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Archivio Io Suono Italiano ?     archivio dal tango alla musica caraibica

01-10-2007
Isla Margarita, perla del caribe venezuelano, piccolo paradiso terrestre del Mar dei Caraibi e presunta meta finale del "Cammino della musica".
Ad invitarmi qui è Larry Salinas, direttore del Coral Infantil UNEG, un coro composto da "bambini speciali" del quale parlerò nei post più avanti.
Le note di questa isola parlano chiaro: mare, sole, estate eterna.
La musica caraibica margariteña mi è stata raccontata e suonata direttamente da chi nell`isola ci è nato ci vive la vita. Ad accompagnarmi in questo viaggio musicalcaraibico è Yrael Antuare mandolinista, cuatrista, bassista, compositore, cultore e protettore della musica margariteña. Con la sua jeep lasciamo la zona turistica per addentrarci nel cuore dell`isola dove incontriamo la vera essenza ed il sapore margariteño distanti mille miglia dai lussuosi alberghi della costa.
 
Arriviamo in un paesino chiamato Ciudad de Juangriego nel Municipio Marcano. Qui Yrael gironzola tra le viuzze del piccolo paesino, fermandosi di tanto in tanto in casupole graziose e colorate, dalle quali ne esce accompagnato da signori che imbracciano strumenti tradizionali. Si tratta dei componenti del gruppo Paraguachoa, uno dei gruppi più rappresentativi e conosciuti dell`isola. Yrael dice che "tenemos suerte" per averli incontrati senza nessun preavviso. La cosa che mi ha colpito di più non è tanto la fortuna nell`averli trovati, quanto la loro disponibilità nel mollare tutto, imbracciare lo strumento e andare a suonare la loro musica. "Questo è il carattere del margariteño" mi spiega Yrael.
I musici hanno alle spalle anni di ritmo caraibico e non sono ancora stanchi di declamare la gioia musicale dell`isola. Yrael mi confessa che dopo questa generazione la musica folklorica margariteña sarà in pericolo di estinzione. Purtroppo anche da queste parti sembra che le generazioni più giovani non abbiano l`attitudine ad interpretare e preservare la propria musica, ma che preferiscano lasciare il posto a ritmi moderni e provenienti da altri paesi. Yrael e sua moglie lavorano in tre scuole di musica dell`isola e il loro obiettivo è proprio quello di educare i giovani musici a valorizzare la propria cultura musicale. I musici si radunano in cerchio sul giardinetto della casa di Victor Riveira, il mandolinista del gruppo ed un filo di corrente viene fatto calare da un albero per alimentare l`unico strumento elettrico: il basso di Yrael. Per il resto sotto un sole cocente rinfrescato di tanto in tanto da una provvidenziale brezza marina, si suona in acustico con Maracas, cuatro, mandolino, tombadora e voce.
 
Parlare del gruppo Paraguachoa significa parlare di 40 anni di musica margariteña e di più di 60 musicisti che ne hanno fatto parte. Il nome della formazione deriva dall`antico nome dell`isola caraibica chiamata così dai suoi abitanti originari: gli indios Guaiqueries. Paraguachoa significherebbe nel loro idioma "abbondanza di pesce".
La quantità di musica margariteña è grandissima; Yrael mi dice che nell`isola si contano più di 15 generi differenti. Merengue margariteño, punto, zumba que zumba (quella del video sopra), Jota, malagueña... i più rappresentativi di Margarita dice però siano il Galeron e il Polo. Pare che questi due generi siano nati proprio qui e poi trasportati e personalizzati anche in altre zone venezuelane. Tutti i generi venezuelani comunque arrivano da Cubagua (sud di Margarita), perché è qui che approdarono le imbarcazioni degli spagnoli che, assieme al loro carico, portavano anche la caratteristica cadenza andalusa che è andata ad influenzare poi tutta la musica venezuelana. Polo, jota, malagueña e altri sono infatti generi tipicamente spagnoli, ma che hanno qui assunto ed incorporato nel tempo un sapore caraibico che li ha resi ben differenti dagli omonimi spagnoli.

Il pezzo che metto qui sotto è un galeron interpretato dal gruppo Paraguachoa. Questo genere tipico dell´isola Margarita é suonato anche in altre parti del Venezuela e in altri paesi del Caribe, ma con stile e cadenza differenti. Yrael Antuare mi racconta che il periodo più adatto per ascoltare il galeron è maggio, quando si celebra la "cruz de mayo", una festa religiosa venezuelana molto sentita. In altri momenti dell´anno il galeron è comunque suonato come "pagamento di una promessa" fatta ad un santo cristiano. In questo caso la persona che fa la promessa organizza una festa in casa sua, dove si omaggia il santo con fiori, frutta e.. galeron. Il canto comincia dopo un preludio di bandolin, cuatro e guitarra. I cantori variano in numero da uno a sei e si alternano cantando strofe improvvisate di dieci versi rimati chiamati appunto "decimas". I cantori devono essere maturi e molto preparati, in quanto devono improvvisare su temi che riguardano religione, storia, mitologia e leggende paesane. Solitamente quando ci sono più cantori si fanno tre ronde: nella prima si omaggia il patrocinatore della festa, il santo e tutti i presenti, nella seconda si improvvisa su un tema libero e nella terza accade quello che si chiama "contrapunteo", che sarebbe una sorta di sfida tra i cantori che si "burlano" tra loro con provocazioni satiriche, alle quali bisogna prontamente controbattere mantenendo sempre la forma rimata! Questa di burlarsi del prossimo pare sia una caratteristica del carattere margariteño, che coglie ogni occasione comica per costruirci sopra una canzone. Le ronde di Galeron possono durare molto tempo e i cantori tra uno e l´altro si riposano, conversano, mangiano e bevono (i musici invece non si fermano mai). Il galeron non è solo un genere utilizzato in celebrazioni religiose, ma pare che ogni scusa, ogni avvenimento, sia buono per inventarsi una decima rimata, come in questo caso, dove la fantasia di Alejandro Salezar dedica a me e a tutta l´Italia questo magnifico galeron.

IL TESTO: (un rigraziamento a Anamaria Mendoza per la trascrizione)
"Hai!!! Galeron estoy cantando
llevando el rumbo en la proa
y el grupo Paraguachoa
aqui me està acompañando..
y a la vez
aqui enviando
para ese pueblo italiano
un galeron soberano
muy alegre e bien cantado
e aqui es regalado
dal pueblo neuspartano
Hai!! siguiendo la versacion
y mi musa bien diseña
musica margariteña
con una gran expresion
a travez del galeron
como te lo expresa ahorita
en esa ver visita
lleva buen recuerdo
de mi Isla Margarita

Ringraziamenti: Larrys Salinas, Yrael Anture, Gruppo Paraguachoa: Julian Marin, josé Ramos, Alejandro Salezar, Filipe Rivera, Victor Rivera, Erich Perez, Javier.

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24-09-2007
Sessantatre anni, musicista,  ballerino, patrimonio culturale vivente e un sorriso smagliante, anzi... d`oro.
Santos Josè Tomedos è il maraquero più famoso di Ciudad Bolivar, la capitale del Estado Bolivar de Venezuela.
L`ho trovato proprio qui in uno dei punti più suggestivi della sua città natale, dove dall`età di nove anni suona e balla con il suo strumento preferito e simbolo nazionale del Venezuela: las maracas.
"Io suono lo strumento che rappresenta il cuore della musica venezuelana" si vanta, "Perchè fa cick ciack".
Le maracas sono sicuramente il sapore della musica venezuelana: assieme ad arpa e cuatro rappresenta il Venezuela musicale, ma a differenza di questi altri due strumenti le maracas si impiegano in quasi tutti i generi del territorio nazionale (joropo, pasaje, merengue venezuelano, malagueña, chimbagüele...) e non solo. Josè mi spiega che il suo strumento è utilizzato a livello internazionale come nella musica cubana (bolero, cha cha cha, danzon), in quella portoricana (salsa, merengue) e nel samba del Brasile che mi sono lasciato alle spalle.
 
