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Archivio Io Suono Italiano ?     archivio dal tango alla musica caraibica

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Con la tappa di Caracas Il Cammino della Musica raggiunge la sua ultima meta e può finalmente dichiarare MISSIONE COMPIUTA!!
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Il percorso che si è svolto in questi otto mesi dal Tango di Buenos Aires alla musica caraibica venezuelana si è concluso.
Qui sotto potrete visualizzare una breve relazione sul lavoro svolto e propositi e progetti futuri
E' già in cantiere la seconda edizione del progetto

Da  Caracas ho fatto ritorno alla bellissima Buenos Aires (questa volta prendendo però un aereo) per passare gli ultimi giorni che ho a disposizione nella città del tango e del mio cuore. Qui ho ritrovato gli amici della partenza, quelli di quando il progetto, e in qualche modo io stesso, eravamo ancora giovani: gli amici del CAVA (vedi post: Arrivato! ) che hanno  colto l'occasione per invitarmi il secondo giorno di  dicembre ad una grande festa nella sede de la Trevisana, il grande artista Taddeo Bruno e la moglie Ana che mi hanno ospitato ancora una volta nella loro abitazione, i primi musici che hanno donato le prime informazioni musicali al progetto "Las de Mandingas"(vedi post: Peña folklorica al Tigre  ), "Wayra" (Vedi post: Ritorno a Buenos Aires con show)  , quelli del Matadero (vedi  post: El Matadero ). Chissà come mi vedono ora dopo questa grande esperienza! Io sicuramente mi sento ben diverso da quando sono partito  e vedo in loro i primi eroi del progetto. Nella capitale sono successe però molte altre cose: ho incontrato  il Gruppo Alpino di  Buenos Aires, sono stato ospite a numerose emittenti radiofoniche, ho assistito e suonato ad altre peñas folkloricas, mentre  le giornate primaverili trascorrevano leggere e solleticate dall'aria frizzante e dall'atmosfera affascinante che solo Buenos Aires sa creare.

Così il cerchio si chiude, e con esso anche una grandiosa esperienza che porterò sempre nel mio cuore e nei miei ricordi. Facce, musiche, storie, esperienze, paesaggi, incontri, difficoltà e paure. L'atterraggio a Buenos Aires porta con sé tutto il bagaglio umano che ho accumulato in questi mesi di cammino. Ascolto le musiche che ho registrato e mi accorgo che ognuna di esse porta con sé una faccia e la sua storia, o la mia storia in quel momento. Vedo le foto scattate e i ricordi dilatano il fotogramma fino a trasuna specie di film. Leggo i post di questo blog e sento chiaramente il peso dei sentimenti di quelle parole, il mio stato d'animo e talvolta le mie incertezze e sorrido soddisfatto. Mi rendo conto di esser stato molto, molto, molto fortunato, di aver rischiato grosso di aver fatto un salto nel buio che per sorte si è rivelato essere un salto e basta. Mi rendo conto che a tenermi alto e a tenere alto il progetto sono state le stesse facce che ora ricordo rivedendo l'esperienza dalla fine. Il Cammino della Musica lo hanno fatto loro, i personaggi e i nomi che compaiono in questo blog ed in questa lunga storia; è per questo che il mio grazie spero arrivi a tutte queste persone che spontaneamente e senza chiedermi nulla in cambio, ma anzi ringraziandomi per quello che stavo facendo, hanno dedicato il loro tempo, la loro musica, le loro parole, la loro ospitalità, ad un italiano e al suo progetto.

         Fare una lista di tutti quelli che dovrei ringraziare sarebbe qui poco opportuno e occuperebbe troppo spazio. Spero che queste persone percepiscano la mia immateriale riconoscenza, e che siano consapevoli del fatto che non verranno mai dimenticate. Ringrazio il popolo latino americano; quello italiano in america latina; gli amici, i parenti e la mia famiglia, sostenitori dell'impresa e di me, con i loro pensieri da casa; i collaboratori che ci hanno creduto (all'inizio pochi, quindi soprattutto quelli); gli sponsor che hanno permesso di cominciare e finanziare il progetto (li trovate qui sulla destra) e chiunque in qualche modo o forma abbia partecipato alla realizzazione de "Il Cammino della Musica – Dal Tango alla Musica Caraibica".

Che il mio grazie arrivi a tutti questi cuori!


