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Reportage TRENTINO: Carnevale in Valfloriana - facce di legno

Matòci, Arlecchini  e sonadori

Sono le dieci del mattino quando la Valfloriana viene risvegliata da stridenti suoni di campane. Non si tratta di un segnale liturgico, nessun prete si sta preparando per la cerimonia; è il matòcio, che dall’alto della montagna, agitando il suo campanaccio posto in zona pelvica, avvisa i paesi più a valle del suo imminente e prorompente arrivo e si prepara per la sua missione. Il carnevale della Valfloriana ha così inizio.

La strada per arrivare fin qui è stata lunga e faticosa, ma il paesaggio che mi si proponeva dai finestrini del camper spazzava via le preoccupazioni e mi dava forti emozioni. Mi trovo a Sicina, il paese più alto della Valfloriana, dove dovrei incontrare nel suo “Agritur Fior di Bosco” Graziano Lozzer, sindaco della valle. Al mio arrivo il rumore del motore attira Vasile, un rumeno che lavora nel caseificio dell’agriturismo. "C’è graziano?" "No, torna questa notte". Faccio due passi, sta per fare buio, l’aria è gelata e i dintorni sono deserti bianchi; c’è una pace irreale. Vasile mi chiama facendomi cenno di entrare, mi chiede se mi piace la ricotta e me ne regala una appena fatta da lui.

Graziano Lozzer è uno dei principali protagonisti di questo carnevale. Lo vedeva presentare dai nonni, poi però il fenomeno si è via via indebolito fino a quasi scomparire del tutto intorno agli anni ’80; solo ora grazie al lavoro dell’intera comunità di Valfloriana è diventato uno dei carnevali tradizionali più in vista tra quelli italiani.

Si gioca intorno alla storia di un corteo nuziale il cui rituale è ripetuto in tutti i paesi del comune, dal più alto, Sicina, fino a Casatta a valle e viene interpretato da cinque figure cardine: in primis i matòci o barbi, caratterizzati da tipiche maschere di legno, voce falsata e atteggiamento irriverente, hanno il compito di ottenere il lasciapassare dagli abitanti della comunità che li bloccano alle porte d’ogni paese e li stuzzicano con dei contrest verbali. Seguono poi gli arlecchini, eleganti, silenziosi e danzanti al suono dei sonadori muniti di fisarmonica che accompagnano con la tipica marceta del carnevale la coppia di spòsi (lui vestito da sposa, lei, la bela, da sposo); infine i paiaci, scostumati scanzonati, burleschi, che interpretano sarcastiche pantomime mute ispirate alle vicissitudini più chiacchierate avvenute nel paese durante l’anno. Ogni tappa è chiusa con l’offerta di un prelibato banchetto a maschere e pubblico. Considerando che le tappe sono 10 o più in un cammino di sei kilometri, si arriva all’imbrunire con la pancia ben colma… ma con pochi sensi di colpa.

L’abbondante caduta di neve nell’ultima stagione pare abbia causato piccoli grattacapi di gestione all’amministrazione pubblica, sui quali i paiaci si sbizzarriscono. C’è poi un paiacio con una damigiana e un grosso cartello legati sulle spalle che annuncia la chiusura per fallimento dell’azienda vinicola: in realtà si tratta dell’autoironia dell’uomo nascosto dietro alla maschera che ha promesso di smettere di bere.

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Graziano interpreta con dimestichezza uno dei principali matòci del carnevale di Valfloriana. Agitando il suo campanaccio (bronzin) corre affiancato dal figlio Emil, piccolo promettente matòcio, verso il prossimo paese e affronta, con la stretta parlata della zona, il duello verbale creatosi con gli abitanti che lo aspettano e gli chiedono i documenti per passare.

Mi racconta che in origine il matòcio doveva risultare irriconoscibile, per questo motivo indossa la maschera senza mai togliersela e si esprime con la caratteristica voce in falsetto. Un tempo, i paesi della Valfloriana durante il tutto periodo del carnevale organizzavano dei cortei “contro” i vicini e i matòci provocavano gli abitanti con i contrest, cercando di celare la propria identità. Il giorno dopo il paese vittima delle derisioni del matòcio poteva “vendicarsi” organizzando lo stesso rituale. Queste sfide erano pagate con denaro e le donne non potevano parteciparvi.

Oggi i matòci continuano a adottare maschera e voce, ma sono sicuramente riconoscibili da tutti gli abitanti del posto. Provate ad immaginare le pantomime che si possono creare quando tutti sanno che dietro quella maschera si nasconde la faccia del sindaco. Fortunatamente, Graziano in Valfloriana è molto stimato dai suoi concittadini per il suo lavoro e il suo entusiasmo, il suo sarcasmo è quindi accettato in modo ironico e spontaneo.

I matòci sono molti e ognuno sa che ad ogni tappa dovrà affrontare una sfida che gli è stata preparata con cura. A Montalbiano ad esempio hanno sistemato due tronchi d’albero appoggiati sulla strada; si chiederà ad un matòcio ex boscaiolo di dimostrare se sia ancora in grado di esercitare questo mestiere come si vanta.

Quando le prove sono superate e i matòci sono riusciti a dimostrare la loro abilità, le sbarre si possono aprire e accogliere il corteo nuziale che sopraggiunge danzante dal paese precedente.

Mi è possibile capire il senso di questo rituale solo grazie alle spiegazioni degli abitanti del posto. Ivano ad esempio, un veterano del carnevale, mi accompagna per qualche tappa prima che il matòcio arrivi e, tra gli abitanti del paese che si accingono a preparare sbarramenti e banchetti, vengo a conoscere curiosi aneddoti della vita quotidiana della Valfloriana e ad interpretare i contrest.

Arriviamo intorno alle 19 a Casatta, l’ultima tappa di questa particolarissima giornata. Io sono stanco e provo ad immaginare le condizioni di matòci, arlechini, paiaci, sposi e sonadori che per tutto il giorno hanno alimentato il significato di questo carnevale così caratteristico. I paiaci vestiti da operaio pubblico accompagnano il matòcio Graziano a superare un difficile percorso in una zona nevosa appositamente preparata e gli arlechini eseguono il loro ultimo giro di danza con l’abbraccio finale degli sposi. Sono sicuramente tutti stanchi, Graziano poi ha lasciato la voce dentro la maschera, ma sembrano soddisfatti di aver ancora una volta mantenuto la promessa di conservare al meglio questa tradizione che unisce la fredda Valfloriana ai suoi abitanti dal cuore caldo.

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Ringraziamenti: il sindaco della Valfloriana Graziano Lozzer e la moglie Isabella, Vasilio,  Agnese e lo staff dell’Agritur Fior di Bosco, Emil (il piccolo promettente matòcio), tutti gli abitanti di Valfloriana che mi hanno accolto, raccontato storie e aiutato.

 
 
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