Oltre ad esibirsi in varie parti del mondo come solista o in formazioni, Josè è maestro ed insegna la sua arte ad aspiranti maraqueros anche di 4 anni, che dice siano già capaci già di imitare alla perfezione il suo show. "Il mio compito è quello di tramandare questa arte ai miei allievi perché non si perda". La tecnica di Josè sembra infatti essere unica ed originale. Lui dice che non utilizza nessuna influenza spagnola o indigena, e che i suoi movimenti sono un adornamento alla musica delle maracas. Quello che vedrete è quindi un pezzo raro e prezioso.. come le iniziali di oro incise nei denti di questo maraquero venezuelano.
 
La maracas è un idiofono. La sua origine è indigena anche se non è ancora chiusa la diatriba con chi ritiene che sia africana. Sta di fatto che il termine maracas è criollo venezuelano e lo strumento è creato da un frutto chiamato tapara, che cresce qui. Il frutto rotondo e di diverse dimensioni viene svuotato, riempito con della semiglia e alla sua base viene inserito un bastone che serve per sostenere lo strumento. Nella musica folklorica viene utilizzato in coppia, mentre in quella indigene si usa una sola maracas.

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17-09-2007
Eccomi giunto in terra venezuelana, lasciandomi alle spalle la foresta ed il suo Brasile. Devo dire che chiudere un capitolo così grande e così lungo fa un certo effetto, e la sensazione è quella che si sente alla fine di un viaggio, anche se paradossalmente di fronte a me c`è un nuovo paese che mi aspetta e che avrà sicuramente molto altro da offrirmi. Purtroppo tempo e denaro che mi restano sono veramente pochi e, a meno che le cose non cambino, riuscirò a conoscere solo una piccola percentuale della musica venezuelana. Quindi mi rimbocco le maniche e cerco di sfruttare al meglio la mia permanenza in questo nuovo paese.
La prima tappa prevista è Puerto Ordaz. Qui ad aspettarmi c`è un mio vecchio amico di infanzia Fabio Annarelli che da otto anni si è trasferito qui. Fabio è stato il primo anello tra quelli che hanno formato la lunga catena di importanti contatti utili al mio intento.
Devo dire che l'accoglienza ricevuta e la collaborazione al progetto sono state tra le migliori fin d'ora. Il popolo venezuelano si è dimostrato incredibilmente cordiale ed interessato a farmi conoscere le proprie musiche e la propria cultura
Puerto Ordaz è una città di un milione di abitanti bagnata dai fiumi Orinoco e Caroni (due fiumi importantissimi). La sua architettura non fa pensare ad una città latinoamericana. Strade, auto, palazzi, costruzioni moderne e numerosi centri commerciali colossali ne fanno una città in stile nordamericano, dove si respira benessere. Vicino, la città di San Felix, decisamente più "sudamericana". 
Puerto Ordaz è una città molto giovane, fondata negli anni '60, quando masse di emigrati provenienti da varie parti del mondo, tra cui come al solito l'Italia, emigrarono qui per cercare lavoro o impiantare imprese legate alla produzione di alluminio e derivati del ferro. Puerto Ordaz vanta infatti grandi possedimenti mineraria e numerose sono le fabbriche dello stato che si possono vedere ai margini della città. Il papà di Fabio, Paolo Annarelli, nato a Mestre e arrivato qui appunto in quegli anni, mi racconta quanto è stato veloce lo sviluppo urbano della città incominciato con poche casupole e capannoni.
                                                        Foto: El Callao
L`importanza di trovarmi in questa città sta nel fatto che è situata nello stato di Bolivar, la zona dove si suona il Calipso. Ascoltando e documentando questo genere posso dire di essere arrivato finalmente ai caraibi!! Non tanto fisicamente, quanto musicalmente. Il Calipso infatti è un genere musicale che arriva proprio dalle belle isole caraibiche. Questo genere apparentemente così allegro non nasce però in occasione di feste e momenti spensierati trascorsi nelle spiagge bianche: ancora una volta siamo in presenza di un genere creato dal frutto del lavoro degli schiavi africani. Il Calipso nasce nei campi di canna da zucchero quando gli schiavi usavano il canto per comunicare, essendo proibito il parlare tra di loro.
La vera culla del Calipso venezuelano  è la città di El Callao a due ore da Puerto Ordaz. Io e Fabio partiamo con un`alba meravigliosa per raggiungere la città dell`oro. El Callao infatti, oltre che per il Calipso e il suo carnevale, è nota per i giacimenti auriferi, ed è proprio grazie all`oro che il Calipso arrivò qui e si personalizzò in questa città: masse di manodopera e ricercatori d'oro provenienti dalle isole caraibiche accorsero intorno agli anni 1860 - '70. Non dimentichiamo che le Antille erano colonie inglesi e francesi e che quindi quelli che arrivarono a El Callao, parlavano le rispettive lingue. L`idioma principale del Calipso è l`inglese, che qui a El Callao si è mischiato con il francese e con il castellano, dando origine così ad un idioma chiamato Patois (si pronuncia Potuà) che è appunto un idioma che contiene un po` di tutti questi idiomi.  Inoltre il Calipso caraibico arrivato qui in venezuela si è per così dire "venezuelanizzato", e ha introdotto gli strumenti tipici del paese per interpretarlo: cuatro, rayo, bumbà, maracas.  

A raccontarci tutto questo è l'Assessore alla cultura e al turismo di El Callao Ismael Sama e i musici della città per i quali il Calipso è una "ragione sociale". "Qui i bambini quando nascono sanno già ballare il Calipso e giocare a calcio" mi dicono. (Lo sapevate che lo sport nazionale del Venezuela è il Baseball? però a El Callao è il calcio...).

Ismael porta me e Fabio in giro per la piccola città dell`oro.  Dappertutto insegne di compra vendita del metallo prezioso e gioiellerie. Passeggiando incontriamo Carlo London uno degli interpreti più conosciuti del calipso del Callao. Un signore sulla cinquantina molto cordiale e disponibile, appena tornato da Londra con il suo grande gruppo "Family Ground". Ci diamo appuntamento per il pomeriggio nella sua casa, dove promette di cantarci i suoi grandi successi. Nel frattempo andiamo a trovare la signora Aleyandra de Murati. A El Callao ci sono ancora 5 o 6 persone che sanno parlare in Patois, e una di queste è proprio lei. Aleyandra è una signora anziana di 75 anni. Fa fatica a parlare, ma quando ci riuniamo intorno al tavolo della sua bellissima casa con i due figli Emilia Murati cantante e Daniel Murati cuatrista , non esita un solo istante ad alzarsi dalla sua comoda sedia e ballare al ritmo del calipso. Poi mi firma il disco che prima mi ha regalato Ismael, nel quale c`è un pezzo scritto da lei - praticamente in questo disco suonano tutti gli abitanti di El Callao -  Si chiama "Patois dance" e c`è una frase in patois che dice: "Mue ca vini tu tale a dancè?" di facile traduzione. Salutiamo la gentile famiglia calipsa per dirigerci alla casa di Carlo London che ci sta aspettando con parte del suo gruppo "Family Ground". Nella veranda della casa, con lo sfondo sonoro di una lieve pioggerellina, ne è uscito questo bel poutpourri.
Il pezzo qui sotto è un Poutpourri di successi di Calipso interpretato da parte del gruppo "Family Ground": Carlo London (voce), Edluis Garcia (tambor), Wilfred Hurtado (cuatro), Ismael Lezama (campanas). Carlo mi spiega che generalmente i testi del Calipso sono di protesta. Si tratta però di una protesta ironica e leggera, dove si denuncia e si informa in modo satirico sui problemi politici, economici e sociali del paese o della città. Il pezzo è suonato nella sua forma più tradizionale, ma oggi il calipso usa strumenti moderni come il basso e la chitarra elettrica, la batteria, i fiati. Uno degli obiettivi principali del gruppo "Family Ground" è proprio quello di preservare la forma tradizionale.
 
