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Archivio Io Suono Italiano ?     archivio dal tango alla musica caraibica

Sono a Concepción del Uruguay, un paese a 500 km a nord di Buenos Aires. Non bisogna farsi ingannare dal nome, siamo ancora in Argentina. Il Rio Uruguay bagna questo paese e segna il confine tra Argentina ed Uruguay. Mi trovo nella regione chiamata Entre Rio, chiamata anche zona del Litoral, caratterizzata appunto dalla presenza di grandi fiumi, fonti termali, lagune; la strada per raggiungere Conception è l’unica linea solida tra una palude acquitrinosa dove le mucche sembrano più dei sommozzatori. 
Conception de Uruguay conta 70.000 abitanti ed è una cittadina molto tranquilla, molto umile. Non ha nulla di speciale se non la gente che vi abita.

Ad accogliermi c’è Marcelo, amico conosciuto al mio arrivo a Buenos Aires; ha già organizzato tutto per il mio arrivo, presentando il progetto alla “Casa della Cultura” e a vari amici musici, cosicché la scaletta prevede molti incontri, interviste a radio e televisioni, a periodici locali, lezioni di musica nelle scuole. Grazie Marcelo!!

La zona del litorale possiede una cultura, una musica e delle usanze che la rendono ben distina da qualsiasi altra zona dell’Argentina, tanto che in ogni Chamarrita (canzone tradizionale locale), si decantano le doti e le caratteristiche della gente che vive da queste parti. L’entrerriano e il correntino (abitanti della zona confinante) sono uomini amanti della natura e dell’aria aperta, con saldi valori di amicizia e generosità, e con un alto orgoglio della propria terra.

Gli incontri che ho fatto in questi giorni sono stati tutti molto interessanti ed utili per l'aspetto musicale del viaggio. Tra questi vorrei parlare di Josè Antonio Castro, una vera celebrità da queste parti: 75 anni ed un glorioso passato musicale. È stato ricercatore di folklore e ha suonato con tutti i più grandi interpreti, tra i quali Mercedes Sosa ed il grande Atahualpa Yupanqui, il più grande, lo storico referente della musica folklorica argentina. Josè, sotto un ombroso albero di arance, nel giardino della sua umile casupola fatta di mattoni al grezzo, mi racconta le curiosità della sua vita artistica e della chamarrita. Purtroppo non suona più per problemi di salute ma nostante ciò imbraccia la chitarra, dopo cinque anni che non la tocca. Vuole suonarmi qualcosa. Inizialmente fa una grande fatica, le dita arrancano sul manico dello strumento e io comincio a pensare che non ce la faccia (e mi si spezza il cuore), poi sembra ritrovare la familiarità con lo strumento. Chiude gli occhi e fa un po’ di silenzio prima di cominciare: canta una canzone del litorale, semplice, così come si suonava trent'anni fa, “quando si suonava con il cuore e con la pancia”. Penso che si sia emozionato perché quando ha finito aveva gli occhi lucidi. Poi soddisfatto e visibilmente sollevato, mi passa lo strumento e mi chiede di suonare. Va a finire che ora è lui che registra me, con un vecchissimo registratore a cassette, poi ascoltiamo la registrazione assieme: un suono che sembra distante 50 anni e invece sono io un minuto prima. Devo dire che è stato emozionante suonare per una persona come Josè, soprattutto per l’espresione del suo volto; mi sarebbe piaciuto entrare nei suoi pensieri. Mi ha regalato una sua registrazione del ‘79 inedita e riportata in cd da una vecchia cassetta. Per me rappresenta una preziosissima testimonianza di un genere musicale folklorico che da queste parti si sta estinguendo. Poi mi regala una sua composizione scritta da “uno studioso della musica”, lui è sempre stato autodidatta. Lo ringrazio infinitamente per il bel momento, per il materiale donatomi e per il mate che mi ha offerto la simpatica moglie. Lui mi ringrazia dicendomi che gli ho donato 10 anni di vita...


 

 

El Pescador: Canciòn del Rio Paranà di Anibal Sampayo. Suona Josè Castro.

 


Foto: io con i Sapucay Cague

 

Una sera sono andato con Fabian Gallaraga e Alberto Betinez a Gualeguaychu, un paese ad un’ora a sud, famoso per la celebrazione del carnevale caratteristico. Insieme loro formano il gruppo “Sapucay Cague”, che in guarany (idioma della cultura omonima) significa Orgoglio entrerriano, e sono uno dei pochi gruppi “professionisti” della zona. Suonano il folklore della zona e cercano di diffonderlo mantenedone la tradizione. Partiamo di sera in quattro (Fabian, Albreto, Marcelo ed io), con una di quelle vecchie ed enormi macchine americane; parliamo un po`di tutto mentre il mate gira in macchina. Ad accompagniarci anche  un tramonto spettacolare. Prima di esibirsi mi hanno suonato qualcosa del loro repertorio, spiegandomi i dettagli musicali ed il significato dei testi,  resistendo al mio serrato “interrogatorio musicale”. Grazie Fabian e Alberto.


 

 

A seguire metto una Chamarrita chiamata “Dicen que la Chamarita ”, suonata dai  Sapucay Cague (Alberto chitarra e Fabian Chitarra e voce). Questo è un esempio di chamarrita litoraleña. In questo genere di musica si sente la notevole influenza europea a discapito dell’influenza aborigena rispetto ad altri ritmi che ho inserito in articoli precedenti. Gli strumenti tipici di questo genere sono la chitarra e talvolta l’accordeon. La sua origine è stata fissata nelle isole delle Azzorre, quindi una musica portoghese arrivata qui intorno al 1870 scendendo dal Brasile. I libri dicono che arrivò nella zona del litorale argentino dal sud del Brasile, mentre Josè Castro ritiene che derivi dal nord, essendo giunte qui le prime famiglie azzoriane, che poi scesero via fiume fino all’Argentina. Il nome Chamarrita (Chimarrita in Brazil e Simarrita in Uruguay) deriva da “llamar Rita” (chiama Rita). Josè mi racconta che come il tango, la Chamarrita deriva dai bordelli del tempo e quindi “Rita” potrebbe essere una “poco di buono”. Altre fonti definiscono “Rita” come una “Mujer casquivana”.

