontare la propria storia di migrante e discendente, e per dimostrare l'affetto conservato per il loro Paese lontano. Tutti ci tengono a farmi conoscere le loro origini e a raccontarmi le storie dei nonni o dei genitori emigrati dall’Italia. Bento Gonçalves è una città di 80.000 abitanti, situata nella parte est della regione di Rio Grando do Sul nel sud del Brasile. Nulla ha a che fare con i paesaggi che siamo abituati a vedere del Brasile, qui siamo nella Serra Gaúcha, paesaggio collinare, simile ad un paese delle mie parti che si chiama Valdobbiadene. La somiglianza con questo luogo è marcata anche da un altro dettaglio: Bento Gonçalves è la capitale del vino. ENGLISH VERSION - VERSIÓN EN ESPAÑOL

Appena fuori dal centro, distese di vigneti delle qualità più comuni delle mie parti. Inoltre, qui parlano tutti il dialetto veneto. Bento è una città costruita a partire dal 1875 dalle prime colonie di emigranti veneti che, quando sono arrivati qui (non trovando anima viva) hanno continuato a parlare il loro dialetto e così l´idioma si è tramandato e mantenuto nel tempo. Ho fatto 15 mila km di strada per trovarmi di nuovo a casa!

La mappa della città parla chiaro, qui siamo in Italia: la Via del vino, Posada Casa Mia, Hotel Imigrantes, Primavera, pasta, pizza... A Radio Viva e a Radio Bento si ascolta solo vecchia musica italiana. Mi aspettano per un'intervista. Dico che non parlo il portoghese. Poco male! Qui si parla in dialetto, un dialetto stretto e arcaico, con parole divertentissime tipo "cusita, catár, mistieri". Partecipo così, assieme ad alcuni produttori di vino, ad un programma di enogastronomia, con tanto di bottiglie e bicchieri sul banco della radio.
I giorni a seguire saranno tutti all'insegna di feste in stile italiano veneto, caratterizzate da una colonna sonora eseguita rigorosamente dal vivo, tipicamente italiana. Il pezzo più gettonato è l'Inno dei migranti: Merica Merica Merica.

Incontro Elena del Coral Terra Nostra. Un vero turbine di parole. Suo marito Nelson è il direttore del coro, mi invitano per un churrasco. Sulle pareti della loro casa sono appesi molti riferimenti italiani: targhe assegnate al coro da personalità politiche italiane, l'atto di matrimonio del nonno emigrato, lettere degli emigranti, mappe d'Italia. Dopo pranzo Elena e Nelson mi invitano a partecipare ad un'esibizione del coro nella "A Maria Fumaça", un treno del 1908 con la locomotiva a vapore che fa un percorso turistico molto suggestivo. Durante il viaggio, si esibiscono i vari Gruppi folkloristici italiani e gaúchos. Poi i turisti scendono e sul treno rimaniamo solo io e gli artisti; così il Coral Terra Nostra si esibisce per me, cantando canzoni venete che non sentivo da molto tempo, altre, che mai avevo sentito in vita mia..

Il direttore dell'albergo "VinoCap" Tarcisio Michelon mi ha invitato un giorno a visitare i dintorni di Bento Gonçalves per farmi un'idea di come i nostri primi emigrati si sono organizzati e quali difficoltà hanno dovuto affrontare una volta arrivati, carichi di speranza, in terra brasiliana. Il "Caminhos de pedra" è oggi un progetto turistico rurale culturale che ha l'obiettivo di preservare le tradizioni eno-gastronomiche, l'architettura ed il ricordo dei nostri primi emigrati.