15-09-2007
Alzate il volume ed abbassate le palpebre!
Questa non è solo musica, è Amazzonia!
L`ultima tappa del grande Brasile, la più aspettata, la più sognata, la più immaginata, la più mitizzata, la Foresta.
Quasta volta non strumenti e canti umani, ma suoni della foresta e canti di animali, mischiati insieme a formare una sinfonia selvaggia.
Una passeggiata fra la vegetazione della jungla impenetrabile che pullula di vita animale fino ad arrivare ad una grande cascata di acqua nera.
E con questo pezzo faccio un inchino, saluto e ringrazio. Mi congedo con saudade da questo splendido Paese che tanto mi ha dato ed insegnato, e dove certo non sono mancate difficoltà e ripensamenti.
 
I prossimi articoli parleranno venezuelano; sono già lì, altra cultura, altra gente, altre idee, usi e costumi, ritmi e soprattutto... altra musica.
Buon viaggio!
 
04-09-2007
Dopo quattro giorni di viaggio in barca percorrendo il Rio delle Amazzoni sono finalmente arrivato a Manaus, capitale dello stato di Amazonas e ultima tappa in terra brasiliana. Manaus è una metropoli di due milioni di abitanti, ficcata nel mezzo della Foresta Amazzonica. Raccoglie tutte le caratteristiche e i difetti di una grande metropoli come smog, traffico, rumore e caldo massacrante; ma basta percorrere pochi metri dal centro per addentrarsi nel paradiso selvaggio della foresta più famosa del mondo e dimenticarsi presto del cemento di Manaus. La cosa che mi ha colpito di più di questa città a suo modo così affascinante, è che anche di giorno si possono sentire i grilli che riescono a concorrere con il rumore dei motori. La vicinanza alla foresta, le forme strane di pesci e frutti esotici che si trovano in tutte le bancherelle, i lineamenti indigeni degli abitanti e... l´umidità, fanno di Manaus una città densa di energia e mistero. Qui ad attendermi c´è Don Mario Pasqualotto, vescovo ausiliare della diocesi di Manaus. Lui qui tra le altre cose gestisce un centro per tossicodipendenti chiamato “Fazenda Esperanza” che ho avuto modo di visitare. Nell`occasione ho conosciuto Adriana, una ragazza ospite della fazenda che si è gentilmente offerta per cantarmi una canzone popolare di Manaus (Porto de lenha). Potete ascoltare il pezzo e la sua storia nella puntata n. 21 dei collegamenti con "Radio Vita".  Il contatto di Don Mario passatomi da Don canuto Toso (fondatore della “Trevisani nel mondo”) è per me molto prezioso: Lui ha molti contatti con comunità di indios locali.
 
Lo stato di Amazzonia a differenza di altre regioni del Brasile non presenta una caratteristica musicale ben specifica.

I generi musicali che si ascoltano da queste parti sono arrangiamenti personalizzati di generi provenienti per lo più dal famoso nordeste brasiliano. Ecco quindi che anche in Amazzonia si festeggia il Bumba meu Boi (vedi post: Bumba meu Boi), si balla la Ciranda (vedi post: Riassunto pernambucano III) si suona il Carimbó (vedi post: Marajó, Carimbó, Timbó) ed il Forró. Tutti da queste parti sostengono fermamente che questi generi hanno poco a che fare con gli omonimi nordestini. Diciamo quindi che sono dei "lontani parenti". Io così penso che la vera musica tradizionale, popolare, folklorica dell´Amazzonia sia la musica degli indios. Questo è comunque un argomento abbastanza dibattuto e sicuramente qualcuno potrebbe lanciarmi peste e corna per quello che ho appena scritto.  

La questione degli indios a Manaus, e pare in tutto lo stato di Amazzonia, è assai delicata. Innanzitutto il termine “indio” è spesso usato da questa parti per indicare una persona che non lavora, che veste male e che ha poca voglia di fare. L´indio sarebbe un fanullone, sfaticato e povero. Nulla a che fare quindi con il valoroso guerriero della foresta che resiste ai vizi e ai difetti della società moderna. Questa funzione così dispregiativa, attribuita a questa parola, ha creato e crea tutt´ora diversi problemi a quegli... indios che entrati inevitabilmente in contatto con la "civiltà moderna" vorrebbero integrarvisi. 

Io con Yu-u quesique comunitá Tikuna

foto: AMILCIAR GUALDRON www.flickr.com/photos/amilkm

Grazie a Don Mario Pasqualotto vengo presentato a due operatrici del CIMI www.cimi.org.br che mi permettono così di andare con loro a visitare una comunità indios situata ai margini di Manaus chiamata "Tikuna", che è anche il nome dell'idioma che i suoi abitanti parlano e cercano di preservare http://www.proel.org/mundo/tikuna.htm

La comunità è un insieme di casupole in mattone sistemate in un avvallamento della città. Noi entriamo in un edificio visibilmente più nuovo del resto delle case. Si tratta di un centro culturale costituito da poco, che ha diverse finalità di preservazione della cultura Tikuna. All`interno, alcune vecchie stanno preparando oggetti di artigianato indigeno (una delle maggiori attività redditizie della comunità) con materiali provenienti dalla foresta. Bambini bellissimi schiamazzano giocando con un aquilone. Le due operatrici del CIMI mi presentano il cacique della comunità: "Yu-u" questo il suo nome in Tikuna (Domingo il nome in portoghese) è un uomo sulla quarantina, con lineamenti molto particolari e un po' orientali. Ci accomodiamo su delle sedie disposte in cerchio: io, lui, le due operatrici CIMI e un altro uomo della comunità. Cominciamo a conversare, io spiego che cosa sono venuto a fare qui e quali sono le finalità del progetto. Inizialmente Yu-u sembra totalmente annoiato, disinteressato e quasi spazientito per la mia presenza. È seduto proprio davanti a me a pochi metri, ma evita di guardarmi e di parlarmi.  Ad ogni mia proposta di collaborazione mi risponde indirettamente dicendo ad una delle operatrici CIMI di riferirmi che non si può, che se voglio ascoltare della musica devo andare domenica nella piazza dove si esibiranno. Io spiego che posso comprendere il portoghese e che non sto cercando una esibizione per turisti, ma qualcosa di più profondo.  Racconto di altri incontri con indios che mi hanno lasciato l'amaro in bocca e che non voglio ripetere l`esperienza (vedi post: Il cuore della musica). Yu-u sembra non sentirci. Io allora non insisto più. La conversazione si sposta verso altri argomenti e io ascolto in un silenzio rassegnato. Poi d'un tratto Yu-u prende il sopravvento sulla conversazione e comincia a parlare a me direttamente. Non so quale sia stata la molla che ha fatto scattare il meccanismo, ma all'improvviso si è completamente aperto raccontandomi la sua storia, quella della sua aldeia e molte curiosità ed informazioni che mi hanno fatto meglio comprendere la situazione degli indios.

 

"Quando sono arrivato qui a Manaus provavo vergogna a dire che sono Indio" ...Parlavo solo con il capo del mio lavoro e ho imparato il portoghese in fretta dimenticando il mio idioma...Poi ho conosciuto il CIMI e queste persone mi hanno fatto capire il valore della tradizione e l´importanza di preservare la mia cultura ... Prima ero solo e pensavo di farcela, poi ho capito che da solo non sono nessuno e allora ho cominciato a raggruppare tutti i membri della aldeia "spaiati" per la città per formare un gruppo forte che provasse orgoglio nell´essere Tikuna"; ecco così che Yu-u viene nominato cacique della comunità e con l´aiuto del CIMI e di tutti gli abitanti della comunità dà vita a questo centro culturale, dove professori indigeni insegnano a parlare, leggere e scrivere portoghese e Tikuna ad adulti e bambini. Ha formato un gruppo "Wotchimaucu", che esegue canzoni e danze originali composte dalla comunità che si esibisce spesso nella città. 
Faccio una domanda forse un po' ingenua e azzardata, chiedendogli come mai ha deciso di lasciare l´aldeia nella foresta per stabilirsi qui in città. Lui mi risponde: "Per dare una vita migliore ai miei figli".
 