La Chamarrita è un genere danzato. Attualmente viene suonata incorporando altri generi, come il Chamamè correntino o ritmi brasiliani, per dare più movimento ad  un genere che sarebbe molto più soave e tranquillo. Per questo Josè e altri musicisti più tradizionalisti sono dell’opinione che sia un genere in via di estinzione. Bibliografia: La chamarrita y el caranguiyo; F. Assunçao Entre Rios Direccioòn de cultura.

Il Testo:

Dicen que la Chamarrita bajo por el Uruguay

Algunos hay que la vieron bajar por el Paranà
 
Cruzar por Bajada Grande ir al rancho e’ Don Abel
Despuès meterse en las islas y en la selva de Montiel
 
Anduvo de fogonera con nutrieros del lugar
Y con Linares Cardozo dele cantar y cantar
 
Chammarrita chamarrita noviecita litoral
Costera por nacimiento y entrerriana por demás
 
Commentan los pescadores quea veces la suelen ver
En una canoa de luna recorriendo el espinel
 
Dicen que la vieron triste por los pagos de La Paz
De un zorsal enamorada que eligió la ibertad.
 
Por eso es que desde entonces vaga por el litoral
Porque pa’ olvidar las penas nada es mejor que vagar.

I testi della Chamarrita sono prevalentemente in spagnolo, ma hanno delle influenze dell’idioma Guarani, idioma della cultura aborigena di questo pezzo di Argentina, vedi http://www.educar.org/Kunumi/guaranies.asp e http://es.wikipedia.org/wiki/Idioma_guaran%C3%AD .Trattano generalmente temi che hanno a che fare con il litorale, la vita all’aperto, la libertà e la fratellanza che distinguono il carattere della popolazione che rappresentano. Molto spesso includono Mitos o duendes, ossia folletti o personaggi immaginari come la Solapa, il duende de la siesta, che disturba o nasconde le cose ai bambini che non fanno la siesta dopo il pasto. Ce ne sono a centinaia di duendes da queste parti e la credenza è ancora forte. Gli entrerrianos considerano la Chamarrita patrimonio della regione, tanto che si celebra la festa della Chamarita a Santa Elena.

 

 
Ad un mese dalla partenza, come da copione, sono tornato a Buenos Aires per depositare il materiale raccolto durante questo periodo, ricaricare le pile (non solo quelle della fotocamera), sbigare qualche piccola faccenda e ovviamente ritrovare gli amici porteños. Fa freddo, più o meno 13 gradi, ma il cielo è spettacolare e l’aria è frizzante. Certo il cambio di temperatura dal caldo Brasile alla fredda Argentina mi ha colto un po’ impreparato e mi ha un po’ “indebolito”.
Buenos Aires: Plaza de los Congresos
 
Nell’elenco delle persone da chiamare ovviamente c’è Mariano, l’amico musico nativo di Tilcara (vedi post in basso “Peña folclorica nel Tigre”) conosciuto durante il viaggio dell’anno scorso nel caldo nord ovest andino e argentino. Felice di risentirmi a Buenos Aires, mi invita subito ad una peña folklorica per il sabato, dicendomi che vuole a tutti i costi farmi partecipare; così, dopo aver assunto un po’ di energizzanti, prendo un bus per Pacheco, una località ad un’ora di strada da B. Aires. Arrivo alla casa di Mariano, dove regna sempre un’aria di festa e di atmosfera conviviale: qui vivono in sette, tra cui la abuela, la nonna un po’ sorda che avevo conosciuto la volta scorsa. Quando mi vede non mi riconosce subito, e quando le grido all’orecchio che sono “il Tano” (l’italiano o napoletano), gli occhi neri le si riempiono di gioia, mi afferra per un braccio, mi fa sedere, mi versa una porzione esagerata di “guiso de lentejas” (zuppa di lenticchie, carne, verdure, spezie), e comincia a raccontarmi, urlando anche lei, tutto quello che mi aveva già raccontato la volta scorsa, con tanto di foto alla mano e vecchi ricordi di quando il marito veneziano era in vita e lei ancora ci sentiva bene. Mi parla in castellano mescolato a qualche parola o aneddoto veneziano e, senza mezzi termini, talvolta arricchisce il discorso con qualche bestemmia tipica delle mie zone… un’esperienza indimenticabile.
Mariano porta gli strumenti e chiama gli altri musici del suo gruppo che suona folklore. Sa che mi piace molto un pezzo che si chiama Waira Waira, un classico di queste parti, e lo ha quindi arrangiato per questa formazione di clarinetto, basso, charango e chitarra. Proviamo un po’, ognuno ci mette del suo, e così ne esce una cosa che suona un po’ Quechua, un po’ Porteño… un po’ Tano.

Il club dove si suonerà è simile ad un oratorio di un paesino di campagna. Una grande sala con alcuni tavoli sistemati a griglia di pesce con un grosso palco nel fondo. Tutto molto semplice e umile, un po’ freddo, ma la sala è destinata a colmarsi di persone che scalderanno l’ambiente e l’atmosfera. Come al solito non c'è uno standard generazionale, e bambini, giovani ed adulti si mischiano per festeggiare in un solo coro. Sono molti i gruppi che si esibiranno questa sera, tra i quali anche Las de Mandinga (Vedi più sotto). La partecipazione del pubblico è fortissima, ed anche il musicista più timido qui troverebbe forza e motivazione; ecco che in breve tempo i tavoli vengono spostati per dare spazio alle danze fino a notte fonda.

