Marcelo Martinez Garcia, llamado “Marcelo el rey del bolero”, es un músico que durante los '50 transcurría los dias junto a su amigo Ernest Hemingway, tocando boleros y disfrutando del paisaje cubano en el barrio de Cojimar, un lugar muy precioso situado en la Habana del Este, un poco lejo de la Habana Vieja. Ahora Marcelino toca junto al trio Heming (Neraida, Reinaldo y Marcelino) en frente del monumento construido para el escritor, esperando que los turistas, atraidos por el son cubano y por los cuentos de Marcelino, dejen un poco de dinero. VERSIONE IN ITALIANO - ENGLISH VERSION
EL RELATO: “ Un día una chica dejó un mensaje en mí blog: cuando me fui de Cuba tenía más preguntas que cuando había llegado.. al mismo tiempo el mensaje inicial de mí blog era: estoy buscando una sintonía entre Cuba y yo.
Cuba es un país muy diferente de todos los que visité; tiene muchas diferencias, contradicciones, paradojos, absurdidades.. no obstante eso mantiene su equilibrio. Cada turista que llegue aquí para derrochar su dinero y redimirse de sus frustaciones con buenas putas y vasos de ron, seguramente aquí encuentrará un paraíso. De otro lado quien quiera conocer el alma de Cuba, su población y su porque, tendrá que quebrarse la cabeza, ponerse a duras pena y encotrar algo verdaderamente diferente y fuerte”.
ADVERTENCIAS: esta es la pieza inicial de un cuento que estoy escribiendo sobre mi experiencia en Cuba. No quiero proseguir porque sería demasiado largo pero quiero poner en guardia los espectadores de este reportaje: ¡no es todo oro lo que reluce! Es probable que quien no haya estado en Cuba o quien haya vivivo en Cuba con la superficialidad que ya he describido, solamente percibirá de este documental el estereotipo cubano de siempre: Cuba, dentro del imaginario colectivo aparece come una isla caribeña feliz y despreocupada, gobernada por héroes operantes contra el “sistema global”. Sin embargo, la verdad no es esa: aquí la vida es muy pobre y dificíl y la población cubana para vivir tiene que inventarla, enfrentando muchas veces compromisos incómodos.
CONCLUSIÓN: Neraide dejó su trabajo porque tenía una enfermedad, ahora está en jubilación.. sin jubilación, Reinaldo tiene muchas dificultades para mantener una hija estupenda, Marcelino es un cubano que durante toda su vida ha tocado en la calle; vive en un piso muy pequeño que, como las tuberías son construida muy mal, huele a pis. La luz de sus ojos es la prueba que para ser una persona feliz hay que contentarse.. y que la música es un remedio poderoso.
Marcelo Martinez Garcia, who people call “Marcelo king of the bolero” is a musician who in the fifties used to spend his days with his friend Hemingway, playing boleros and enjoying the wonderful landscape in the Cojimar quarter, a breathtakingly beautiful place, situated in Havana del Este, a little bit out of the way with respect to Havana Vieja. Nowadays Marcelino plays in front of the monument erected to Hemingway with his Trio Hemingway (Neraida, Reinaldo, Marcelino) in the hope of receiving some money from tourists, fascinated by the cuban son and Marcelino's stories. VERSIÓN EN ESPAÑOL- VERSIONE IN ITALIANO
THE STORY: “One day a girl wrote a message ON my blog: when I left Cuba I had more questions than I had when I arrived.. at that moment the message on the banner of my blog was: I'm trying to be in tune with Cuba.
Cuba is a different country. Different from every country I've ever visited.; it has lots of facets, contradictions, paradoxes, absurdities.. however it keeps its equilibrium. Any tourist who would like to go to Cuba to waste his money and to get rid of his frustrations with nice prostitutes and Cubalibre, will find here his banal heaven. On the other hand those who would like to know the soul of Cuba, its population and its reason for being, will have to rack their brains and work hard, trying to find something truly strong and different”.
WARNING:this is the beginning of a story that I'm writing about my Cuban experiences. I'm not going to continue because it would be too long, I just want to warn the spectator: not everything is as it seems to be! Probably those who have never been to Cuba or those who have lived there with the shallowness that I described before, will only understand from this video the cuban stereotype: in the collective consciousness Cuba seems like a Carribean island, joyful and carefree, managed by political heroes that are fighting against the “global system”. However this isn't the truth: life is very hard and poor here and the cuban population has to invent ways to survive, frequently stooping to compromises.
CONCLUSION: Neraide has resigned from her job for health problems, now she is retired...without a pension, Reinaldo has difficulties with growing and supporting his wonderful daughter, Marcelino is a Cuban who has been spending is whole life as a busker; he lives in a house very small that smells of pee because the pipages doesn't work properly. The shining of his eyes it's a sure sign that you have to be pleased with what you have..and that music is a strong treatment.
IL PETROLIO SONANTE: Viggiano è un piccolo paese situato nella Val D'Agri in provincia di Potenza. E' nota per i preziosi (preziosi per pochi) giacimenti di petrolio, ma il vero tesoro che la contraddistingue e la rende unica in Italia è tutt'altro che nero, è chiaro come il legno del pero selvatico ed è fatto di note! Viggiano è il fulcro di una tradizione musicale tri-secolare che si è fatta distinguere in vari angoli del mondo: quella dell'Arpa Popolare Italiana.
GLI ANZIANI SUONATORI: Viggiano era una delle tappe previste dal percorso del CamminAmare Basilicata. Ci siamo arrivati camminando da Moliterno, dove, grazie al chitarrista-ricercatore Graziano Accinni, avevamo incontrato l'ultimo dei depositari di questa antica tradizione, l'anziano Luigi Milano (vedi post).