Aldeia Tekoa Koenju (Rio Grande do sul, Brasil) nota la antenna parabolica
Amici di Manaus che sono coinvolti in progetti di ricerca o lavori con comunità indigene, mi hanno spiegato che quando gli indios entrano in contatto con la società moderna (evento più indotto che voluto) cominciano a conoscerne le "comodità"  e a.. desiderarle.  Ecco che anche le aldeias in mezzo alla foresta cominciano a fornirsi di corrente, televisione, telefono, satellite...  Yu-u mi racconta che ora la sua aldeia ha più comodità della comunità nella città! Cresce in questo modo il bisogno di denaro per procurarsi la propria parte di tecnologia e così arriva il lavoro, il contatto, il confronto, il bisogno di conformità, di educazione, di integrazione.  Questa sequenza diventa spesso un vortice pericoloso che porta alla svalutazione della propria cultura e in certi casi alla rinnegazione di essa in cambio di una vita più comoda nella civiltà dei bottoni.  
Yu-u ha capito in tempo l'importanza di non perdere e di non perdersi ed ora con la dignità che deve portare un vero cacique, si batte per preservare e proteggere le sue vere origini ed il valore nobile del suo essere indio.
La canzone che metto qui sotto si intitola "Canto da Nossa Terra". È una canzone composta da Yu-u e suonata dal gruppo da lui creato. A differenza delle comunità che ho visitato fin ora (vedi post: Il cuore della musica e Tekoa Koen ju) lo stile risente notevolmente delle influenze musicali occidentali. Pare una tipica canzone usata nelle funzioni religiose cristiane. L`idioma è in Tikuna. Gli strumenti usati sono chitarra acustica e tambores. Le voci maschili e femminili a differenza delle comunità che ho visitato, non cantano all`unisono, ma per intervalli di terza. La danza per questa canzone è individuale ed eseguita da sole donne che alternano prima in avanti poi indietro la gamba destra seguendo il ritmo del pezzo. Durante la visita alla comunità ho ascoltato anche altri pezzi utilizzati in occasioni di specifici rituali, come ad esempio quello della "moca nova", dove si festeggia il passaggio della donna allo stadio adulto quando arriva la prima mestruazione. In questo caso, la musica è ben diversa da questo pezzo, e assume sonorità molto più "indigene" con l`utilizzo di strumenti per lo più di percussione.

TRADUZIONE DEL TESTO
Che bello. Se tu conoscessi la nostra terra santa dove gli maguta sorgevano.
Nel paradiso dove i Tikuna nascevano, dove noi sempre viviamo. Sempre andiamo.
I nostri rituali tradizionali. Manteniamo sempre i nostri costumi lasciatoci dall´eroe creatore degli uomini, Nguta.
RINGRAZIAMENTI: Don Mario Pasqualotto, Don Olindo, Yu-u e tutta la comunità Tikuna, le operatrici del CIMI, i ragazzi della Fazenda Esperanza (in particolar modo Adriana), Marcia Meneghini, Patricia Colares, Satya, Marcia e Rafaela.
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Quelli che stanno seguendo il mio cammino si saranno sicuramente resi conto che non sto affatto seguendo il percorso segnato sulla mappa stabilito in fase di progettazione.

Del resto viaggi di questo tipo trovano facilmente il pretesto e l´occasione per variare, deviare, stravolgere una rotta pensata ed immaginata solo dall´altra parte dell´oceano, in base a pochi contatti e deboli conoscenze. Non nascondo nemmeno che uno degli aspetti più affascianti del viaggio è quello di farsi trasportare dall´onda incontrollata degli eventi, che sembrano farsi beffe di tabelle e tempi di marcia stabiliti in partenza. Questo è un viaggio che si crea nel viaggio, grazie a incontri e contatti che si racimolano man mano che si avanza: “Potresti andare lì che c´è questo tipo di musica” “se domani vai lì trovi una festa popolare!” “In questa città conosco un tale che suona..” “vai lì che è bello!”... devo ammettere che le proposte e le alternative sono così numerose che ogni volta mi costa molta fatica decidere, e vivo sempre una forma di rimpianto per le scelte scartate. Del resto da queste parti non basterebbe una vita per fare tutto.
A portarmi a Itaituba sono state due cose, anzi tre: due inviti legati da una coincidenza. Ero a São Luis (vedi post: Bumba meu boi) quando ho incontrato Cloves, che mi ha invitato a Itaituba dove è situato uno dei parchi dell´Amazzonia - l´idea di staccare per un po´ dall´umanità per aprire i contatti con fauna e flora amazzoniche mi stimolava molto - ero a Belem quando poi ho ricevuto una mail di invito da parte della “Secreteria de Educaçao, Cultura e Desporto de Itaituba”  a conoscere la realtà musicale della piccola città amazzonica. Ad alimentare la coincidenza il fatto che Itaituba è una città che pochi conoscono e non è presente in nessun programma turistico. La città è situata nel mezzo della foresta ai lati del fiume Tapajó, un affluente del Rio delle Amazzoni, a 15 ore di barca da Santarem. Il passato di questa cittadina potrebbe funzionare bene per la trama di un film western di Sergio Leone. Itaituba è la città dell´oro, chiamata appunto “Cidade pepita e nella decade 70-80 squadre di brasiliani provenienti da tutto il paese, accorsero qui in cerca di fortuna, contendendosi il territorio ed il prezioso metallo a suon di pistolettate. Ora che di oro non ce n'è più la situazione è tornata alla normalità e Itaituba resta una città tranquilla dove il calore amazzonico non lascerebbe indifferente nemmeno satana. Oltre alla temperatura infernale Itaituba è una città che vanta alcune risorse turistiche non trascurabili: è affacciata sulle rive di uno dei fiumi più puliti al mondo con spiagge (ebbene sì!) incantevoli, è attraversata da una falda di acqua solfurea e a pochi km si trova il Parco Nazionale dell´Amazzonia. Quest´ultimo può essere visitato solo con un permesso speciale dell´IBAMA, che grazie alla “Secreteria de Educaçao, Cultura e Desporto de Itaituba” ho avuto la fortuna di ottenere.

Ma passiamo all´aspetto musicale, che è il denominatore comune del viaggio: Itaituba a differenza delle città visitate fin ora, non può vantare la carica di titolare di un particolare genere musicale. Le masse di culture provenienti da tutti gli angoli del paese in cerca di oro, hanno col tempo indebolito e scolorito la cultura originale itaitubana creando di riflesso una musica che attinge un po´ di questo, un po´ di quello, un po´ di Forró, un po´ di Carimbó... a spiegarmi tutto questo sono proprio i musici di Itaituba, riuniti per l´occasione nella bella piazza della città per un incontro organizzato dalla "Secreteria de Educaçao, Cultura e Desporto de Itaituba". E' qui che mi raccontano il passato e la realtà socioculturale di Itaituba: una città senza regole, legge e controlli, bersagliata dai garimpeiros (cercatori d´oro), sfruttata fino all´osso per il suo metallo prezioso e poi abbandonata a se stessa. Un via vai continuo di masse di popoli diversi, attirati qui da sogni di ricchezza tramutati spesso in tragedia, che hanno col tempo raschiato l´identità della città facendo diventare Itaituba la terra di nessuno.