Un momento del concerto con i Secundo Arce


Mariano Cruz Ponce è un nativo di Tilcara, un piccolo paese della zona di Jujui a Nord dell’Argentina, località andina chiamata “Quebrada de Humahuaca”. Il suo nome in quechua  è "Rupay Wayra Kawaj". Mi spiega che “nativo” è il termine esatto per indicare un abitante dell’america latina che non ha origini straniere. Dice di avere lontane discendenze africane. Il termine “indio” andrebbe bene ugualmente, ma racchiude un significato forse un po’ dispregiativo. Anche “Sud America” è un termine non corretto, meglio dire “America Latina”, considerando la grande influenza della cultura latina in questo paese. Da  poco tempo Mariano si è trasferito nella grande Buenos Aires per questioni private, e qui lavora come musicista, compositore ed insegnante di musica; non nasconde affatto la nostalgia per il suo paese, cosi’ distante da Buenos Aires, e non solo fisicamente. Il fatto di incontrare Mariano qui è per me una fortuna, perché egli  rappresenta una testimoniana di una musica che viene da distante, da un paese che ho già visitato l’anno scorso (il percorso che effettuerò quest'anno è diverso e non prevede di raggiungere il nord ovest dell’Argentina).  Le sue  influenze musicali derivano dalla musica classica (è un ottimo clarinettista), dal jazz e da altri generi “occidentali”, ma nelle composizioni di carattere folklorico tende a dimenticarsene, mantenendo le caratteristiche tradizionali della sua musica. Racconta: “Sono in constante ricerca delle mie origini (…) tramite la musica, per non correre il rischio di dimenticare, e far dimenticare, una cultura ben diversa da quella in cui vivo oggi” .

 


Waira Waira (Vento vento), di autore anonimo, è un canto tradizionale del nord Ovest argentino del genere HUAYNO: canzone folklorica e danza di origine peruviana, ma molto popolare in Bolivia e nel nord dell’Argentina; fa parte della cultura Inca e si è mantenuto inalterato anche dopo la venuta della colonizzazione ispanica. Oggi è il genere più diffuso tra le popolazioni andine, che lo usano per importanti celebrazioni rituali. Il ballo in coppia di uomo donna, è caratterizzato da un forte e vigoroso movimento di gambe. Il ritmo è binario (2/4 o 6/8). La melodia costruita su una base pentatonica è sincopata. Solitamente è suddivisa da tre parti,la cui estensione varia molto, ma la forma di questo genere varia a seconda della tradizione locale e regionale. Se suonata strumentalmente, nella terza parte, la melodia può passare al basso, solitamente in tonalità minore. Gli strumenti tipici del Huayno sono quena, charango, mandolina, arpa e violino. (vedi sezione strumenti).

Bibliografia: "Musica tradicional argentina aborigen criolla"; ed. Magisterio del Rio de la Plata.

IL TESTO: (grazie a Mariano per la traduzione)

Wiscachachuscaiman orqopi sayaiman Mi piacerebbe essere un Vizcacha (roditore simile ad un castoro) Wiscachachuscaiman orqopi sayaiman per stare nella montagna.

orqo patapiri wayrawantusuyman Unito alla montagna e con il vento ballare.

orqo patapiri wayrawantusuyman

wayra wayra vento vento,
wayrawan tusuyman con il vento ballare,
wayra wayra
wayrawan tusuyman

Takijman tusuyman
wayrawan tusuyman
takijman tusuyman
wayrawan tusuyman


Il testo è scritto in QUECHUA: idioma ufficiale dell’impero Inca, (subentrato in un secondo momento all’idioma Puquina). Viene tutt’ora parlato nelle regioni di Ecuador, Perú, Bolivia e a nord dell’Argentina. Oggi esistono dei piani di educazione che tendono a preservare l’idioma nelle scuole, anche se attualmente la lingua insegnata é solo lo spagnolo, mentre in altri paesi come ad esempio il Paraguay, il Guarany (idioma antico di questa regione) viene insegnato insieme allo spagnolo. http://es.wikipedia.org/wiki/Quechua
Più foto su http://www.flickr.com/photos/ilcamminodellamusica/  Collegamento con "Radio Vita" Venerdi ore 11.30 e 18.30.
Il pezzo in MP3 che ho inserito, è un'altra forma di Huayno, suonato da Las de Mandinga in un momento del concerto. 
 

I due giorni passati nella splendida Ilha do Mel, al sud del Brasile nello stato di Paranà, mi hanno fatto conoscere Nena e Jacquie, due ragazze di Curitiba portate qui probabilmente dalla provvidenza. Nena dirige un centro teatrale http://www.act.art.br/, mentre Jaquie organizza eventi culturali; sono qui in vacanza, parlo a loro del progetto e decidono di "sacrificare" l'ultimo giorno della vacanza per portarmi a Paranaguà e a Valadares, due isole poco distanti, dove si suona il Fandango, genere tradizionale tipico di questa piccola zona.

Partiamo al mattino, dopo una ricca colazione a base di papaya offerta dalla posada dell'isola. La barca ci porta, sotto un sole cocente, in terra ferma e da lì prendiamo il furgone di Jaquie e partiamo per Paranaguà a caccia di musica.

Foto: Jaquie, Nena, io

Curitiba

Non siamo così sicuri di trovare qualche testimone di questo genere, perché solitamente sono gli anziani dell'isola che praticano questa cultura musicale, veramente poco conosciuta; solitamente non hanno il telefono e sono spesso a spasso. Le ragazze hanno però un contatto importante: Poro, il presidente dell'associazione Mandiquera, che si occupa di preservare questo genere musicale e altri in pericolo di estinzione.

Dopo esserci riempiti lo stomaco con delle ostriche appena pescate e comprate sul molo (36 ostriche a 15 Reais!), Poro ci porta nella sede dell'associazione che è un bungalow in canne su palafitte all'interno del bosco dell'isola di Valadares, e durante il cammino ci spiega gli aspetti più interessanti e poco conosciuti della musica e della cultura Cai硲a. Nena mi fa da traduttrice in castellano e Poro ci fa suonare alcuni dei ritmi tipici della zona con i vari strumenti a percussione fabbricati lì nell'associazione, che è anche una scuola di musica.