I suoi racconti, come quelli di tutti i musicisti anziani che ho incontrato, sono sempre densi di emozione. Luigi si guadagnava la vita suonando l'arpa "portativa". Soprattutto nei periodi natalizi suonava le novene per le contrade e le case lucane, con la sua arpa, accompagnato da un ensamble di violino, voce e zampogne. Mi racconta del freddo patito, ma anche del divertimento e della sensazione di libertà.
UN'ARPA PER LA LIBERTA': forse la stessa sensazione cercata dai numerosissimi arpisti (o arpaioli come piace dire a Luigi Milano) che negli anni dell'esodo di massa italiano, emigravano per il Sud America, l'Australia, il Sud Africa in cerca di fortuna. Non a caso oggi molti arpisti riconsciuti a livello mondiale arrivano proprio da Viggiano (vedi Alberto Salvi, prima Arpa della Chicago Orchestra).
I GIOVANI SALVATORI: una tradizione che, per la particolarità dello strumento, riesce a ritrovare una rara commistione tra musica popolare, colta e sacra. Una tradizione che purtroppo, caduta in disuso, stava per scomparire senza lasciare alcuna traccia, se non fosse stato per alcuni giovani musicisti lucani che spesso inconsapevolmente si avvicinarono a questo affascinante strumento. Uno fra questi e il giovanissimo Davide Ierardi.
IL MIRACOLO: Davide ha al suo attivo due "miracoli"; il primo è quello di aver scoperto la passione per l'arpa, il secondo quello di aver "contagiato" il papà Giovanni in questa sua missione. Ora padre e figlio gestiscono assieme un laboratorio di liuteria di arpa viggianese, situato vicino alla Chiesa dove è custodita la Madonna Nera di Viggiano, protettrice del popolo lucano.
LA STORIA DI GIOVANNI:qualcosa di miracolo c'è in questa bella storia, se consideriamo che Giovanni, ora in pensione come invalido al lavoro dopo 30 anni di operaio metalmeccanico, non ne sapeva nulla di liuteria e di falegnameria, prima di farsi ammaliare dal suono dell'arpa suonata dal figliolo. "Cominciai a costruire delle piccole arpette come "souvenir" per i turisti, poi mi è venuto in mente di farne una più grande…" mi racconta Giovanni. "Ora mi sono reso conto che ho in mano una missione.. e quindi anche dei nuovi pensieri. Ma costruire arpe mi fa stare bene, perchè mi tengo in movimento, non cado nell'ozio e quindi non deperisco".
E' la prima volta che incontro un caso di "passaggio generazionale inverso". Solitamente sono padri e nonni a passare ai loro figli o nipoti la passione per una tradizione. La storia di Giovanni e Davide è molto curiosa e fa riflettere molto sulla "casualità" dei "compiti" che il destino riserva nella vita di alcuni uomini.
Ringraziamenti: Giovanni e Davide Ierardi, Graziano Accinni, Luigi Milano
Mi trovo ad Alessandria del Carretto (CS) nel bel mezzo nel Parco Nazionale del Pollino. Qui un gruppo di donne, a quanto pare crescente, dedica parte dell’anno pensando a come meglio adornare le cinte in onore della Santa Madonna del Carmine.Si tratta di vere opere d’arte devozionale che pur seguendo specifiche regole riguardo la costruzione (più che altro regole territoriali) lasciano libero sfogo alla creatività, che deve comunque essere misurata per non risultare troppo invadente e... pesante: le cinte infatti vengono fatte sfilare durante una processione danzante di sei ore, portandole sul capo. ENGLISH VERSION - VERSIÓN EN ESPAÑOL
La processione ha inizio la sera del 23 agosto, quando Margherita mi dice di seguirla a casa sua per prendere la cinta. Per lei è la prima volta, ha costruito una bella cinta adornata di rosso, diversa dalle altre che vedrò:“Quelle di Plataci (paese Arbëreshë della provincia di CS) hanno più questa forma quadrata... per me è stata una coincidenza, perché mio padre è di Plataci e quasi inconsciamente ho creato una struttura mista tra la forma di Plataci e quella di Alessandria”. La mamma la attende con la nuova cinta già in testa e a piedi nudi: “Quest’anno ho deciso di fare tutta la processione scalza, in segno di devozione”. Le donne che la guardano incuriosite, più tardi, mi racconteranno che un tempo erano molte le donne scalze; chi aveva un voto camminava scalza e si spogliavano del vestito da sposa davanti alla madonna.
Partiamo dalla casa di Margherita seguiti da un piccolo corteo di musicisti di zampogna e tamburello. La prima fase della festa prevede la ricerca delle altre cinte che sfilano tra le vie del paese. Dopo pochi metri di cammino già intravediamo la prima: è Angela con la sua cinta che rappresenta la cupola di una chiesa. Le due cinte si incontrano e ballano una tarantella assieme, poi proseguono il cammino fino a quando il gruppo sarà al completo. Quest’anno le cinte sono sei. Vengono depositate nella Chiesa fino al mattino seguente
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Ore 9.00, le donne vestono la Madonna, se la caricano sulle braccia e partono per il lunghissimo pellegrinaggio. Il paese è in festa, c’è la banda che apre la processione, segue il gruppo di donne che danza con le cinte, il gruppo di suonatori, le donne che portano la Madonna e tutto il paese a seguire. Si passerà per ogni casa di Alessandria, in sei ore. Qualcuno offre un ristoro alle donne affaticate, altri fanno generose offerte alla Madonna e declamano preghiere, altri seguono la processione dal balcone di casa.