- É tempo di riscattare la nostra cultura e valorizzare la nostra città - dice Ivan Araujo, produttore del CD "Ita em cançoes" (un progetto che ha appunto questo obiettivo). - Un riscatto attraverso la musica, i ritmi, le leggende, le storie e i costumi di questa grande miscigenação (mescolanza) esistente in questa terra de “pedras miúdas"-. Il CD raccoglie brani antichi e nuovi dell´antologia musicale di Itaituba arrangiati in chiave moderna dai musicisti della città. Non si tratta di un genere musicale, ma di una musica che parla di Itaituba, della sua gente, dei suoi valori, del suo fiume Tapajo e della sua naturalezza. É anche quest´ultima caratteristica l´elemento di discussione dell´incontro: la naturalezza o l´aspetto naturalistico, come valore e risorsa principale di Itaituba. Ivan e gli altri musicisti mi parlano di "innocenza amazzonica" ossia di ingenuità del popolo amazzonico nei confronti dalla natura, e che non si rende conto del valore, della bellezza, e della ricchezza che lo circonda. Parla un altro musico: - Si dice che il popolo amazzonico sia pigro, ma non è cosí: il fatto è che possiede tanta ricchezza naturale, ma non ha la visione (di valorizzazione di tale ricchezza) che può avere un nordestino o un suddista - e risorse che potebbero valorizzare ed arricchire la città, rimangono inutilizzate o, peggio, alla mercè di stranieri che ne fanno un uso errato ed incosciente.

Ecco che questo CD/progetto con la sua musica e le sue parole intende anche richiamare l´attenzione sull´aspetto naturalistico di Itaituba, considerandolo come parte integrante e fondamentale della sua cultura. Chiude Ivan dicendo "Penso che l´arte di cantare ci avvicini a quello che amiamo, creando così il sentimento di coscienza per la preservazione dei nostri valori naturali e culturali". Per la prima volta durante questo viaggio all´insegna della musica, ho incontrato un popolo e una città che cominciano ora a costruire la propria tradizione musicale usandola come arma contro il deterioramento della propria identità culturale.

Penso che quella di Itaituba sia una chiara testimonianza di quanta importanza goda qui l´arte musicale, considerata come l´ingrediente principale della ricetta culturale brasiliana.


Quella che metto qui sotto è una canzone presente nel cd "Ita em canções" intitolata "Nosso rio nosso Mar" di Jeconias Miranda. Per mantenere lo stile di questo viaggio e di questo blog che è quello di inserire canzoni registrate da me e dal vivo, i musici di Itaituba hanno eseguito il pezzo con gli strumenti che c´erano a disposizione: una chitarra e.. un mazzo di chiavi. Buon Ascolto.

IL TESTO:

Tapajó baixou de novo tucuxi voltou pro mar
No beiradão morena um aceno vem me dar
As águas estão bem mansas pro barquinho navegar
 
Tapajó nosso rio nosso mar
Tapajó sempre hei de te cantar
 
No trapiche o adeus de quem ficou e quem partiu
Itaituba tão serena sol na cuba do rio
A noite ao som das águas e no brilho do luar
Vai leme o comandante solitário a cantar
 
Veio a aurora e o caribe brasileiro lá estar território
santarém de catraias e bumba Tapajós uniu pra sempre
Itaituba Santarém os devotos de santana e de conceição tamben
RINGRAZIAMENTI: Secreteria de Educaçao, Cultura e Desporto de Itaituba e in particolare a Jonilson Oliveira (coordinatore di progetto), Profª Eliene Nunes de Oliveira e Regina. Ivan Araújo, Cloves e Joan. A tutti i musici di Itaituba presenti alla riunione. Un particolare ringraziamento al poeta giornalista Nazareno
 
16-08-2007
Sono arrivato a Belem al mattino presto, ho telefonato al contatto che avevo, ma avrei dovuto aspettare diverse ore prima di poterlo incontrare. Poco male! Una delle attrazioni principali della città capitale del Pará è il suo mercato Vero Peso, conosciuto come il miglior mercato del Brasile. Al mattino arrivano al porto i battelli carichi di pesci dai nomi e dalle forme stranissimi e centinaia di facchini portano diverse casse in equilibrio sulla testa. Uno spettacolo unico. Una immensa distesa di bancherelle dove è possibile trovare di tutto, addirittura amuleti afro brasiliani e filtri d´amore. Poi lo spazio dedicato alla gastronomia amazzonica. Qui tutto ha un sapore ed un nome esotico e la varietà di frutti colorati e tropicali provenienti dall´Amazzonia è vastissima. Belem sembra essere la città sulla quale il Rio delle Amazzoni scarica tutta l´energia, i colori, i profumi e i misteri della foresta più famosa al mondo, prima di diventare acqua salata.
Stanco delle grandi città, del rumore, del traffico, della folla, dello smog, ho deciso di prendermi dei giorni liberi (anche dal progetto) per ritirarmi in un posto aperto e distante da tutto.
Ho lasciato così la grande Belem per visitare la Ilha di Marajó, un immenso pezzo di terra grande come più paesi d´Europa ma con solo 90.000 abitanti sparsi in un territorio selvaggio e ancora vergine. L´isola bagnata dal Rio Pará, il Rio delle Mazzoni e dall´Oceano Atlantico è un vero paradiso terrestre. L´amico Arthur (il contatto diretto di Belem) mi consiglia di visitare la città di Cachueira do Arari, situata nel bel mezzo dell´isola. Io mi fido, e dopo un´ora di bus, tre ore di barca e due ore e mezzo di jeep arrivo, tra incredibili paesaggi popolati da mandrie di bufali, nel bel paesino. La città è formata da case in legno costruite su palafitte. Nell´isola di Marajó infatti piove per sei mesi all´anno ed il paesaggio estrememante secco che ho incontrato io, si trasforma in una immensa palude. In inverno gli abitanti di Cachueira si muovono in minuscole imbarcazioni.
Oltre al suo incredibile fascino, il paesino possiede un bellissimo museo interattivo http://www.museudomarajo.com.br/ "É il primo museo al mondo dove per conoscere qualcosa è necessario toccarlo" mi spiega il direttore Antonio Smith. Il museo è stato fondato da un connazionale italiano, Giovanni Gallo, un gesuita che dopo aver fatto missioni in moltissime zone del mondo si è sistemato proprio qui a Cachueira. Purtroppo è mancato quattro anni fa. La sua tomba è situata qui dietro al museo. Non basta una giornata per visitare il museo, dove sono custoditi reperti e segreti degli indios marajensi e della fauna e flora locali. Per scoprirli bisogna azionare ingegniosi meccanismi in legno, aprire porticine di bacheche, leggere aneddoti e curiosità su targhe in legno che piovono dal soffitto... davvero divertente. Conoscere il direttore è stata una vera fortuna: oltre ad avermi fatto da cicerone mi ha dato un passaggio per Salvaterra (città attrezzata turisticamente). Cachueira infatti non è attrezzata per l´ospitalità dei visitatori, non ha mezzi di trasporto (arrivarci è stato complicato e non c´era modo di tornare indietro) sembra essere abbandonata a se stessa. Un vero peccato perché una città cosí affascinante con un museo così particolare, andrebbe senza dubbio valorizzata.
Parlo ad Antonio e ad altre persone del progetto; in poco tempo la voce si sparge e poco prima di partire per Salvaterra appare Miquéios, presidente del gruppo di folclore di Cachueira, e mi invita a visitare il gruppo. Il giorno dopo mi alzo così di buon ora, nolleggio una moto, dimentico le belle spiagge di Marajó, e corro su due ruote per le strade rosse che portano al Carimbó di Cachueira. Un viaggio incredibile su 100 km di strada rossa che taglia una interminabile prateria di erba e acqua con bufali ruminanti che guardano diffidanti il mio avanzare.
 