Quando le zanzare diventano insopportabili, decidiamo di tornare alla piazzetta del paesino: sulla strada, in terra, carri trainati da muli, bambini in bicicletta e baracche di legno con vecchi che fumano. In una specie di bar incontriamo finalmente Mestro Gabriel Martins, uno dei maggiori interpreti del Fandango valadarese, che sta suonando una chitarra sgangherata in esposizione al bar. Gabriel è il maestro di Poro, e ci dice che andrà a prendere la sua rebeca per suonarci qualcosa alla piazzetta.

Foto: Gabriel Martins, Io, Poro

Paranaguà (Brasile)

Gabriel ha 60 anni, è vedovo da cinque anni, ha sei figli tutti sposati e suona la rebeca. Dice che il Fandango si trasmentte di famiglia in famiglia e a lui glielo insegnò il nonno quando aveva appena sette anni. Parla un portoghese stretto e ancora una volta Nena risolve i miei problemi di traduzione. Mentre parla sistema la sua rebeca, veramente mal messa. La tradizione vuole che la costruzione degli strumenti sia fatta artigianalmente dalle varie famiglie delle isole che praticano il Fandango e tra queste famiglie, che sono tre, esiste grande rivalità... musicale. Gabriel fa il barbiere, ma non ha un negozio, gira con forbice e pettine nel taschino della camicia; per il resto suona e mi dice: "Potrei vivere meglio lavorando all'hotel di mia sorella, ma per me la musica è la cosa principale e non riesco a stare chiuso in un posto per troppo tempo, preferisco suonare tra le varie isole del litorale". Il Fandango si suona così, senza curarsi troppo dell'intonazione degli strumenti e della voce, per le strade o nei bar, ma soprattutto all'aperto, in quanto la musica è strettamente legata alla cultura rurale.

Dopo aver sistemato alla buona la rebeca, Gabriel suona solo per noi sotto il controllo del mio registratore, poi ci ringrazia e dice che per lui questi momenti di amistad (amicizia) e scambio, sono i più importanti, e ci invita ad una esibizione in quartetto con corpo di ballo, che farà più avanti.

Purtroppo io non potevo fermarmi oltre nella bella isola, ma ho intenzione di tornare più avanti seguendo la rotta del mio cammino. Altre foto su http://www.flickr.com/photos/ilcamminodellamusica/


La canzone che metto qui sotto è una Chamarrita, genere più diffuso tra il Fandango. Il Fandango è un genere cultural popolare che unisce danza e musica della zona del litorale del sud est del Brasile. Comprende le regioni di Sao Paulo, Paranà e Rio Grande do Sul. Le sue origini sono spagnole, ma questa musica fu portata qui dalle colonie portoghesi nel 1700, dove si è mescolata con la musica autoctona della cultura Caiçara, molto legata alla vita rurale, alla pesca e all'agricoltura, creando un genere che ben poco del Fandango spagnolo. La formazione tipica del Fandango normalmente è composta da due "Viola do Fandango", suonate da due cantori che cantano in intervalli di terza, una "Rebeca" e un "Adufo" (vedi foto nella sezione strumenti). Le danze possono essere di due tipi: Valsados o Batido. Il primo si esegue in coppia di uomo e donna, mentre il secondo è eseguito solo dagli uomini ed è caratterizzato dallo sbattere pesanti zoccoli di legno (calzature che si usavano all'epoca) sul palco di legno. Poro mi racconta che questa danza deriva dal movimento che si faceva con i piedi per pulire l'arroz (riso) steso sul pavimento. Il Valsado serve inoltre per far riposare gli uomini dall'affaticamento del Batido. Il testo della canzone (Chamarrita) in video, come la maggior parte delle Chamarritas, parla di amore, un amore campestre .

Rif. bibliografici: Enciclopedia Caiçara volume II Diegues A.C. -  Museo vivo do Fandango Caburè - www.museovivodofandango.com.br - http://pt.wikipedia.org/wiki/Fandango -

 

Visita al circolo italiano di Cordoba. Ad invitarmi, Yolanda, amabilissima signora di origini veneziane che coordina il circolo.  All’entrata del bell’edificio, situato nel centro della città, sono stato subito accolto dall’aria di casa: in un grande stanzone tutto fumoso, due tavoli rotondi occupati da dei seri giocatori di... scopa. Silenzio assoluto e concentrazione: “Guai ad interrompere il gioco” mi raccomanda Yolanda. I giocatori non si scompongono, si limitano a lanciarmi un’occhiata e a rimandare a dopo i convenevoli, prima bisogna finire la partita. La stessa atmosfera che ho spesso trovato in molte osterie della mia città.

Andiamo allora in un’altra stanza e mano a mano arrivano le persone che Yolanda ha deciso di farmi incontrare. Tra questi c’è il signor Giuseppe Venturi, nato a Castelfranco il 1935, emigrato in Argentina nel 1951 alla ricerca di fortuna. Fuma molto. Racconta di aver abbandonato un’Italia povera e devastata dalla guerra: in dialetto, mi racconta un po’ della sua vita argentina, mi dice di ritenersi ormai totalmente radicato in questo paese, anche se spesso torna in patria per ritrovare i parenti rimasti, e che non tornerebbe a vivere in Italia, perché non ne sente molto la mancanza, ormai si sente parte integrante di questo paese e dice di star bene. “Tanto tutto il mondo è paese e si sta più o meno bene da tutte le parti”. Mi racconta dei momenti terribili passati qui in Argentina, quando è stato sequestrato dall’esercito rivoluzionario popolare (ERP) per 48 lunghi, interminabili giorni. Mi confessa di non aver subito nessuna violenza fisica, ma molta sofferenza psicologica.