La musica si alterna tra una potente banda al completo e un misero gruppo di suonatori di zampogna e tamburello. Purtroppo pochi giorni fa ad Alessandria c’è stato un lutto e così oggi i suonatori hanno preferito non suonare. In questo viaggio i lutti mi hanno fatto perdere molte occasioni, non li sopporto più.
Lo spettacolo coreutico delle cinte è bellissimo, le donne sembrano facciano a gara per “incoronarsene” una e così le “proprietarie” hanno modo di riposarsi e ballare la tarantella più alleggerite. Quest’anno anche Isabella ci prova. All’inizio era titubante, temeva forse di cadere e rompere la cinta, o forse di non essere pronta... sfilare con la cinta per la Madonna è una cosa importante e rivestita di profondi significati. La vedo mentre Margherita le passa la sua, spengo la telecamera e mi vivo la scena senza filtri. Isabella titubante calibra il peso nella testa e parte, ce l’ha fatta, è pronta e trionfante.
Quest’anno c’è anche un uomo con la cinta in testa; è un fatto straordinario, la Madonna del Carmine è una festa prettamente femminile, quella cinta però è storica e appartiene ad una donna che ha sempre partecipato alla processione, quest’anno non può farlo perché è malata, lui è suo nipote.
La processione prosegue, le donne sembrano essere sempre più cariche anziché stanche e continuano a ballare ininterrottamente. Si fa sera, si arriva in chiesa, ultimo sprazzo di gaudio, poi la Madonna viene svestita e le cinte riposte fino al prossimo anno. Le donne scommettono che ce ne saranno molte di più, ed Alessandria torna alla sua calma.
Ringraziamenti: le donne delle cinte, Paolo Napoli, l'Amministrazione Comunale di Alessandria del Carretto, Mimma, Andrea quello dell'incidente e Giusi Duino. Lo staff di Radicazioni, Paolo Napoli, Sandro Brunacci, Alessandro Adduci, Alessandria tutta. 20090826
UN REGALO DAL CIELO: quando sono arrivato, per caso, nel villaggio di Malealea ho pensato di avere un guida spirituale che mi indica la retta via. L'Africa è immensa e con pochi giorni a disposizione non è facile trovare forme di tradizioni musicali come quella del Lesotho. VERSIÓN EN ESPAÑOL IL VIAGGIO: dopo un giorno di viaggio in macchina, attraversando paesaggi che rievocano tutto l'archetipo africano, arrivo a Malealea (Regno di Lesotho, Sud Africa). Il sole si sta abbassando e l'aria comincia a farsi gelida. è luglio e nell'emisfero australe è inverno, inoltre il villaggio è situato a circa 2000 mt. sopra il livello del mare.
MALEALEA: il villaggio è costruito con casette rotonde di pietra e paglia, regala scenari spettacolari e suggestivi. Gli abitanti del luogo sono sempre sorridenti e molto accoglienti. I bianchi mi raccontano che qui le tensione dell'Apartheid non sono arrivate, mentre a Johannesburg la relazione tra bianchi e neri è molto delicata. All'interno del villaggio c'è un piccolo lodge, attrezzato per accogliere turisti ed esploratori; l'architettura del lodge rispetta quella del villaggio, ma le case sono decisamente più all'avanguardia. lo staff organizza molte attività culturali mirate all'assistenza, all'educazione e alla cura della comunità di Malealea (vedi www.malealeadevtrust.org).
LA MUSICA: al calare della sera, infiamma la musica: il gruppoSOTHO SOUNDS sfodera i suoi strumenti artigianali, costruiti con vecchie taniche di latta, bastoni, crine di cavallo, nailon. Pare impossibile, ma da quegli umili strumenti apparentemente inutilizzabili esce una musica densa e trascinante. Si tratta della "BASOTHO MUSIC", il genere tradizionale locale. Impossibile restare indifferenti e immobili di fronte a questa musica. I componenti del gruppo sono molto giovani e percepisco che quello che stanno suonando e ballando è una versione nuova della tradizione. Poco dopo scoprirò che non è poi così diversa da quella usata dagli anziani. L'elemento più innovativo è il ballo. La Sotho Band ha saputo creare delle coreografie molto complesse che ricordano quelle delle pop star internazionali. Pensandoci meglio forse sono le pop star che hanno attinto dalle danze del Basotho..
Comunque siano andate le vicende, di una cosa sono certo: i Sotho Sounds potrebbero varcare con successo i palcoscenici europei.