Nestor José Foresti mi ha accompagnato in questo percorso. Man mano che si prosegue nel cammino si ha l'occasione di ammirare e visitare le case costruite con le pietre che gli emigrati dovevano togliere dal terreno per poterlo coltivare. Sono veramente graziose, e costruite interamente a mano con un'abilità che ha dell'incredibile. Oppure ci sono case costruite con le tavole di legno nobile di un particolare pino che cresce da queste parti. Nestor mi racconta che i migranti venivano attirati qui con l'illusione di incontrare immensi campi fertili e la ricchezza, quando all'arrivo si scontravano con una cruda realtà: il terreno c'era, ma prima di coltivarlo bisognava disboscarlo. Facendo una "passeggiata" per raggiungere le cascate di Bento, ci siamo dovuti far strada tra una vegetazione fitta e intricata. Questo lo scenario che si presentava agli occhi di chi aveva mollato tutta una vita per arrivare fin qui. Oltre a tutto questo verde non c'era niente altro; gli immigrati venivano abbandonati a se stessi, senza assistenza sanitaria, senza istruzione, senza una casa. Dovevano fare tutto da soli, cercando di sopravvivere ai mille pericoli di questa selva. Osservando il paesaggio attuale mi rendo conto di quanto lavoro sia stato fatto e di cosa sia capace la mano dell´uomo. Nestor mi racconta altri aneddoti inquietanti che hanno a che fare con il "mercato dell'emigrazione.

A Bento Gonçalves vive, in forma e piena di spirito, Anna Tedesco Varian, classe 1910, arrivata qui in Brasile, a Porto Alegre, nel 1927 direttamente da Solagna di Bassano del Grappa: sembra sia l'unica nativa italiana di Bento. Anna nella mattinata lavora in una casa di cura per anziani ammalati, nel pomeriggio in un Centro di raccolta materiale per poveri, del quale è presidente. Vive sola e guida un magnifico maggiolone arancione del '73!! Anna mi racconta la sua storia di emigrante: il fascismo in Italia, il dopo guerra e la miseria italiana, la scelta, il lungo viaggio in mare sulla nave "Giulio Cesare" assieme ad altri 2400 emigranti, l'arrivo di notte a Rio de Janeiro e le prime emozioni e perplessità: «Con tutte queste luci devono pur esserci anche dei bianchi». Il trasporto a Porto Alegre durato 7 giorni nella stiva di una nave in mezzo alle banane, poi la scelta nel 1937 di trasferirsi a Bento Goçalves «E' stata una grande emozione arrivare a Bento ed incontrare nella mia immaginazione lì dove vivevo a Solagna». Anna parla italiano, sua mamma parlava il dialetto, ma lei ha sempre voluto parlare "l'italiano grammaticale". Mi canta una canzone in italiano, imparata a scuola in occasione dell’allestimento di un’operetta organizzata dalla maestra. Il libro dove è scritto il testo della canzone si intitola "La Scuola". È l'unica canzone italiana che ricorda. Aveva 12 anni. (MP3 sotto)

Ringraziamenti: all'amico Padre Isidoro, a tutto il centro parrocchiale di Santo Antonio, al direttore dell'albergo VinoCap Tarcisio Michelon, a Radio Viva, Radio Bento e Radio Conegliano, Nestor José Foresti, Coral Terra Nostra in particolare a Elena e Nelson Franceschini, Agenzia Giordani Turismo LTDA, Beto Valduga che canta una bella canzone vecchia italiana "Abassa la tua radio", a Remy Valduga, che mi ha regalato il suo libro "Sonho de um imigrante". A BENTO GONÇALVES TUTTA. (20070617)

sottotitoli a cura di: Barbara Di Fede

ENGLISH VERSION - VERSIÓN EN ESPAÑOL

 
 