Cambiamo discorso parlando un po’ di musica e gli ritorna il sorriso; con la mente viaggia indietro nel tempo a quando “se andava a filò”, ossia quando ci si riuniva con la famiglia e gli amici nella stalla, la parte più calda della casa, e qui si passava la sera in compagnia a raccontarsi storie e a cantare. Tra tutte le canzoni venete che mi ha canticchiato con la sua voce profonda, ce n’è una talmente antica che conserva un dialetto arcaico ormai in via di estinzione. Si chiama “A Mansoeta”. Giuseppe, Bepi per gli amici, mi scrive il testo in un pezzo di carta, e poi si offre volontario per cantarmela, affatto imbarazzato dalla presenza scomoda del microfono del mio registratore digitale, che mi sta dando grosse soddisfazioni. Provate voi a tradurla in italiano:

 
Mansoeta aonde situ ca ta ciamo e no ta raspondi.
Situ in eto cata aromi o me ghetu sbandona’
Le to letare i to litrati infima a napa i go slanfai
Ma sta verta co coa e pai alora si te sposaro´
(MP3 in fondo)
 
Altro incontro interessante, il signor Franco Lemmi, classe 1930; mi dice che gli italiani sono il popolo più amato nel mondo perché sono dappertutto; pensa che l’Italia, avendo acquisito durante la storia le diverse influenze culturali dei vari imperi che l’hanno controllata, abbia creato una cultura “universale” che tutti ci invidiano, e per questo possiamo andare in tutto il mondo, e siamo ben accetti. Mi dice anche che la musica e la tradizione italiana continueranno a mantenersi qui: “Solo finché noi saremo vivi” poi scomparirà, perché le nuove generazioni nate in Argentina, giustamente sono e si sentono argentine.

Io, devo dire, nei miei incontri non ho avuto la stessa impressione; molti amici che mi hanno accolto e seguito durante il mio cammino musicale, discendenti d’immigrati italiani, sono attivi nella promozione e nel mantenimento della tradizione italiana e tutti hanno una gran voglia di conoscere quella che ritengono una seconda casa.


Un ringraziamento particolare al Coro Veneto di Cordoba e a Mauro Salvadori, che mi ha lasciato delle registrazioni. Tenore dal ricco curriculum, si impegna ad organizzare e a partecipare ad iniziative culturali a sfondo italiano e racconta di aver perso la voce per l’emozione di esser tornato a casa, quando fu invitato a cantare a Roma. Grazie soprattutto a German Alberti Andreatta che mi ha sopportato e scarrozzato per tutta Cordoba.

 

Mi trovo a Cordoba, città al centro nord dell’Argentina. Fa molto caldo e tira molto vento. Qui c’è un’aria sicuramente più “sudamericana” rispetto allo stile europeo di Buenos Aires: con il bel centro storico, contrastano vasti quartieri ricchi e poveri, che creano i paesaggi suburbani tipici di questi paesi americani, percorsi da macchine grandi, scassate ed insolite, e qua e là, carri trainati da muli. Basta uscire dalla città per qualche kilometro per lasciarsi il cemento alle spalle e addentrarsi in zone verdi ricche di vegeazione, montagne, laghi, fiumi spettacolari. Domani spero di fare un’escursione da qualche parte perché, a dire il vero, sono un po’ stanco di gironzolae per le città. Ho bisogno di un po’ di "aires".
Al mio arrivo c’è ad aspettarmi Germàn, ragazzo conosciuto a Buenos Aires alla riunione del CAVA, che mi scarrozza avanti e indietro per Cordoba a caccia di... musica.
 
Domenica ho finalmente assistito a quello che avevo perso a Buenos Aires per due domeniche di seguito, causa pioggia: La Feria de los Gauchos. Per puro caso Germàn ha visto il cartello informativo sabato sera, e così il giorno dopo (non proprio di buon’ora), siamo saliti in macchina per dirigerci in un bel paesetto qui a mezz'ora di strada.
La giornata è splendida, e in un campo molto vasto, già da lontano si sentono le urla dei gauchos che incitano i cavalli a galoppare velocemente, usando una frusta di pelle.
Los Gauchos un tempo erano quelli che controllavano il bestiame e le proprietà terriere dei colonizzatori, contro gli attacchi degli indios. Oggi il Gaucho è un simbolo dell’orgoglio nazionale argentino e la tradizione di questi eroi a cavallo viene tramandata di famiglia in famiglia. Il poema epico “Martin Fierro”, considerato il libro nazionale degli argentini, narra le vicende di un gaucho disertore dell’esercito argentino impegnato contro la guerra agli indios, ed è sicuramente il poema più conosciuto, famoso e rappresentativo di questo paese.
 Nel campo ci sono cavalli ovunque con gauchos tipicamente vestiti che sfilano elegantemente tra la folla. In una zona recintata si svolgono i giochi a cavallo, uno dei quali consiste nell’infilare uno stecchino, che tiene in mano il gaucho mentre corre a cavallo, in un anello che penzola da un palo situato al centro del campo.
L’atmosfera è di festa, mille bancarelle e ricche parrillas fumanti dappertutto. Vecchi e giovani brindano ovunque, i bambini si rotolano nell’erba.
 
La musica anche in questo caso è protagonista e parla de los gauchos. Se si analizzano i testi di molte canzoni folkloriche di queste parti, sono infiniti i riferimenti a questa cultura. Tra i vari gruppi che si alternano, parlo con il cantante dei “Cuarto Creciente”. In breve conosco tutto il gruppo che deve esibirsi tra un paio d’ore, e così ne approfittano per partecipare alla festa.  Poi arrivo io e da vero guastafeste li riempio di domande sulla musica. Mi parlano dei loro strumenti e dei pezzi che suoneranno; sono molto gentili e ci tengono a farmi apprendere qualche nozione musicale. Quando parlo del progetto “Il cammino della musica”, si dimostrano soddisfatti e addirittura mi ringraziano per essermi interessato alla loro cultura musicale. Andiamo così nella stanza di uno stabile vicino e strumenti alla mano, suonano solo per me e Germàn i loro pezzi migliori, dandomi spiegazioni sulle provenienze dei vari generi e sugli stumenti autoctoni usati, il tutto facendo girare un bicchiere enorme, per meglio dire una caraffa, di Fernet Branca e Cocacola (bevanda tipica…nazionale) . In breve tempo la piccola stanza si riempie di curiosi, e così la prova diventa una specie di “concerto stretto”.
Foto: Io con i Cuarto Creciente

Più foto alla pagina: http://www.flickr.com/photos/ilcamminodellamusica/
Collegamento con Radio Vita Venerdì ore 11.30

Il brano sotto è un Carnavalito Cruceño suonato da "Cuarto Creciente". Genere musicale precoloniale praticato nella regione di S. Cruz (Nord Argentina). Oggi si suona in forma antica con lingua Quechua o moderna in Castellano. ê un genere danzato. 
 