STRUMENTI, BALLO, CURIOSITA': il bidone ricoperto da una guaina in plastica nera con attaccati due bastoni legati da uno spago pieno di sonagli si chiama MOROPA e fa da percussione. Il bastone ricurvo sistemato all'interno di una tanica vuota in latta che funge da cassa di risonanza e allacciato ad un filo di acciaio è il Basoto Violin chiamato KHOADINJANE. Lo strumento simile ad una chitarra con tre corde che adotta lo stesso sistema di risonanza del violino si chiama KATARA. Il ballo come quello dimostrato nel video è riservato solo agli uomini. Le donne in altre occasioni ballano il MOKHIBO chinandosi sulle ginocchia, muovendo le spalle in modo analogo agli uomini e facendo coreografie con le mani. La tradizione musicale di Lesotho è ricca di cori. Ne ho registrati alcuni e danno prova della dimestichezza canora naturale di queste persone e del loro attaccamento alla musica. VERSIÓN EN ESPAÑOL
RINGRAZIAMENTI: gli abitanti di Malealea, Sotho Sound, Richard Mohale, Bokang Sebotsa, Malealea Lodge, Malealea Development Trust, Jussara Santos Raxlen. 20110830
Marcelo Martinez Garcia, in arte "Marcelo el rey del bolero" è un musicista che negli anni '50 passava le giornate assieme all'amico Ernest Hemingway, suonando boleros e godendo del paesaggio cubano del barrio di Cojimar, un luogo di singolare bellezza situato all'Habana del Este, un po' fuori mano rispetto la Habana Vieja. Ora Marcelino suona con il Trio Heming (Neraida, Reinaldo e Marcelino) proprio di fronte al momunento eretto in memoria dello scrittore, sperando che i turisti di passaggio, sgancino qualche dollaro, affascinati dai son cubani e dalle storie di Marcelino. VERSION EN ESPAÑOL - ENGLISH VERSION
IL RACCONTO: "Un giorno una ragazza ha lasciato un messaggio sul mio blog: Me ne sono andata da Cuba con più domande di quando sono arrivata.. Il messaggio d’entrata del mio blog in quel momento era: Sto cercando di entrare in sintonia con Cuba.
Cuba è un paese diverso; diverso da tutti i paesi che ho visitato; porta nelle sue spalle mille sfaccettature, controsensi, paradossi, assurdità.. eppure mantiene un equilibrio. Un qualsiasi turista che voglia venire a Cuba per sperperare il suo denaro e redimere le sue frustrazioni in graziose puttane e CubaLibre, qui troverà il suo banale paradiso. Per chi invece voglia conoscere l’anima di Cuba, ossia il suo popolo e il suo “perché”, allora dovrà spaccarsi il celebro, mettersi a dura prova e cimentarsi in un qualcosa di veramente diverso e forte".
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HELP !! STO CERCANDO QUALCUNO DISPOSTO A PORTARE QUESTO FILMATO AL TRIO HEMING. CONTATTAMI PER I DETTAGLI!!
AVVERTENZE: questo è l’inizio di un racconto che sto scrivendo sulle mie esperienze a Cuba. Non voglio proseguire perché sarebbe troppo lungo, solo voglio avvertire il visore del filmato: non è tutto oro quel che luccica! Probabilmente chi non è stato a Cuba o chi ha vissuto Cuba con la superficialità che ho sopra descritto, percepirà da queste immagini solo lo stereotipo cubano: nell'immaginario collettivo, Cuba appare come un'isola caraibica felice e spensierata, governata da eroi politici che operano contro il "sistema globale". Le cose non stanno esattamente così: la vita qui è veramente dura e povera e il popolo cubano per sopravvivere deve inventarsela, molte volte cedendo a pesanti compromessi.
CONCLUSIONE:Neraide si è licenziata dal suo lavoro per problemi di salute, ora è in pensione.. senza pensione, Reinaldo ha una splendida bambina che a fatica riesce a mantenere, Marcelino è un cubano che per tutta la vita ha fatto il musicista di strada; vive in una piccolissima e umile casa che puzza di piscio perché le tubature sono fatte male. Lo sprazzo dei suoi occhi è la prova che nella vita per essere felici bisogna sapersi accontentare.. e che la musica è una potente cura.
EN UN VIAJE A CUBA sea cual sea el propósito del viaje, es inevitable traer a la mente el recuerdo de uno de los más famosos músicos del mundo cubano, cuya fama está atada a una película que captó la imaginación de una generación. La película se llama Buena Vista Social Club (Wim Wenders, 1999) y el protagonista principal era Máximo Francisco Repilado Muñoz, mejor conocido como Compay Segundo, el viejito cubano con el cigarro en la boca y el son en la sangre, que gracias a esta película se convirtió, junto con su grupo, a uno de los iconos de la música cubana. VERSIONE IN ITALIANO - ENGLISH VERSION
LA INMORTALIDAD DE UN MITO: su muerte en 2003 ha inmortalizado su imagen, y algunas piezas firmadas por él como "Chan Chan" y "Las Flores de Vida".
Hoy en día adelantan su nombre y su música el "Grupo Compay Segundo", cuyo líder es Salvador Repilado, el hijo menor de Compay Segundo.
EL ANTECEDENTE: los había conocidos cuando trabajé para la realización de una larga gira del grupo en Italia. En aquel momento el proyecto estaba dirigido por mi maestro de guitarra Massimo Scattolin que junto con otros músicos y con la colaboración de diversas orquestas sinfónicas italianas, había editado el CD "100 años Compay" (Indiewizard 2008).
LOS "VIEJOS" BUENA VISTA: algunos músicos son parte del viejo grupo, como el clarinetista Rafael Inciarte que conocí en el barrio donde vive, en Cohimar, al sur de La Habana, a través del cual pude vivir una la experiencia inolvidable con el "Trio Heming". Además de Rafael Inciarte, son parte de la "vieja guardia" Haskell Armentero al clarinete, Hugo Garzón a la voz primera, Rafael Fournier a las percuciones. Salvador Repilado lo encontré en su casa de lujo en un barrio hermoso de La Habana. EL SUEÑO CUBANO: fue una gran emoción encontrar a estos amigos en su casa, en su mágica Cuba. Es ahí donde se entiende porqué esta música atrae a grandes masas de aficionados y soñadores. Aquí, donde la atmósfera es inmune a la erosión del tiempo. Recientemente vi la película de Wim Wenders y he encontrado la misma Cuba que había vivido en el camino. La luz, los coches, las atmósferas, los colores y las ideas son ingredientes únicos y sin cambios. La magia y la contraddición al mismo tiempo de este maravilloso país.
