Nonostante la rottura del motore a Milano (vedi a lato), sono riuscito ad arrivare quasi in tempo per il matrimonio a Cosola, per assistere alle usanze musicali legate a questo rituale e alla festa.
GRAZIE AGLI SPOSI E TANTI AUGURI!!!
Oggi qui sotto offro una bella canzone (La pianta verdolina - Marcellina) cantata da Stefano Valla e Daniele Scurati, un po' malinconica, ma in linea con l'emozione che mi accompagna alle porte di questa bella valle.
Attilio Rocca (llamado también Tilion) es un acordeonista, un hombre bajo y robusto que vive en Ozzola, en Val Trebbia (PC); apenas llegamos lo vemos afuera de su casa que corta leña con una máquina que nunca había visto antes. Nos saluda y con un movimiento casi automático va hacia su bodega y sale con un salame y una gran botella de vino.
Entramos en el salón de su vieja casa que construyó él mismo y la mesa se transforma pronto en un banquete exquisito. Sobre un mueble veo una fila de cartuchos y una columna de atados de cigarrillos.Stefano Valla, indicándome estos elementos me dice “Este es Tilion”.
Stefano aquí es conocido, Tilion para él es como un padre y es él que va a buscarle su acordeón y se la pone. Tocan juntos un tema del vasto repertorio para flauta y acordeón, formación original de la cultura musical de esta zona. Hace un tiempo era flauta y cornamusa, luego el acordeón sustituyó el instrumento de acompañamiento, pero aquí se sigue diciendo “van bien como flauta y musa” haciendo referencia a las parejas felices. Tocan con mucha energía; Attilio apoya el mentón sobre el acordeón para mirarse las manos; su actitud un poco cansada y de sufrimiento parece desaparecer cuando toca las notas de su instrumento. Luego, cuando para, tose y le falta el aliento.
Es un autodidacta y se jacta de haber encontrado un hombre que un día le dijo “Los otros acordeonistas serán mejores que vos, pero me gustás más que ellos”. Antes tocaba la cornamusa, pero desde siempre deseó el acordeón y cuando pudo conseguir una, aprendía mientras hacía el pastor, arriesgándose muchas veces de perder las ovejas, perdido y concentrado con la primera canción que trataba de aprender: “La barchetta in mezzo al mare”. Después empezó la carrera de músico “hasta que no terminaron los buenos tiempos, cuando se tocaba siempre y se podía traer a casa algún dinero”; emigró a Milán para trabajar en un vertedero de autos usados, pero años después lo llama un flautista (Ettore Losini), que lo convence a volver y retomar su verdadera actividad.
Attilio es un músico innato, que nunca abandonó la música. Stefano me cuenta que cuando no tenía instrumentos había inventado un arpa en un placard, que servía como caja de resonancia. “Tenía el oído universal y detestaba tocar en DO, pero después tuve una ‘isquemia musical’ y no soy más el mismo músico de antes”. Stefano, que es un profesional y escuchó ya a muchos acordeonistas, le asegura que su estilo no se perdió y lo alienta invitandolo a tocar otro tema con él.
Este lindo encuentro me hace viajar atrás de dos meses, cuando en Friuli, en una de las primeras etapas del Cammino della Musica, había encontrado gracias a Andrea del Favero, Eliseo Iussa(ver post Il suono tradizionale del Friuli).
Personas como Attilio y Eliseo, son los testimonios de un pasado musical aún actual que no tiene que ser olvidado, sino más bien del que hay que sacar conocimientos y aprender para llevar adelante una tradición que pueda adaptarse a los tiempos actuales, pero que sea consciente de los valores que la crearon.
Stefano pensava che rimanessi a Cegni una mezza giornata, il tempo di un’intervista e qualche registrazione… mi son fermato quindici giorni. Del resto le vallate dipinte di verdi lucenti, l’atmosfera di pace d’altri posti, l’accoglienza degli amici che ho incontrato e la musica unica di queste parti, sfidano anche il più qualunquista a dire di no a una permanenza prolungata.
Siamo a Cegni e dintorni, in provincia di Pavia, in quella zona denominata “Quattro Province” (Genova, Pavia, Alessandria, Piacenza), dove il territorio culturale va di là dalle amministrazioni di appartenenza. In questa zona appenninica si è mantenuta una storia legata da una stessa musica.
La prima occasione per ascoltarla me la offrono Stefano Valla e Daniele Scurati, inseparabili compagni di suono, che si esibiscono per il Cammino della Musica nella grande cucina blu della casa di Stefano. L’impatto è devastante: un blocco sonoro forte, deciso, completo, che perfora l’anima.
Sembrano in dieci e invece sono in due; piffero e fisarmonica, questa la formazione tipica della zona dove, dice Stefano, “non si è mai smesso di suonare”. Stefano è una persona con due grandi spalle, su di una porta la serietà e la professionalità, sull’altra ci sta un’ironia travolgente. La sua testa è capace di dosare sapientemente le due forze. I suoi amici dicono che è un professionista delle feste.
Lui e Daniele sono musici e lo fanno di mestiere, “suonatori” dicono loro.
“Noi non siamo e non vogliamo essere la ricostruzione di un recupero isolato dal contesto sociale in cui siamo cresciuti”, dice Stefano: “Noi siamo cresciuti in questa zona, dove abbiamo sentito fin da piccoli il piffero”.