Sono a Rosario, bella città nel nord est argentino a 350 Km da Buenos Aires. Conta quasi due milioni di abitanti, ma non ha nulla a che fare con il caos e la fretta della capitale argentina. Qui la vita è senza dubbio più tranquilla, la sera le strade si svuotano e la città riposa. Sale, locali e teatri offrono però una ricca programmazione culturale.
 
Sono stato ospite nella sede dell’Associazione “Famiglia Veneta de Rosario” dove per l’occasione il Coro Alpino di Rosario si e’ esibito interpretando le più coinvolgenti canzoni del Corpo, arrangiate dal Direttore Enrico del Chierico. Il maestro mi racconta di esser nato in Argentina, ma ha vissuto cinque anni in Italia dove ha fatto in tempo ad innamorarsi di queste canzoni che ritiene ironiche nel loro genere e ora ha la possibilità di dirigere a Rosario questo bel coro di 16 alpini… acquisiti e originali, immigrati e non. Inoltre la Familia Veneta ha il "Coro Veneto" molto conosciuto da queste parti, che interpreta canzoni italiane, venete, argentine e brasiliane, diretto dal Maestro Miguel Angel Solagna. Un chiaro esempio di iterazione culturale con mezzo musicale.
 
Tra il gruppo degli alpini c’è Vinicio, energico vicentino della classe 1923, divisione Julia. Mi racconta i terribili momenti della guerra, gli anni passati nei campi di concentramento, la fuga e la perdita degli amici. Riuscirono a scappare in 21 dalla Germania ma arrivarono in patria solo in 6. Nel 1946 decise di emigrare in Argentina, non tanto per aspetti economici; dice che non ne poteva più delle guerre, non voleva più saperne dell’Italia. Ora vive qui, parla il dialetto e corre nostalgico nella sala delle prove, quando sente intonare “Il testamento del capitano” dal coro che si sta preparando.
 
L’accoglienza che ricevo durante il mio percorso, continua a sorprendermi. Quando sono arrivato alla sede della Famiglia Veneta, ho dato una mano a scaricare da un camion, grosse botti piene di erba per fare la grappa e tutta l'attrezzatura necessaria per la preparazione; nella grande sala, con un quadro immenso di venezia, stavano imbastendo una lunga tavolata dove poi hanno banchettato in festa più di sessanta persone. Tutti venivano a conoscermi e mi chiedevano come sta l'Italia. Vorrei ringraziare Sergio Zanin che mi ha accolto alla “Famiglia Veneta” e mi ha illustrato le attività musicali e culturali dell’Associazione; Un saluto anche al Coro Abruzzese, che si impegna a divulgare la cultura musicale italiana qui a Rosario. Ancora grazie ai membri del CAVA e in particolare a Agostina Zaros e Mariano Gazzola, che hanno fatto in modo di far coincidere il mio arrivo con eventi e incotri musicali.
 

23-04-2007

La noia è un sentimento sconosciuto a Buenos Aires.

Oggi ha piovuto, e così è stata sospesa la “Feria de los Gauchos” alla quale tenevo parecchio. Stavo con Mariano, l’amico di Tilcara, con Rita, una porteña conosciuta l’anno passato ed il suo consorte Pocho.

Decidiamo così di consolarci riempendoci lo stomaco con una bella Parrilla (grigliata mista della migliore carne argentina), ottimo rimedio per delusioni di ogni genere. Dopo il lauto pasto, Pocho che è un ballerino di tango e folklore conosciuto nella zona della feria (el matadero) mi porta alla "Federacion Gaucha Porteña", un edificio antico e mal ridotto, ma con un fascino speciale. Un posto come piace a me insomma. Un salone grandissimo con muri alti e finestre gigantesche, le pareti piene di stendardi, bandiere, la foto di Gardel e cianfrusaglie; una cucina traboccante di pentole, piatti e strumenti di ogni tipo, secchi per raccogliere le gocce che si infiltrano e in un angolo, poi, tre musici: Sandra, che canta tango e folklore, il signor Oscar che suona una chitarra scordata, e Lito Beinoso, un bandoneon un po’ usato.

Mi invitano a sedere, si beve il mate, si mangiano le Empanadas (la comida più caratteristica dell’argentina), si parla di musica, si ride, si scherza, si suona. Vals "Desde el Alma" di Homero Manzi cantato da Sandra.

Ieri ho imparato a suonare la Chacarera , forse il genere piú apprezzato e suonato in argentina: ho passato la giornata a Hurlingham, una localitá a mezzora di treno da Buenos Aires, con due persone di una disponibilitá incredibile: Juan Carlo Barroso e Marina Prá. Li ho conosciuti grazie a Liliana Bocca una dei soci del CAVA. Lui gran chitarrista, lei cantante e direttrice del coro “Vocal Macedonia” di Hurlingham, ha la mamma bresciana. A fianco della bellissima abitazione che Juan Carlo ha abilmente restaurato, hanno costruito con le proprie mani una scuola dove insegnano musica, folklore e canto corale.

La scuola si chiama “Yupana” che nella lingua dei Mapuches e del Quechua indica un gioco fatto con delle pietre. Juan Carlo apre una bottiglia di buonissimo Malbek che dice di aver conservato per un momento importante e sulla tavola c’è una gran quantitá di empanadas. Discutiamo di musica per quattro ore.

La bellissima coppia, mappa dell’Argentina alla mano, mi fa un riassunto di tutto quello che bisogna sapere sul folklore argentino, le origini indigene, le influenze europee, le influenze dell’emigrazione. Questo paese è una gran “mescla” di culture differenti che fondendosi assieme hanno dato vita a generi nuovi che parlano molte lingue e racchiudono significati antichi e legati alla terra. Juan Carlo suona, mi insegna la tecnica della Chacarera (non facile) Marina mi mostra le danze, gli strumenti e canta.   