Arrivo a Cachueira in tre ore e ad attendermi c´è Miquéios. Andiamo a pranzare in un ristorante che è la casa di una signora simpaticissima. Le chiedo se posso lavarmi le mani, ma lei mi risponde che l´acqua qui arriva al rubinetto solo tre volte al giorno per due ore e che adesso non è orario di acqua! Le chiedo se è nata Cachueira e se le piace vivere qui. Senza nessuna traccia di dubbio mi risponde che qui sta bene e le piace. Mangiamo maniçoba, la cosa più strana che mi sia capitato di mangiare: è una zuppa fatta con diversi tipi di carne cucinati assieme ad una erba (mani), che deve cuocere per una settimana intera, altrimenti sprigiona un potente veleno; poi uno strano pesce di fiume, del quale non ricordo il nome, con delle squame molto grosse e la carne gialla; poi Açai, una semibevanda dal colore viola quasi nero che deriva da un frutto amazzonico (açai) grande come una ciliegia: dal gusto indescrivibile, si beve/mangia mischiato con dello zucchero o della farina di manioca, o al naturale con dei gamberetti essicati al sole con il sale. Qui si trova dappertutto e io ormai non riesco più a farne a meno. 
Durante lo strano quanto gustoso pasto arriva Antonio Carlos Madureura, un maestro di carimbó e musica regionale. É nato qui a Cachoeira, da 30 anni è impegnato in progetti culturali, è compositore e autore. Facciamo una passeggiata e Miquéios mi porta a fotografare gli angoli più suggestivi della città, raccontandomi un po' della vita invernale: tutto quello che sto vedendo e la terra dove sto camminando, tra qualche mese saranno sommersi dall´acqua del Rio, che crescerà alimentato dalle pioggie interrotte. Carlos mi racconta che agli indigeni piaceva paragonare l´isola di Marajó a una tartaruga che per un periodo sta immersa nell´oceano e un altro emerge per prendere un po´ di sole. Io osservo in silenzio e provo ad immaginare una vita in questi posti lontani da ogni mia abitudine e lontani dallo stesso Brasile che ho visitato fin ora. 
 
Alle tre è stato fissato un ensajo (prova) con il gruppo folklorico. Si farà in una baracca di legno con dentro una signora che cuce a macchina. Cominciano ad arrivare i componenti del gruppo. Sono tutti bambini con occhi scurissimi e sorrisi bianchissimi. Non sono per nulla timidi e si divertono a farsi scattare foto e poi a ridere della propria immagine ritratta sul display della mia macchinetta fotografica, che temo non durerà ancora molto.
Due ragazzi siedono sugli abatoques o carimbó, gli strumenti tipici ed essenziali del genere carimbó. Sono due grossi tamburi di dimensioni diverse, di origine africana costruiti su due tronchi svuotati e chiusi con una pezza di cuoio. Nel piano superiore della casupola c´è un vero deposito di costumi tipici dell´isola. In breve tempo il gruppo è pronto per la esibizione e per ... la sfilata. Se prima di vestirsi i ragazzi si divertivano a farsi immortalare dall´obiettivo fotografico, figuriamoci adesso. Parte la musica sotto la direzione della voce del maestro Carlos Madureira, che canta pezzi propri e tradizionali dell´isola di Marajó, spiegandomi prima e dopo significato e senso del testo. Oltre ai musicisti, il corpo di ballo scatenato esegue delle coreografie elaborate da Miquéios molto suggestive. Pur essendo molto giovani i ballerini sono davvero molto bravi.
 
Sinceramente non mi sarei mai aspettato uno spettacolo così vivace fatto solo per l´occasione della mia visita. Purtroppo era da molto tempo che poter documentare la musica ed il ballo tradizionali risultava molto difficile per le ragioni che ho spiegato nel post precedente (vedi post Bumba me Boi). Carlos mi dice che per lui quello che sto facendo è una forma di divulgazione e promozione dell sua arte, perciò è ben contento di farlo. Miquéios mi dice che il suo gruppo folcorico formato nel 2006  ha l´obiettivo di "Mostrare la cultura marajoara che è la´attrazione principale di Cachueria do Arari"
Durante lo spettacolo, fuori cade un diluvio ed io temo di dover mettere dei salvagenti al posto delle ruote della mia moto. Fortunatamente dura pochi minuti ed il temporale si lascia alle spalle una luce ed un cielo che rendono ancora più magico questo posto lunare.  
Il pezzo che metto qui sotto è un Carimbó intitolato Timbó, di Antonio Carlos Madureira.
Il Carimbó è un genere che ha origini indigene, africane e portoghesi. Il termine carimbó deriva dall´idioma indigeno TupinambáCuri (legno) e m´bó (scavato) che era il nome di due tamburi. L´ossatura di questo genere sembra essere perciò indigena. Con l´avvento della colonizzazione il carimbó cominciò ad assorbire influenze delle culture africane e portoghesi. I due strumenti principali e basici del Carimbó arrivano infatti dall´Africa, sono gli abatoque che ho descritto sopra. L´influenza portoghese invece si può ritrovare nella danza, che presenta alcuni movimenti simili ad altre danze tipicamenti portoghesi
Il brano è qui suonato con abatoques, maracas e ganzá. Solitamente sono anche altri gli strumenti di base del carimbó, ossia benjo, pandeiro e flauto. La danza (molto affascinate) è di coppia, e usa costumi dei quali colori e tagli variano a seconda della località. Oggi sono stati introdotti anche strumenti moderni ed elettrici, e il carimbó ha risentito delle influenze di generi come merenghe, cumbia, calipso... perdendo così la sua matrice originale.  
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13-08-2007
Sao Luis grande isola del nordeste brasiliano situta nello stato di Maranhao; ultima tappa prima di entrare in zona amazzonica. L'idea di cambiare radicalmente denominazione e posizione geografica mi attira molto. Il nordeste brasiliano (quella zona formata da nove stati allineati lungo 3500 km di costa: maranhao, Piaiui', Ceara', Rio Grande do Norte, Paraiba, Pernambuco, Alagoas, Sergipe e Bahia) pur avendomi donato forti emozioni ed esperienze soprattutto a livello umano, ha rappresentato per ora, la parte più difficile del viaggio, anzi, del progetto. In questa zona infatti è stata assai complicata la comunicazione con musici e artisti locali che molte volte hanno diffidato dell'iniziativa, recependola come una sorta di "furto" di cultura popolare a fini di lucro.

L'accrescimento di interesse nei confronti della musica popolare latino americana avvenuto solo di recente, ha procurao uno sfruttamento talvolta non proprio onesto di queste culture. Sono molti infatti i visitatori stranieri che si sono arricchiti divulgando le immagini o le musiche "esotiche" di questi popoli senza chiedere autorizzazioni o permessi e senza dare in cambio alcuna ricompensa, ma lasciando che il frutto della propria ricchezza continuasse a vivere nella sua irrimediabile misera poverta'.