PRESENTAZIONE: ecco a voi il primo della serie di documentari che conto di montare con il materiale catturato durante il Cammino in Messico. Comincio con grande sprint, con un documento che sicuramente non vi lascerà indifferenti. Molti infatti si chiederanno cosa c'è di messicano in queste immagini. Signore e signori, vi presento Chipilo, una energica comunità di veneti (la maggiorparte provenienti da Segusino, un paesino della provincia di Treviso) arrivata nel 1882 in Messico perchè "maltrattata" dalla sua terra d'origine e ubicatasi nello stato di Puebla, a pochi km. dalla omonima città messicana!
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MIRACOLO E FOLLIA: mai prima d'ora avevo incontrato nei miei Cammini di ricerca, una comunità veneta che ancora oggi a quasi 130 anni dal suo arrivo in Messico, parla il dialetto della città di provenienza COME PRIMO IDIOMA! Per le strade, nelle piazze, nei bar, dappertutto, grandi e piccini, i "chipileños" comunicano tra di loro in dialetto veneto, quello di una volta! che qui si è cristallizzato, come tutta la cultura e le tradizioni del nordest italiano. La cosa più sorprendente però è che i cittadini messicani arrivati a Chipilo per questioni di lavoro, sono in qualche modo costretti ad imparare l'idioma "chipileño".. una vera follia! Ma non pensiate che gli abitanti di Chipilo siano chiusi in una cupola di vetro: hanno saputo abbracciare la tradizione messicana senza però dimenticare le loro origini. Sono messicani orgogliosamente italiani.
LA MUSICA: la storia di Chipilo è racchiusa nell'Inno di Chipilo (MP3 in basso). Una canzone che racconta le vicissitudini dei primi migrati che dalla nave si emozionarono vedendo che la bandiera messicana era così simile al tricolore italiano. Per quanto riguarda le vecchie canzoni venete, invece, sono rimasto un po' deluso: a parte le intramontabili e classiche "Quel mazzolin di fiori" o "Me compare Giacometo" sembra che la tradizione canterina veneta sia andata persa; con tutto quello che avevano nell'anima non pensavano certo a cantare! mi spiega Julieta Mazzocco, una delle intervistate del video. Stento un po' a credere a questa dichiarazione, perchè tutte le esperienze di ricerca mi insegnano che il canto è sempre stato usato per dimenticare la fatica durante il lavoro nei campi e per alleviare i dolori della nostalgia della madrepatria. Quindi, giudico le mie ricerche musicali chipileñas non ancora terminate. Un ottimo pretesto per tornare!
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LA MIA ESPERIENZA: sono arrivato a Chipilo qualche giorno prima di Natale. L'accoglienza è stata calorosa e l'atmosfera di casa. Ospite dei Precoma, una famiglia tipicamente italiana ma con un tocco messicano che ha donato una vena esotica ad un'esperienza indimenticabile, sono stato trascinato in un turbine venetomessicano che ha dell'incredibile, a volte stentavo a crederci!. I chipileños mi parlavano in dialetto veneto e devo ammettere che facevo un po' di difficoltà a capirli. Io comunicavo in spagnolo, perchè ho il difetto che in America Latina non riesco a parlare il dialetto delle mie parti. La festa di natale è stata tipicamente in stile italiano/veneto, con il classico cenone e pranzo a seguire, con grandi tavolate imbastite di piatti di polenta, baccalà a fianco di ensalada navideña e tacos.. come dire: Natale in famiglia! Sono poi tornato a Pasqua e ho visto fare una tradizione che qui da noi si è ormai persa o è passata al folklorismo: quella del Rigoletto! La sensazione che ho provato è stata quella di vivere in un mondo a parte, ne messicano, ne italiano, quel bellissimo tipico mondo Chipileño!
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RINGRAZIAMENTI: in primis alla famiglia Cielo Galeazzi e alla Famiglia Precoma che mi hanno accolto e patrocinato (vedi Servicio Chipilo S.A. de C.V. e Taller El Muñeco) all'Ass. Trevisani nel Mondo che mi ha raccomandato a Chipilo e a tutti i chipileños che mi hanno accolto! Non vi dimenticherò mai!
 
                            LE FOTO - VERSIÓN EN ESPAÑOLL'ARTICOLO DI GIORNALE
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                                              vedi anche il reportage di Anna
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28-02-11 Playa Vicente, Veracruz. Oggi vi porto nell'anima di una vera festa di Fandango, ossia di un rituale festoso dove tra le note dell'energico Son Jarocho, s'intreccia la vita sociale di un'intera Comunità. Parole di Arturo Barradas, creatore del progetto culturale comunitario "Los Soneros del Tesechoacán" (vedi post: A scuola di Bamba) che nel video ci spiega il vero significato di questa cultura social-musicale.