Io, Marina Prá, Juan Carlo Barroso 

 

Sto imparando molte cose di questo paese e di questa cultura grazie a persone come Juan Carlo e Marina che senza chiedere nulla in cambio, dedicano il loro tempo prezioso per donarmi preziose informazioni su musiche, usi e costumi della propria terra, con orgoglio e cordialitá. Io ne faccio tesoro, annotando tutto in schede che conservo e approfondisco quando ho del tempo libero.

Buenos Aires è il riassunto di tutta la cultura musicale Argentina, qui non si trova solo tango. Basta uscire un attimo dal centro per incontrare peñas folklorica di tutto il paese. La cittá è popolata da gente proveniente dalla provincia e mantiene le tradizione della propria zona riunendosi a suonare e danzare in postacci nascosti. Potrei restare qui e fare tutto il lavoro da Buenos Aires...peró domani me ne vado, a Rosario, piú al nord, perché ho voglia di mettermi lo zaino in spalla e di partire.

Cueca cantata da Sandra. Gracias un beso Andrea.

 

14-04-07 Buenos Aires, la città del Tango. Come non approfondire un po’ questo genere musicale che ha tanto di italiano. A sfatare miti e leggende del Tango argentino è Fabio Borroni, un amico conosciuto alla riunione del CAVA di sabato. Fabio, persona disponibilissima e cordiale, è nato in Argentina ma ha origini italiane e con la madre, trevisana, ed il padre lombardo, ha fin da piccolo vissuto nel barrio del tango: el barrio de Abasto o Balvanera, ora parte dell’immenso centro di Buenos Aires, un tempo centro periferico di commercio di generi alimentari, culla del tango e ancora… quartiere dove viveva il mitico Carlos Gardel.

Fabio qui gestisce, con il fratello, un negozio di ottica. S trova in Avenida Corrientes 3340, una delle principali strade di Buenos Aires e lo hanno chiamato “OPTICA ITALVENETA”. Una caratteristica particolare di Buenos Aires è che passeggiando per la città si notano ovunque insegne di negozi, bar, ristoranti e pizzerie che portano un nome tipicamente italiano. A tratti sembra di girare per una metropoli italiana, poi il castellano dei porteños, che penetra nelle orecchie, crea un paradosso di identità e mi scaraventa di nuovo in Sud America (non che mi dispiaccia!!). Ho trascorso ben quattro ore con Fabio, che mi ha gentilmente concesso il tempo necessario, prendendosi una “licenza” dal lavoro, per donarmi preziose informazioni che difficilmente sarei riuscito a trovare. Abbandonata la sede del lavoro, siamo andati un po’ a spasso per il quartiere caratteristico della sua infanzia.


Il Mercato di Abasto, raggiungibile prendendo la linea "B" della metropolitana e scendendo a “Estación Carlos Gardel” è un edificio gigantesco, dove un tempo arrivavano carri e treni carichi di generi alimentari per venderli all’ingrosso nel piano terra, e al dettaglio nei piani superiori. Fabio racconta che andava con la madre a scegliere il pollo più grasso per poi ritirarlo dopo qualche minuto, spellato e pronto per il forno. Ora il mercato e’ diventato un grosso centro commerciale moderno, c’è addirittura una ruota panoramica all’interno che va a coprire il caratteristico orologio gigante che segnava la fine dei lavori. A tratti si notano angoli di costruzione vecchia e originale e tra i vari prodotti esposti, sono istallate fotografie suggestive che riportano i momenti significativi degli emigranti che sbarcavano a La Boca, e le immagini del lavoro nel mercato. Un museo dentro ad un supermercato!! In una zona dell’edificio, c’è la famosa piazza del “Zorsal” chiamata così in onore del soprannome di Carlos Gardel “El Zorsal Criollo”, un uccello caratteristico; qui si susseguono manifestazioni culturali, concerti di Tango e altri generi artistici. La connessione tra questo posto ed il Tango e’ fondamentale. C’e’ infatti una foto, tra le tante, che immortala uomini che ballano tra loro, e dei musici che suonano il bandoneon, poi chitarre appoggiate fianco dei banchi di lavoro.


Ecco quindi sfatata le leggenda che narra che gli uomini ballavano il Tango tra loro, in modo da esorcizzare la noia, nell’attesa di aspettare il proprio turno per  incontrare la “bella” dei bordelli di Buenos Aires!! E’ vero che inizialmente il ballo era tra una coppia di uomini, ma per il semplice fatto che le donne non potevano ballare una musica che parlava di sesso, di trasgressione, di vizi e delitti, perché sarebbero state considerate delle prostitute. Stiamo parlando degli inizi del ‘900. A proposito di questo argomento, Fabio mi ha regalato due preziosi libri: “Letras de Tango” e “Todo Tango” di Josè Gabello (Ed. Libertador), dove vengono analizzati tutti i temi dei più famosi Tango, sottolineando le somiglianze di alcuni termini con i vari dialetti italiani. Il Tango quindi è nato nel mercato e nei bar di questo bel quartiere abitato da masse di genovesi e veneti (non molto raccomandato di notte) e non nei bordelli di Buenos Aires. Poi e’ stato portato anche nei luoghi della trasgressione e ha invaso tutta Buenos Aires, donandole quella indole malinconica che caratterizza questa splendida città.  

Passeggiando per il barrio, Fabio mi porta a vedere quel che ormai resta del locale dove si esibì per la prima volta Carlos Gardel, uno dei più conosciuti interpreti del Tango. Ora c’e’ un edificio in costruzione…nemmeno bello. Però è stata conservata la casa dell’artista che ora è un museo e tutto intorno, gli edifici sono decorati con “il filetto” che portavano i carri e i camion di allora. Inoltre da poco è stata avviata un’opera di decorazione delle case con i temi dei più famosi tango interpretati dall’artista. Bello, ma troppo turistico per i miei gusti.