Agradecimientos: Salvador Repilado, Grupo Compay Segundo, todo el personal de la "Casa Compay Segundo", Massimo Scattolin (Indiewizard)
Mi trovo a Garanhuns, piccola città all´interno dello stato di Pernambuco (nordeste brasiliano). Ho deciso di cambiare rotta e lasciare così la costa ricca di musica ma anche ahimé di turismo, che un po´ostacola la mia ricerca, per addentrarmi nel cuore di Pernambuco che a sua volta sembra essere il cuore della musica brasiliana. E' qui infatti che affondano le loro radici i generi musicali che più rappresentano il Paese. ENGLISH VERSION .
LA COINCIDENZA: a condividere con me questo viaggio all'interno del Brasile, Elaine, un´abile fotografa di São Paolo, conosciuta per coincidenza nel combi che mi stava portando alla bella Isola di Itamaracá, per incontrare Lia de Itamaracá, una importante cantora di Ciranda (genere popolare di Pernambuco). Elaine sta portando avanti un progetto molto simile al mio: se ne va sola in giro per il Brasile fotografando la musica. É incredibile come costruzione, dinamiche, problematiche, contatti, esperienza del progetto coincidano con le mie. Lei però è partita dal nord del Brasile per scendere, io faccio il contrario. Ci siamo incrociati ad Olinda (vedi post: Olinda che linda) e abbiamo così deciso di unire le forze e fare un po' di cammino insieme, poi ognuno andrà per la sua strada.
L'ABBONDANZA DI MUSICA: Pernambuco offre una quantità di musica e generi musicali enorme. La mole di materiale, unito a problematiche di viaggio come repentini spostamenti che occupano spesso molto tempo per zone di difficile raggiungimento, condizioni climatiche avverse (a Garanhuns siamo rimasti bloccati due giorni per pioggia) non mi permettono di aggiornare velocemente e costantemente il blog. La quantità di cose da scrivere e documentare è - per fortuna- esagerata. In questo stato ho avuto la fortuna di conoscere la Ciranda di Lia de Itamaracá, nominata dall´UNESCO patrimonio vivente della cultura, il Samba de Coco di Ana Lucia e poi ancora forró, Frevo, Maracatú, Capoeira e chi più ne ha più ne metta; poi dopo due giorni di viaggio in bus, auto, moto e... a piedi io e Elaine tra i suggestivi paesaggi dell´interno, abbiamo raggiunto una comunità di indios chiamata Fulniô. Il contatto per poter visitare l´aldeia ci è stato passato da un indio che vive a Olinda.
LA TRIBÚ E IL SACRO RITUALE: la comunità dimora in una aldeia nei pressi della città di Aguas Belas a 300 km dalla costa di Pernambuco. É conosciuta come l´unica comunità del nordeste brasiliano che preserva l´antico idioma indio Ia-té. L´aldeia è divisa in due parti una delle quali si trova nel mezzo della foresta, ma a noi, e all´uomo bianco in generale, è proibito entrare. Questa è infatti la sede dove nei mesi di settembre ed ottobre si celebra un antico e sacro rituale chiamato Ouricuri. Nessuno fino ad oggi sa di cosa si tratti, in quanto la religione di questa cultura proibisce anche solo di parlare e svelare i segreti del rituale. La credenza dice che chi ne parla morirá di una morte strana...
A raccontarci tutto questo è Vera, una indigena che ci ha accolti e accompagnati (senza perderci di vista un istante) durante tutta la nostra avventura all´aldeia. Vera è una indigena che ha dei lineamenti molto particolari, dice di non essere una indigena pura, ma di avere tratti di razza bianca e nera. Ha un taglio di occhi molto bello e di un colore blu scuro. Il suo nome in Ia-té è Tafireskane. Questo é il nome che le ha messo il Quesique della tribù alla sua nascita. L´altra aldeia che permette invece l´accesso a tutti, si trova vicinissima alla città di Aguas Belas. É un insieme di casupole in cemento poco curate e disposte un po' a caso. Architettura molto diversa dalla aldeia dei Tekoa Kõ e nju che avevo visitato a sud del Brasile (vedi post: Tekoa Kõ e nju). Questa parte di aldeia è anche una sede FUNAI (fondação nacional do indio). Il popolo Fulniô è integrato con la popolazione come dicono loro "civilizada" o "branca" (questi due termini per indicare tutti quelli che non sono indios). Molti di loro lavorano nel pubblico impiego presso polizia, comune, uffici FUNAi ecc. Ma nel periodo del Ouricuri sono autorizzati a mancare dal lavoro per dedicarsi interamente al rituale. .
IL RITUALE PER ME: Vera ha preparato per noi una rappresentazione di danza e musica. Dice che quello che vedremo non sono i canti e i balli propri del misterioso rituale, ma solo una dimostrazione di come loro siano impegnati a preservare e a far conoscere la propria cultura. Il gruppo si riunisce; è composto da sei uomini e tre donne adulti e una serie di bambini che ci guardano un po' intimoriti. Saliamo tutti su un bus scassatissimo con strumenti e costumi per dirigerci ai limiti del territorio proibito. Durante il viaggio per stradine sterrate e sconnesse, io e Elaine, che all´interno del gruppo sembriamo due macchioline bianche, cerchiamo di aprire un dialogo con i nostri vicini che inaspettatamente si rivelano essere molto simpatici e disponibili. I bambini mi guardano di nascosto e quando incrocio il loro sguardo voltano velocemente la testa e sgignazzano arrossiti. Il senso di "estraneità" che provo è fortissimo.