La forza di questi due musicisti e di altri di queste parti, sta nell’esser stati capaci di tradurre i comportamenti ereditati dai vecchi suonatori per i tempi attuali, ma senza sbalzi temporali, bensì in forma ininterrotta e senza rinunciare all’innovazione che rappresenta la continuazione della tradizione.
“La tradizione è viva nel momento in cui riesce a mantenersi ed evolversi nello stesso tempo. Bisogna conoscere quello che è stato fatto prima per permettersi di innovare. Tradizione per me è conoscenza.”
Una prova di questa tesi è quello che hanno fatto i vecchi suonatori della zona, quando agli inizi del ‘900 hanno deciso di sostituire la cornamusa (vecchia compagna del piffero) con la fisarmonica, “nuova amante del piffero”, adeguando e riformando il repertorio “tradizionale”. Allora, che cosa è tradizione? O meglio, 'quando' è tradizione? Domande tanto assurde quanto inefficaci perché non ha senso fissare paletti spazio-temporali a una forma artistica e culturale in continuo movimento.
Stefano mi racconta che ha avuto un grande rapporto artistico e umano con i suoi maestri Ernesto Sala e Andrea Domenichetti, valori che sta trasmettendo anche ai suoi allievi. Dice di essersi reso conto, quando è morto il suo ultimo maestro, di non avere più nessun punto di riferimento e che 'la palla ora è passata a lui'. Ricorda che lo stesso maestro che viveva in un paesino di poche anime a 1100 metri diceva: “Questa musica è locale ed europea insieme”, e ora Stefano e Daniele affermano: “Noi suoniamo come i suonatori di 100 anni fa, ma siamo anche gli stessi che oggi stanno girando l’Europa suonando questa musica”. E la musica che suonano i musicisti delle Quattro Province deve funzionare tanto nel rituale di un matrimonio locale, quanto sul palcoscenico di un teatro europeo. “Suonando in modo qualitativamente meritevole”. La musica delle Quattro Province infatti richiede molto studio e dedizione, soprattutto, consapevolezza.
SECONDA PARTE:
Qui le feste sono una faccenda “seria” ed ho avuto, tra le altre, la fortuna e l’opportunità di partecipare ad un matrimonio. Non è che si usi ancora spesso celebrarlo come un tempo, mi raccontano gli sposi Stefano e Serena, ma a volte capita, e allora i suonatori vanno a prendere la sposa sotto casa e le dedicano una canzone che racconta del distacco dalla famiglia per addentrarsi nel mondo di coppia. Ci sono poi altre musiche dedicate a vari momenti del rituale e si finisce come di consueto al ballo finale, che è aperto a tutta la comunità e non solo agli invitati del matrimonio.
Il palco delle feste è solitamente un tavolo. Spetta all’organizzatore della festa accertarsi che regga il peso dei suonatori. L’articolarsi della festa ha dei codici e delle regole che musici, ballerini e partecipanti in generale conoscono e rispettano da tempo. Ricordo che ad un certo punto del ballo, durante le nozze, qualcuno fece notare a dei suonatori di aver fatto durare troppo a lungo una mazurca e i danzatori avevano così perso il senso del ballo. Stefano mi spiega però che non sempre dove c’è un ballo c’è una festa: per farlo diventare tale ci vuole una certa abilità del suonatore, il suo intuito e soprattutto l’esperienza. È al suonatore quindi che spetta il ruolo di sacerdote dei festeggiamenti, in grado di soddisfare i suoi adepti-danzatori con le giuste orazioni musicali fatte di alessandrine, monferrine, valzer, mazurche e polche. Non è per nulla eccessivo affermare che in queste feste si avverte qualcosa di spirituale. Come si potrebbe altrimenti spiegare una resistenza fisica che permetta ai musici di suonare senza sosta per ore ed ore? Stefano parla di una specie di trance benefica, sana, pura, che dà al tempo che passa un significato del tutto relativo: “A volte suoniamo per dieci ore senza nemmeno accorgercene”.
Durante queste lunghe ore che vorresti non finissero mai, l’intreccio melodico di piffero e fisarmonica crea un suono ipnotico. Sono sicuramente una coppia vincente, seducente, indissociabile, unica nel suo genere e simbolo di una cultura musicale che ha saputo modellarsi ai tempi trovando sapienti soluzioni e geniali innovazioni.
Ringraziamenti: Stefano Valla e Daniele Scurati, Massimo Perelli, Matteo Burrone, Renata Tommasella, Roberto Cariotti e Romana, Bernard Blanc e Philippe, Adriano Angiati e gli sposi, Anna, Loredana, Laura, Ettore e Carla, Cleto Marini, Helen, Giorgio Carraro, Maurizio di Romagnese e Urby, Martina catella.
Un ringraziamento alla compagnia "Gli Zanni" che domenica mi ha ospitato per un VIDEO SHOW presso la "Sala degli Zanni" a Ranica (BG).
SPETTACOLO NELLO SPETTACOLO!! Dopo l'esibizione il pubblico presente, fondatori e sostenitori della compagnia hanno dato vita ad una bella festa con canti e balli a suon di campanine, baghèt e non solo.
Stessa atmosfera che si era creata dopo lo spettacolo a Comelico Superiore: EVVIVA LA MUSICACHE STIMOLA. GRAZIE!!