Ne avrei da dire moltissimo; le leggende che ho sentito sul Tango raccontate da vecchi ed esperti del settore sono tra le più svariate e contraddittorie. Del resto un aspetto che rende ancor più affascinate questa musica unica nel suo genere è proprio la sua inspiegabile molteplice origine.

Sotto metto un video che ho girato a Caminito, altro quartiere caratteristico di Buenos Aires. Qui si balla sempre tango tra le caratteristiche casette colorate con gli avanzi di pittura delle navi mercantili che approdavano nel vicino porto di La Boca.

 

Curiosità: Carlos Gardel, prima di cominciare a cantare, era molto grasso, poi trovando la sua strada si è "rilassato" ed è diventato come lo conosciamo. Le prime canzoni che interpretava erano canzoni napoletane. Partecipava al coro della parrocchia S. Carlos di Buenos Aires.

Altre foto nella sezione foto: Buenos Aires e sul sito www.viaggiscoop.it

Collegamento con Radio Vita: Venerdi 20 aprile ore 11.30.

 
16/04/2007

L’arrivo a Buenos Aires mi ha regalato subito grosse emozioni. Sabato sera come da copione sono andato a d assistere ad una peña folklorica al Tigre che e’ una zona situata nella periferia di Buenos Aires sul delta del fiume Parana’. E’ un importante centro turístico e viene definito ironicamente “La Venecia di Buenos Aires” vista la stertta somiglianza dei vari canaletti che si insediano nel paese percorsi da vaporetti del tutto simili a quelli veneziani. In questa zona vive Mariano, un nativo che ho conoscito l’anno scorso a Tilcara nella regione di Jujuy a Nord dell’Argentina, zona molto interessante non solo dal punto di vista musicale. Mariano si e’ trasferito qui da poco e lavora  come insegnante di musica e musicista. In molte occasioni organiza peñas folklorica come quella a cui ho assisitito. un peña e’ una festa caratterizzata da ingredienti tipici del nord argentino. Musica, balli, bevande e pietanze caratteristiche. La peña si fa nella casa dove vive Mariano, ma e’ aperta a chiunque L’accoglienza che ho ricevuto al mio arrivo e’ stata delle migliori; la gente italiana gode da queste parti di una notevole stima, considerato che la popolazione argentina ha il sessanta per cento di sangue italiano. Noi qui veniamo chiamati “Tano” che appunto significa “italiano”. Cosi’ nessuno dei presenti si preoccupo’ di imparare il mio nome perche’ tanto ero gia’ etichettato. La cosa che mi colpisce maggiormente, e’ che a partecipare alla peña ci sono almeno tre generazioni differenti. il piu’ piccolo ha solo qualche mese e gia’ dorme beato, passato continuamente tra le braccia dei famliari, mentre la madre prepara in un grosso pentolone da esercito, una “sopa de lenteja” una gustosísima zuppa a base di lenticchie con trippa, pezzi di carne e verdure varie. La piu’ anziana, la simpaticissima Juana Carnelli che porta con dignita’ e disinvoltura i suoi 91 anni. Ha una folta chioma di capelli bianchi e se ne sta seduta in una panchina, masticando del pane nero. Mi avvicino, mi presento e mi dice di parlare forte perche’ non ci sente. Le dico che sono veneto e i suoi occhi neri si illuminano di gioia. Suo marito era veneziano e lei stessa aveva origini venete pur essendo nata qui. Comincia subito a parlarmi in dialetto, (quello che si ricordava), un dialetto stretto con termini che non si usano ormai piu’. E’ molto simpatica e in un momento mi racconta piu’ o meno tutta la sua vita. Le chiedo di cantarmi una canzone veneta che le cantava suo papa’ e lei comincia a cantilenare “Quel mazzolin di fiori” in una lingua che sta tra il castellano, l’italiano e il dialetto veneto. La sala comincia a riempirsi, Mariano e’ in un’altra stanza che fa prove con i suoi strumenti del folklore. Questa sera oltre a il suo trio, suonera’ un grupo di sette donne “Las Mandinga” formato da tre Charago, chitarra, tambora, violino, voce. I ritmi della “chacarera” e del “Huayno” dirigono i passi di danza e giovani, vecchi e bambini, ballano insieme al suono della musica che parla della loro tradizione. Alcuni amici cercano di insegnarmii passi, ed io, piu’ simile ad un tronco che ad una persona faccio quel che posso, cercando di mimetizzarmi tra la mischia imitandone i movimeti. Ogni passo di queste danze ha un significato ben preciso che deriva dalle vicende che colpirono questi popoli durante la colonizzazione.  In breve pero’ imparo e mi lascio andare. La peña va avanti tutta la notte, la gente va e viene, c’e’ grande energia e partecipazione. Poi sul palco si aggiungono msicisti e la musica finisce per assumenre nuove forme e generi improvvisati. Gli amici fanno di tutto per farmi sentir  a mio agio, amche se io gia’ lo sono, e ci tengono a mostrarmi e ad insegnarmi le tradizioni di questo magnifico paese. Verso le tre della mattina i miei occhi stanchi dal viaggio decidono contro ogni proposta di negoziazione di chiudere le serrande. Mi viene destiato un bel letto nella grande casa, dove cado in un sonno profondo. Il giorno seguente sono rimasto solo io tra gli invitati e mi riunisco con tutta la famiglia a banchettare al pranzo domenicale approfittando della famosa accoglienza argentina. Si parla, si discute, ci si confronta, mi fanno domande sull’italia, sulle nostre usanze, si ride e si suona. La chitarra gira tra la tavola, mi chiedono di suonare qualcosa di tipicamente italiano. Propongo “O sole mio”; la conoscono tutti e la cantano con parole proprie.


 

MP3: "Huayno", genere tipico delle Ande centrali. Viene cantato in "Quechua", la lingua ufficiale dell'impero Inca, tramandata oralmente. Solo ultimamente e' stata "tradotta" in grafia.

Suona: Las Mandinga

 
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