Per il bus sta girando una grossa pipa in legno dalla quale adulti e bambini boccheggiano del tabacco nero. Quando arriva a me faccio un tiro e involontareamente un po' di fumo mi va giù. Classica scena da film dove io tossisco paonazzo e gli indios ridono di me. Non era tabacco, era fuoco in polvere. .
LA PREPARAZIONE DELLE DANZE: arriviamo in prossimità di un lago molto bello. Il paesaggio e la quiete sono veramente suggestivi, se non fosse per i grossi cavi della corrente che solcano lo sfondo rovinando il bel quadretto. Tutti in acqua per purificarsi, poi comincia la preparazione per lo spettacolo. Per dipingersi il corpo usano dei colori fatti con resine e frutti tipici della zona, per il nero usano del carbone. Il tutto preparato lì sul momento. Usano costumi e simboli di guerriero tipici di questa comunità. Elaine si sbizzarrisce con la sua macchina fotografica, io riprendo il più possibile. Poi vado un po' a spasso con Vera che mi spiega alcuni particolari "di dominio pubblico" sul rituale: ci sono zone dell´aldeia dove le donne non possono entrare, durante tutto il periodo del rituale è poi obbligatoria l´astinenza sessuale, non si possono assumere bevande alcoliche, non si può ascoltare musica, il rituale serve anche per eleggere i vertici che rappresentano la comunità, e questa rimane isolata per tre mesi; non riesco a sapere nulla sulle modalità e fasi del rituale. Il gruppo è pronto per danzare.
MISTERI: lo spettacolo coreograficamente è senza dubbio suggestivo mi lascia però alquanto insoddisfatto, perché ogni mio tentativo di indagare sul significato delle parole e dei movimenti della danza è stato abilmente accantonato con spiegazioni vaghe e a mio avviso preparate. "É un omaggio a dio per chiedere di poter preservare la nostra terra e la nostra cultura", "É un canto per ringraziare voi della vostra presenza qui".. dice Vera.
Dopo l´esibizione vado un po' a spasso con il quesique che mi mostra le varie piante dell´aldeia e la loro funzione terapeutica. Dice di essere in grado di curare qualsiasi malessere senza utilizzare nessun rimedio chimico farmaceutico. I ballerini rifanno un bel bagno per ripulirsi della tintura poi ritorniamo tutti insieme all´aldeia. Molti indios se ne vanno via per lavorare, restiamo io, Eleine, Vera e qualche altro abitante dell´aldeia dentro una casetta con un tavolo ed un divano. Io, cocciuto, continuo a fare domande più specifiche sulla musica e sulla cultura, ma continuo a cavarne ben poco. Chiedo di spiegarmi almeno di cosa tratta la canzone che ho registrato. Tra loro parlano in Ia-té, e ho l´impressione che prima di darmi qualsiasi spiegazione si consultino fra loro. Anche all´aldeia al sud del Brasile era successa la stessa cosa: in questo caso comunicavano in Guarani e prima di rispondere aspettavano il consenso del Quesique.
AMARO IN BOCCA: L´avventura è stata senza dubbio interessante, ma ancora una volta me ne sono tornato a casa con l´amaro in bocca e la netta sensazione di non aver nemmeno sfiorato il contatto con una cultura che desidererei vivamente conoscere più a fondo e dalla quale potrei sicuramente imparare qualcosa. Del resto in questi giorni sono in contatto con una ragazza di Manaus, che sta aspettando il mio arrivo, che mi spiega che nemmeno studiosi e ricercatori che hanno rapporti con comunitá indios amazzoni da diversi anni, hanno avuto la possibilità di varcare il "confine" della conoscenza. É una cosa che posso comprendere, considerato il feroce passato di sottomissione imposto dall´uomo bianco, che in realtà in questa terra sarebbe l´intruso; ma la mia curiosità rimane comunque insoddisfatta e perció ancora molto forte.
Il brano qui sotto è un canto (cafurna) offertomi dal gruppo Fulniô durante l´esibizione che ho descritto sopra. Gli strumenti sono pochi, poiché la musica è basata interamente sulla voce. Si usano delle maracas e dei caxixi, niente altro. Il canto è diretto da uno solo del gruppo che canta dei versi per poi farsi rispondere all´unisono dal resto del gruppo. É lui che dirige la danza. La modalitá del canto funziona perció un po´ come nel Samba de coco (del quale spero di riuscire a trovare il tempo per parlarne); parlando con Vera scopro che alcuni rituali includono questo genere che effettivamente possiede anche radici indigene, frutto dell´incontro tra schiavi fuggiti all´interno del paese e indigeni. Purtroppo non sono in grado di pubblicare testo e traduzione delle parole, nonostante i miei vani tentativi di venirne a conoscenza. Secondo quanto mi è stato spiegato la canzone racconta che un tempo l´aldeia era costruita con case in paglia, poi l´uomo bianco dette fuoco al villaggio e la comunità si disperse per tutta la regione, fino al giorno in cui si riunì per creare questa nuova comunità. So che il gruppo si è già esibito in pubblico e ha anche fatto delle registrazioni, ma non ho trovato questo pezzo tra l´archivio. Sono in contatto con uno studioso dell´idioma Ia-tè, vediamo se lui potrà aiutarmi. Intanto buon ascolto.