Questo fatto ha provocato un notevole irrigidimento e chiusura nei confronti dello straniero che mi ha causato non poche difficoltà.
Sao Luis mi ha accolto con una inaspettata attività musicale. L'eterna estate di questo paese viene celebrata quotidianamente con una programmazione musicale veramente ricca. Durante la mia breve permanenza di poco più che una settimana ho potuto assistere ad almeno 10 eventi al giorno con musiche allegre, ritmi scatenati e costumi da carnevale di Rio. Devo dire che il popolo maranhense si è rivelato essere tra i più allegri, sorridenti e festaioli tra quelli incontrati nel nordeste. Tra i numerosi generi tradizionali di questa splendida isola scriverò qui solo del "Bumba meu Boi", una festa popolare che mi ha trascinato nella sua euforia per due giorni interi.
Bumba meu Boi, o più semplicemente Boi, è una sorta di commedia popolare tragicosatirica che inscena personaggi animali, umani, fantastici tra le vie della città. Il tutto gira attorno alla storia di un bue che viene rubato e ucciso da Pai Chico (un trabalhador de fazenda) perché sua moglie Catirina gravida, ha voglia di mangiare lingua di bue. Pai Chico viene però scoperto dai vaqueros e dagli indigeni mandati dal fazendero. Il Bue viene così fatto resuscitare dai paje's e Pai Chico, visto il movente del delitto, viene perdonato e si fa così una grande festa che si conclude comunque con l'uccisione del bue e l'offerta del suo sangue ai partecipanti. Ovviamente tutto è finto e simulato: il bue è una struttura di legno decorato vivacemente con della stoffa colorata e brillantata, ed il sangue offerto è in realtà vino. Questa è la storia "ufficiale" del Bumba meu boi, ma ogni città ha la sua personalizzata: a volte il bue rimane solo ferito, Catirina desidera mangiare il cuore, i personaggi sono diversi. Il comun denominatore e la parte più importante della festa sembra essere comunque la morte finale del bue.
Durante i giorni di festa del rituale, per le strade della città si sentono spesso espressioni di questo tipo: Quando muore il bue? Vamos a matar o bue? Dove uccidono il bue? Tutto il paese è coinvolto nei festeggiamenti e ne parla.
Anche in questo caso il Boi è una festa molto antica che ha origini portoghesi, africane ed indigene. Esistono differenti tipi (sotaques) di boi: da ilha, de orquestra, baixada... quello a cui ho partecipato io attivamente è il boi de matraca, chiamato così perché i partecipanti usano uno strumento di origine indigeno formato da due blocchi di legno che si percuotono insieme chiamati appunto matracas. Inoltre il boi è suddiviso per quartiere o per scuola con costmi e danze differenti. Quello a cui ho partecipato io è il Boi di Santa Fè.
I festeggiamenti cominciano in una zona della città, in questo caso in un edificio chimato "Conventu" sede di gran parte degli eventi culturali di Sao Luis. Qui si esibiscono e si presentano tutti i personaggi del Boi. Questa è (almeno qui a Sao Luis) la parte destinata ai turisti, presentata sopra un grande palco e sotto la luce di grandi riflettori. La parte più popolare della festa, viene dopo, quando il gruppo di musici e ballerini (almeno una cinquantina tra vecchi, adulti e bambini) e dei pochi coraggiosi, si sposta con l'ausilio di due omnibus in varie zone della città. Sono più o meno le due della notte e la tradizione vuole che si vada a fare festa davanti alla casa del patrocinatore del Boi, che in questo caso è un privato che ha finanziato un Boi per pagare una promessa a qualche santo (Sao Joao, Sao Pedro, Sao Marcal solitamente). Da queste parti capita spesso infatti, che le preghiere fatte ai santi vengano "ricompensate" facendo una festa pubblica con Bumba meu Boi, Tambor di crioula, tambor di mina.. (altri generi tradizionali). Ha quindi inizio qui davanti alla casa del patrocinatore, che offre litri di cashaça e tonnellate di dolci, la vera festa del boi, dove musici e ballerini si esibiscono solo per amore del proprio popolo e della propria cultura. Per almeno due ore si canta e si danza senza sosta. E' paraddossale lo sfarzo e l'eleganza dei costumi e dei movimenti dei ballerini che sfilano tra le strade buie e sporche dei quartieri poveri e desolati di Sao Luis.

...CONTINUA...

Quando non so come si decide che si e' sfilato abbastanza, il gruppo sale nuovamente sui mezzi per andare in un'altra zona della citta'. Questa volta la destinazione sara' la casa di un vecchio maestro di tambor de crioula molto conosciuto a Sao Luis chiamato Mestre Filipe che e' ammalato. Questo il modo di rendere omaggio e augurare una pronta guarigione ad un personaggio importante della comunita' . Sono piu' o meno le cinque del mattino. Durante il breve tragitto, molti musicisti si riposano e qualcuno riesce pure a dormire, altri continuano a suonare e cantare. Gruppetti di bambini si divertono ad urlare alle macchine che sorpassano il mezzo, donne che cantano, vecchie canzoni, ballerini che ne approfittano per alleggerirsi la testa togliendosi il grande e pesante ornamento che fa parte del costume. La festa continua anche sul bus. Io che sono l'unico straniero osservo e ammiro tra i vari sorrisi e sguardi incuriositi, la dedizione e la resistenza dei partecipanti a questo rituale e mi chiedo da dove arrivi tutta questa energia. Piu' tardi Saphira, una amica di Sao Luis mi spieghera' che si tratta di "amore per i santi". Sono molti infatti gli ornamenti che riportano figure di santi e patroni nei costumi sfarzosi dei personaggi della festa. Da queste parti e' molto labile ed indefinito il confine tra sacro e profano. Le due cose viaggiano spesso all'unisono e una manifestazione religiosa, acquista cosi' una atmosfera di festa e trasgressione che all'occhio di un occidentale puo' sembrare strana.

Alle sette e mezza il sole fa gia' sentire il calore dei suoi raggi e a me che mi e' stato assegnato il compito di suonare la onça (uno strumento che genera un suono simile al verso del bue per strofinamento di un panno bagnato in una asticella di metallo situata all'interno di un tamburo) duole il braccio e sono stanchissimo, ma felice di aver fatto parte attivamente a questo rituale e di esser stato accolto tra la grande famiglia di Santa fe'.

Decido cosi' di alzare bandiera bianca e ritirarmi nel mio comodo letto. Loro andranno avanti fino alle 9 del mattino, poi ci sara' una pausa di qualche ora per riprendere i festeggiamenti alle 4 del pomeriggio ed iniziare cosi' finalmente il rituale della morte del Boi, la parte piu' importante della festa.

Alle sei di sera quando arrivo, la processione e' gia' attiva da tempo. Il centro della fasta dove si stanno facendo i preparativi per l'uccisione del boi e' il quartiere di Fatima. Qui gli abitanti del povero bairro hanno gia' disposto file di sedie dove i primi arrivati si aggiudicheranno i posti migliori. Il gruppo di Santa Fe' pero' e' ancora distante da Fatima: e' cominciato infatti ora il rituale della ricerca del boi che si e' nascosto per fuggire alla morte. Il gruppo gira cosi' per la citta' suonando, cantando e danzando come i giorni scorsi alla ricerca del boi nascosto. Le canzoni chiamate Toadas hanno tutte una funzione particolare. Alcune servono per riunire il gruppo, altre per avvisare il padrone della casa dove si va a festeggiare dell'arrivo del gruppo, altre per ringraziare santi, patroni, personalita' importanti della citta', altre sono molto ironiche e scherzose e chi piu' ne ha piu' ne metta. La musica e' un elemento fondamentale per la festa del Boi. il canto e' diretto da un solista e poi diventa collettivo e viene accompagnato da matracas, pandeiros (molto grandi e di origine araba), tambores-onça.

Quando finalmente il boi viene scovato, viene portato al bairro di Fatima dove tutti stanno aspettando (sono le nove di sera), viene eretto un albero interamente adornato di fiori e nastri colorati. Alla base dell'albero c'e' una damigiana di vino. Il gruppo si stringe continuando a cantare e danzare, il bue viene spinto ripetutamente in prossimita' dell'albero, vedo passare tra la folla una accetta. Il bue viene fatto fuori, il sangue viene offerto a tutti i partecipanti. In teoria il rituale ora e' concluso e la festa dovrebbe terminare, ma si va avanti a ballare e cantare fino a notte fonda.