Questo modo di fare festa che fino a pochi anni fa era sulla soglia dell'estinzione, pare
oggi ritrovare nuovo vigore tra le giovani generazioni, che con rispetto e dedizione imparano e condividono con gli anziani l'arte del divertimento dei tempi senza la televisione. E così tra suonate interminabili, spettegolezzi e grandi abbuffate, si rafforzano le relazioni sociali e il gusto di condividere un momento di festa paesana.

Io me la sono vissuta tutta, dalla preparazione degli addobbi  durante il caldo pomeriggio fino all'ultima nota nel profondo della notte. Si tratta di un Fandango che la comunità di Miguel López aspettava da tempo, (mi piace pensare che aspettava me). Spero che le immagini del video che vi propongo riescano a catapultarvi nella carica atmosfera vissuta in quella notte.  VERSIÓN EN ESPAñOL
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                                                               MÁS FOTOS - PIÙ FOTO

Agradecimientos: Arturo Barradas y su linda Familia, Comunidad Miguel López

     

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01-02-11. Oggi pubblico una bellissima canzone che ho registrato in casa di Emilio Perujo, un musicista che ha un gruppo di Mariachi tradizionale. Speravo di conoscere il gruppo al completo, ma alle preve c'erano solo 3 elementi: María Perujo (cantante), José Luis Perujo (violino) e Emilio alla chitarra.   

La conversazione: sicuramente ritornerò, ma la serata è stata comunque produttiva: il trio mi ha suonato dei pezzi molto caratteristici della tradizione messicana, alternando le note ad una piacevolissima conversazione bagnata da dell'ottima tequila. La conversazione in questa parte del mondo è molto importante e raggiunge livelli di comprensione e di comunicazione molto alti.

Tornando alla musica: la canzone che sta qui sotto si chiama "La Bruja" (la strega). E' una canzone dello stato di Veracruz Sud-est del paese. A Veracruz è molto diffusa la stregoneria. Nella città di Catemaco si organizza tutti gli anni un festival de la brujeria nel quale si riuniscono chamanes, curatori, stregoni di magia bianca e nera. Forse andrò a fare una visita in questi giorni.

Donna Strega: nell'immaginario collettivo "strega" è anche sinonimo di "donna" nel senso buono e cattivo. Analizzando il testo di questo pezzo ci si rende conto che i doppisensi sono numerosi: la bruja di questa canzone è una donna "poco di buono" che succhia "il bambino" (nella credenza popolare le streghe sono attirate dal sesso dei bambini), più tardi la bruja viene mledetta perchè succhia l'ombellico a suo marito, ma pretende anche di succhiare il protagonista dela canzone, magari trasformandolo in una pietruzza per renderlo indifeso.

Testo: che bello è volare alle due del mattino, volare e lasciarsi cadere, tra le braccia di tua sorella, quasi mi viene da piangere. Mi prende la strega, mi porta a casa sua, mi trasforma in un vaso di zucca. Mi prende la strega, mi porta sulla collina mi fa sedere sulle sue gambe, mi da dei baci. Ay mi dica, quante creature si é succhiata? Nessuna, non vedi, che voglio succhiare solo te. Ho litigato con la strega, nel mezzo della savana. Mi ha detto che mi avrebbe messo una iguana nella pancia che mi avrebbe morso. E adesso si maledetta strega, ti sei gia succhiata mio figlio, e adesso vai a succhiare l'ombellico a tuo marito. Mi prende la sterga, mi porta a casa sua, mi siede sulle sua gambe e mi da da mangiare. Mi prende la strega, mi porta di là, mi siede sulle sue gambe e mi dice già vai. 

Voce: María Perujo
Chitarra: Emilio Perujo

 
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anche Giuliano Prepa...
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grazie meraviglioso ...
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How wonderful that y...
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