Ringraziamenti: Comunitá Fulniô, Beto Hees (produttore di Lia de Itamaracá), Lia Menezes (per tutti i contatti di pernambuco), la scuola di Capoeira di Olinda (per la presentazione offertami), Ana Lucia (cantora di samba de coco del quartiere di Amaro Branco a Olinda) Eleine Santana (www.elainesantana.com.br), le foto della comunità indigena sono scattate da lei. 20070725
IN UN VIAGGIO A CUBA qualunque sia lo scopo del viaggio, è inevitabile far riaffiorare alla memoria il ricordo di uno dei musicisti cubani più conosciuti al mondo, la cui fama è legata ad un film che ha fatto sognare un'intera generazione. Il film si chiama Buena Vista Social Club (Wim Wenders 1999) ed il protagonista principale era Maximo Francisco Repilado Muñoz, meglio conosciuto come Compay Segundo, il vecchietto cubano con il sigaro in bocca e il son nel sangue, che grazie a questo film diventò assieme al suo gruppo, una delle icone della musica cubana. VERSIÓN EN ESPAÑOL - ENGLISH VERSION
L'IMMORTALITA' DI UN MITO: la sua morte avvenuta nel 2003 ha reso immortale la sua immagine e alcuni pezzi da lui firmati come "Chan Chan" e "Las flores de al vida".
Oggi, a portare avanti il suo nome e la sua musica è il "Grupo Compay Segundo" il cui leader è Salvador Repilado, il figlio più piccolo di Compay Segundo.
L'ANTEFATTO: li avevo conosciuti qui in Italia quando lavorai alla realizzazione di una lunga tournée del gruppo in Italia. All'epoca il progetto era gestito dal mio maestro di chitarra Massimo Scattolin che assieme ad altri musicisti e alla collaborazione di varie orchestre sinfoniche italiane, avevano realizzato il cd "100 años Compay" (Indiewizard 2008).
I "VECCHI" BUENA VISTA:alcuni musicisti fanno parte del vecchio gruppo, come il clarinettistaRafael Inciarte che ho incontrato nel barrio in cui vive, a Cohimar, al sud de LA Habana e grazie al quale ho potuto vivere le esperienze indimenticabili con il "Trio Heming". Oltre a Rafael Inciarte, fanno parte dei "vecchi" Haskell Armentero al clarinetto, Hugo Garzón alla voce prima, Rafael Fournier alle percussioni. Salvador Repilado l'ho incontrato nella sua lussuosa casa in un bel barrio del La Habana.
IL SOGNO CUBANO:è stata una forte emozione ritrovare gli amici cubani in casa loro, nella loro magica Cuba. è qui che si capisce perchè questa musica attira masse enormi di appassionati e sognatori. Qui dove l'atmosfera è immune all'erosione dei tempi. Recentemente ho rivisto il film di Wim Wenders e vi ho ritrovato la stessa Cuba che avevo vissuto in viaggio. La luce, i mezzi, le atmosfere, i colori e le idee sono ingredienti unici ed immutati.Magia e allo stesso tempo Paraddosso di questo meraviglioso paese.
Ringraziamenti: Salvador Repilado, Grupo Compay Segundo, tutto lo staff della "Casa Compay Segundo", Massimo Scattolin (Indiewizard)
Llego a Bento Gonçalves por la noche. Llueve. El contacto que tengo no responde al teléfono. Qué tengo que hacer? Voy para un hotel y pido un cuarto. Todo reservado excepto una especie de tugurio en el subsuelo. La compro. Me acuerdo que en Santo Ãngelo, había llamado la radio de Bento Gonçalves y me había respondido, afortunadamente, un cierto Isidoro, párroco de la diócesis de Santo Antonio, y con él había intercambiado algunas palabras en el dialecto véneto. Pregunto al conserje del hotel si lo conoce. Me responde que todo el mundo en el país conoce a Padre Isidoro y me dice donde encontrarlo. Me presento a su casa. Padre Isidoro es una persona con tanta energía, vitalidad y entusiasmo que en los días siguientes, más de una vez me pasó por la miente de hacerme cura. El día después, gracias a él, soy invitado en el mejor hotel, situado en el centro de la ciudad, y tengo una lista de personas que tengo que encontrar y muchas cosas que hacer.
Aquí en Bento la acogida ha estado una de las más calurosas. La llegada de un italiano representa por la gente del lugar una ocasión para hablar de su propia historia, como migrante y como descendiente, y para demostrar el amor preservado por su país lejano. Todo el mundo desea que yo conozca su origen y desea contarme la historia de sus abuelos o de los padres emigrados de Italia. Bento Gonçalves es una ciudad de 80 000 habitantes, situada en la parte Este de la región de Rio Grando do Sul, en el Sur del Brasil. Nada tiene que ver con lo paisajes que estamos acostumbrados a ver del Brasil. Aquí estamos en la Sierra Gaucha, paisaje de colina, que se parece a un país de mi zona que se llama Valdobbiadene. La semejanza con este lugar es remarcada también de otro detalle: Bento Gonçalves es la capital del vino. ENGLISH VERSION - VERSIONE IN ITALIANO
Poco fuera del centro, extensiones de viñas de las cualidades más comunes de mi lugar. Además aquí todo el mundo habla dialecto véneto. Bento es una ciudad construida a partir de 1875 por las primeras colonias de emigrantes que, cuando llegaron aquí (por no encontrar ánima viva), siguieron hablando su dialecto y por eso el idioma se ha transmitido y conservado en el tiempo. Hice 15 mil km para volver de nuevo a casa.