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11-08-2007
Altro appuntamento degno di nota quello con la grandissima (in tutti i sensi) Lia De Itamaracá.
Una nera di un metro e ottanta sorriso grandissimo, capelli arruffati e cantora di Ciranda.
Sono andato a trovarla nella sua isola, la Ihla di Itamaracá per l´appunto. In realtá l´isola non é sua, ma é usanza brasiliana identificare l´artista piú famoso della zona con il nome de suo paese. L´isola di sabbia bianca, palme di cocco e mare turchese é una vero paradiso ed una pericolosa tentazione. Sulla riva del mare sono molte le posadas in vendita per chi avesse voglia di mollare tutto e ricominciare in un posto esotico. Oltre a queste c´é anche il palco personale di Lia dove nelle sere d´estate (haimé sono arrivato troppo presto) si esibisce per i turisti e per gli abitanti dell´isola.
Lia é nata qui, dice che per nulla al mondo lascerebbe questo posto. Diversamente da tutte le "donne di musica" che ho incotrato durante il mio cammino, Lia non ha imparato a cantare dai suoi genitori, ma da sola, per la rua di Itamaracá ascoltando quelli che la Ciranda l´anno creata: pescatori, lavoratori rurali, venditori ambulanti, semplici abitanti dell´isola. 
Lia é sicuramente la cirandera piú conosciuta qui a Pernambucco. Canta da quando aveva 12 anni e ha inciso il suo primo disco a 18 anni. Poi una carriera in continua ascesa che l´ha portata ad esibirsi in tutta l´America latina e in Europa. Ad accompagnarla il suo produttore, il grande Beto Hees, che molto mi ha aiutato durante la mia permanenza a Olinda. Beto ora sta organizzando un festival dell´estate di Itamaracá (a partire da settembre) e promette grandi spettacoli di musica popolare e non solo. La carriera di artista non ha comunque compromesso l´altra professione di Lia. É infatti merandera alla scuola primaria di Itamaracá. Dice di amare questo lavoro e di voler continuare a farlo. A scuola Lia ha la possibilitá di insegnare ai bambini la Ciranda e permettere cosí il mantenimento e la valorizzazione di questo genere musicale. Dice Lia: "La Ciranda é per tutti, vecchi e bambini, bianchi neri, ricchi e poveri, non ha preconcetti, l´importante é divertirsi, venite all´isola per credere".
Il pezzo che metto qui sotto é una Ciranda intitolata "Eu sou Lia" (io sono Lia).
La ciranda é comunemente una canto e una danza eseguiti in cerchio di bambini, una specie di girotondo. Nello stato di Pernambuco e nel nordeste brasiliano in generale é conosciuta come una danza di roda di adulti. Ma la Ciranda come dice Lia non ha preconcetti e accoglie al suo interno differenti fasce d´etá. Anticamente i musicisti di ciranda si esibivano all´interno della roda (cerchio), ma ora per necessitá di far spazio alla tecnologia i cirandoros si esibiscono su un palco. Quello di Lia è peró un palco rotondo e nel mezzo della spiaggia, che permette perció alla roda di danzatori di girargli intorno. Gli strumenti principali della Ciranda sono: ganzá, bombo e caixa. Il genere é molto simile al samba di coco (vedi posto: riassunto pernabucano II), dove il maestro cirandero (in questo caso Lia) che ha il compito di "tirar a cantigas"  ossia, di lanciare il verso della ciranda ed improvvisare versi. Anche in questo caso i versi sono mescolati tra dominio pubblico e originali. La danza é molto semplice, ma non esiste uno specifito tipo di danza. Comunemente si forma un cerchio e si fanno quattro passi a destra cominciando con il piede sinistro eseguendo poi un movimento collettivo di mani verso l´alto e il basso. Il numero dei partecipanti alla roda é ovviamente variabile e quando il cerchio diventa troppo grande si spezza e se ne formano due che girano in senso contrario. La coreografia é cosí molto piú spettacolare. I testi parlano della vita rurale, di pesca, dell´isola, del mare e ovviamente dell´amore.
 
02-08-2007
Altro appuntamento importante ed imperdibile nella bella Olinda di Pernambucco è stato quello con la legendaria Ana Lucia, 63 anni ed energia da vendere, Ana Lucia è cantora e ballerina di Samba de coco. Vive in un quartiere tanto povero quanto bello chiamato Amaro Branco. Sono andato a farle visita direttamente nella sua casa e durante una passeggiata tra le stradine di questo suggestivo bairro, Ana Lucia mi ha spiegato aneddoti e curiosità di questo genere così solare. Amaro Branco è un bairro vissuto da molte coqueiras. Sono tutte donne più o meno anziane in continua competizione fra loro, che si disputano il trono per la miglior coquiera. Passando del tempo con una si sente parlar male dell´altra, oppure si creano delle piccole coalizioni contro una sola coquiera. Ne ho sentite dire e raccontare di tutti i colori, il tutto comunque senza troppa cattiveria e con una ingenua simpatia, che non può fare a meno di far sorridere.
Ana Lucia canta da quando aveva 13 anni, mi dice che i canti del coco si tramandano di famiglia in famiglia per generazioni, ma poi, con il passare del tempo, i versi vengono personalizzati, così non si capisce più se il canto è di dominio pubblico o di un autore nuovo. Questo argomento in Brasile è veramente complesso e mi ha creato non poche difficoltà, a causa dei cosiddetti "diritti autoriali". il termine "folklore", che ad esempio in Argentina è ben chiaro, qui è molto equivocato e talvolta risulta essere un termine offensivo. In Brasile si parla di "Cultura popolare" che però nessuno sa con esattezza spiegarmi cosa significhi, quale sia il suo rapporto con il diritto d´autore e quale sia la differenza dal folklore.
Succede che i versi del coquiere sono nuovi, personalizzati e addirittura improvvisati, mentre il refren, ossia la risposta del coro, sia un verso conosciuto da tutte le generazioni. Racconta Anna: "Un tempo nessuno dava volore al coco, perché era considerata una musica da poveri e per la classe bassa, Coco e Maracatú erano per i negri. Nessuno pagava per il Coco e tutti lo facevano per amor di Giovanni Battista". Scopro così l´aspetto religioso di questo genere. Ana mi racconta che a giugno si celebrano i festeggiamenti più importanti di coco (ahimè sono arrivato in ritardo) tra i quali il più importante è quello per festeggiare San Giovanni Battista. In passato nella mezzanotte del giorno di festa, si faceva una processione per l´appunto "a suon di coco", fino al Rio della città, e qui poi si accendeva un grande fuoco e si faceva il bagno per celebrare il momento del battesimo di Gesù Cristo sul Giordano. Oggi, siccome l´acqua del Rio è sporca, gli abitanti di Olinda preferiscono festeggiare tra le vie della città. Deve essere sicuramente uno spettacolo emozionante, anche perché i costumi utilizzati per il ballo sono molto graziosi e colorati, e la festa ha qui un peso importante. Il coco viene utilizzato anche per omaggiare gli Orixa del Candomblé (vedi post: Magia di bahia).
Durante la passeggiata Ana mi mostra tutte le casupole dove un tempo si andava a "sambar o coco" e con un po´ di nostalgia parla del suo bel barrio, quando ancora era tranquillo e privo di violenza.
La canzone che metto qui sotto si intitola "Um Homo do imperio", è un Samba de Coco cantato da Ana Lucia e parte del suo gruppo.
Il Samba de coco o più semplicemente Coco è una danza accompagnata da un canto che ha principalmente origini africane, ma anche indigene. La sua origine è strettamente legata alla formazione dei Quilombos di cui accennavo sopra. È qui infatti che gli schiavi africani fuggiti usavano canti di lavoro durante il taglio del cocco. Il nome quindi dovrebbe arrivare da qui, anche se ho sentito raccontare storie che dicono che il nome derivi dal tempo in cui questo genere veniva suonato con il cocco. Quest´ultima versione sembra però essere la più fantasiosa e la meno accreditata. L'influenza indigena che invece è minore, deriva dal fatto che solitamente quando gli schiavi africani si ritiravano nei Quilombos dell´entroterra brasiliano, entravano in contatto con gli indigeni della zona e mischiavano così le culture. Vera (l´indigena che ha accompagnato l´avventura nell´aldeia della comunitá Fulniô, vedi post: Il cuore della musica), mi spiega infatti che il Samba di Coco è utilizzato anche nel misterioso rituale Cuiruri. In questo caso lei parla di un tipo di Coco puro, cioè senza influenze africane. Ma non avendo avuto modo di vederlo, non posso raccontarlo. Sta di fatto che il Samba di Coco che può sembrare superficialmente una canzone da spiaggia, racchiude in sé una storia e una tradizione molto importanti e la sua musica è usata anche in ambito religioso. Gli strumenti usati in questa registrazione sono Ganzá, pandeiro, bombo. Ana Lucia dice che sono gli strumenti essenziali e caratteristici per suonare il coco. "Una volta si usava solo la voce senza amplificazione e quindi non si potevano aggiungere troppi strumenti, altrimenti la voce non si sentiva più". Oggi invece le formazioni di coco possono usare diversi altri strumenti come cuícas, tambores, chocalhos, maracas, zambumbas... La Coqueira, chiamata anche a tiradora de coco, in questo caso Ana Lucia, è la solista che lancia il verso tradizionale o improvvisato, che avrà poi risposta dal coro di musici e ballerini insieme. Il ballo è un tipo di samba. L´uso delle mani e dei piedi è molto importante e spesso si usano scarpe di legno per marcare il suono del piede sul pavimento.
 
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