El mapa de la ciudad no deja lugar a dudas, aquÌ estamos en Italia: la VÌa del vino, Posada Casa Mia, Hotel Imigrantes, primavera, pasta, pizza... En Radio Viva y en Radio Bento solo se escucha vieja m˙sica italiana. Me esperan para una entrevista. Digo que no hablo el portuguÈs. °No est· mal! AquÌ se habla dialecto, un dialecto estrecho y arcaico, con palabras muy diferentes como "cusita, cat·r, mistieri". Participo asÌ, junto a algunos productores de vino a un programa de enogastronomÌa con tanto de botellas y vasos sobre la mesa de la radio. Los dÌas que vendr·n ser·n todos llenos de fiestas en estilo italiano vÈneto, caracterizadas por una banda sonora tocada estrictamente en directo, tÌpicamente italiana. La canciÛn preferida es el himno de los migrantes:Merica Merica Merica.
Encuentro Elena del Coral Terra Nostra. Una verdadera turbinas de palabras. Su marido Nelson es el director del coro. Me invitan para un churrasco. Sobre las paredes de su casa están colgadas referencias a Italia: placas asignadas al coro por personalidades políticas italianas, el acto de matrimonio del abuelo emigrado, cartas de los emigrados, mapas de Italia. Después del almuerzo Elena y Nelson me invitan para participar a una exhibición del coro en "A Maria Fumaça", un tren de 1908 con la locomotora a vapor que hace una ruta turÌstica muy sugestiva. Durante el viaje se exhiben los varios gropos folclóricos italianos y gaúchos. Luego los turistas bajan y quedamos solo los aristas y yo; asÌ el Corral Terra Nostra se exhibe por mí cantando cazones vénetas que no escucho desde hace mucho tiempo, otras que nunca había escuchado en mi vida..
El director del hotel "Vinocap" Tarciso Michelon me ha invitado un día para visitar los alrededores de Bento Gonçalves para hacerme una idea sobre como nuestros primeros emigrados se han organizado y cuáles dificultades han tenido que afrontar una vez llegados aquí, llenos de esperanza, en tierra brasileía. El "Caminhos de pedra" es hoy en dÌa un plano turístico rural cultural con el objeto de preservar las tradiciones de enogastronomía, la arquitectura y el recuerdo de nuestros primeros emigrados.
Nestor José Foresti me ha acompañado en esta ruta. Prosiguiendo en el camino tenemos la ocasión de admirar y visitar las casas construidas con las piedras que los emigrados tenÌan que sacar de la tierra para poderla cultivar. Son de veras graciosas, y construidas enteramente a mano con una habilidad que es increíble. O hay casas construidas con tablas de madera noble de un particular pino que crece en esta zona. Nestor me cuenta que los migrados eran fascinados aquí con el espejismo de que habrían encontrado campos fértiles y riqueza, pero al llegar chocaron con una dura realdad: había el terreno pero antes de cultivarlo tenían que desboscarlo. Al dar un paseo para alcanzar las cascadas de Bento hemos tenido que hacernos el camino entre una vegetación densa y enmarañada. Esto es el escenario que se presentaba a la vista de quien había dejado toda una vida para llegar aquí. Aparte de todo esto verde no había nada; los inmigrados eran abandonados a sí mismos, sin asistencia sanitaria, sin educación, sin una casa. Tenían que hacer todo ellos mismos tratando de sobrevivir a los muchos peligros de esta selva. Observando el paisaje presente me doy cuenta de cuánto trabajo ha sido hecho y de qué está capaz la mano del hombre. Nestor me cuenta otras anécdotas inquietantes que tienen que ver con "el mercado de la emigración".
En Bento Gonçalves vive en plena forma y llena de espíritu, Anna Tedesco Varian, clase 1910, llegada aquí en Brasil, en Porto Alegre, en 1927 directamente de Solagna di Bassano del Grappa: parece que es la única nativa italiana en Bento. Anna por la mañana trabaja en un asilo para ancianos enfermos, por la tarde en un centro de recogida de materiales para los pobres, del cual es presidenta. Vive sola y conduce un magnifico "Escarabajo" naranja del '73. Anna me cuenta su historia de emigrante: el fascismo en Italia, la posguerra, el largo viaje por mar en la nave "Giulio Cesare" junto a otros 2400 emigrados, la llegada por la noche a Rio de Janeiro y las primeras emociones y dudas: «con todas estas luces deben haber también hombres blancos». El transporte para Porto alegre que duró 7 días en la bodega de una nave entre las bananas, después la elección de transferirse en Bento Goçalves «ha sido una gran emoción llegar a Bento y encontrar en mi imaginario allí donde vivía en Solagna». Anna habla italiano, su madre hablaba dialecto, pero ella siempre ha querido hablar el italiano "gramatical". Me canta una canción en italiano, aprendida en la escuela en ocasión de la presentación de una opereta organizada por la maestra. El libro en donde está escrito el testo de la canción se llama "La Scuola". Es la única canción italiana que se acuerda. Tenía 12 años. (mp3 abajo)
Ringraziamenti: al amigo Padre Isidoro, a todo el centro parroquial de Santo Antonio, al director del hotel VinoCap Tarcisio Michelon, a Radio Viva, Radio Bento y Radio Conegliano, Nestor José Foresti, Coral Terra Nostra en particular a Elena e Nelson Franceschini, Agenzia Giordani Turismo LTDA, Beto Valduga que canta una bella canción vieja italiana "Abassa la tua radio", a Remy Valduga, que me ha regalado su libro "Sonho de um imigrante". A BENTO GONÇALVES TODA.
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