 

Qui sotto concludo mettendo un brano suonato dal primo gruppo che ha cominciato ad arricchire il blog e me, e che ho  reincontrato al ritorno a Buenos Aires: Las de Mandingas (vedi post: Peña folklorica al Tigre ) , 7 ragazze argentine che suonano  il folklore del loro paese. Il pezzo si intiola "En el funeral del rio" di Luis Rico, ed è una Saya andina, un genere afro-boliviano che si suona anche nelle Ande argentine.
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Fatto ritorno a Buenos Aires per trascorrere gli ultimi giorni prima di ritornare in patria, sono stato invitato dall'Associazione Trevisani nel mondo di Mar del Plata (a sud di Buenos Aires), ad assistere alla manifestazione del 4 novembre, anniversario della fine della guerra, giorno dell'unità nazionale e delle forze armate. Un'ottima occasione per festeggiare un importante evento e per conoscere le varie associazioni italiane di Mar del Plata. La giornata è cominciata con la celebrazione della messa nella bellissima Cattedrale della città marina argentina, seguita da un corteo al monumento ai caduti, adornato da bandiere italiane, argentine e stendardi di tutte le associazioni italiane, con tanto di banda che interpretava le note dell'inno nazionale italiano e argentino, il silenzio e varie marce. Devo dire che la partecipazione degli italiani a questo importante giorno è stata massiccia e molti sono stati i momenti di commozione, segno dell'importanza che riveste per i nostri emigrati il fatto di ricordare momenti storici e mantenere tradizioni che riguardano il nostro paese. La seconda parte della giornata si è consumata nella grande sede de "Las Tres Venecias" a sua volta sede del "Coro Alpino di Mar del Plata", dove in occasione del 53esimo anniversario dell'associazione si  è festeggiato imbastendo un grande pranzo che univa i diversi immigrati e discendenti veneti, trentini e friulani. Questa volta, a differenza delle feste (enogastronomiche) alle quali avevo partecipato in altre zone del latino america, dove il palato veniva stuzzicato a suon di polenta e soppressa, il menù era tipicamente argentino: un gustosissimo ed enorme asado infatti ardeva già da tempo in attesa del nostro arrivo. In breve tempo l'atmosfera si è trasformata in quella tipica delle sagre paesane delle mie parti, grazie probabilmente anche all'aiuto del buon vino servito, e per un momento mi sono veramente dimenticato di essere in America Latina. Le tavolate si sono lanciate in esibizioni canore tipiche di questi momenti. La mula de parenzo, La strada del bosco, La monferina, La colomba, e così via con i tipici e allegri canti veneti (sul collegamento n. 31 fatto con Radio Vita potrete ascoltare vari momenti della festa). Verso la fine del pranzo sono riuscito a intervistare il signor Alberto Minotto, classe …. emigrato qui in Argentina nel 1910. "Sono partito che avevo 23 anni e sono arrivato che ne avevo 24... ho compiuto gli anni in nave"; mi racconta di aver sempre lavorato e di esser scappato da una Italia desolata e povera. Il suo racconto è simile a quello di Anna Todesco Varian, la donna incontrata a Bento Goncalves, la città più veneta del Brasile (vedi post: Brasile?? Italia!! ).

Gli italiani di Mar del Plata mi hanno accolto calorosamente e ricoperto di domande riguardanti l'Italia e la sua salute.


Al termine del viaggio posso stabilire un bilancio riguardante la situazione dei nostri migranti nei vari paesi latino americani: in Argentina gli italiani che ho incontrato a Buenos Aires (vedi post: Arrivato e La vera origine del tango raccontata da un "tano" ), Rosario (vedi post: Liberazione a suon di musica) e Cordoba (vedi post: Vecchia canzone Veneta), mi hanno dato l'impressione di esser totalmente integrati nella dimensione argentina tanto forse da identificarsi maggiormente con essa (sto parlando comunque di terza e quarta generazione): l'impressione è quella che in Argentina sia avvenuta una specie di perdita di identità. Bisogna considerare il fatto che gli immigrati che arrivavano a Buenos Aires, venivano riversati in una megalopoli straniera assieme a turchi, polacchi, spagnoli, asiatici, argentini… e quindi un così forte choc culturale non può far a meno di causare in breve tempo un indebolimento del proprio "senso di appartenenza" ad un luogo.

In Venezuela, l'integrazione sociale delle ondate migratorie è stata più rapida e meno faticosa, (il carattere del venezuelano è estremamente aperto e ospitale), facendo così mancare quel senso di "nostalgia di casa" che solitamente crea gruppi culturali attivi ed uniti che lottano per creare un'opera di preservazione culturale.

In Brasile invece la situazione è a dir poco sorprendente: mantenimento del dialetto arcaico, massiccia organizzazione di cori e gruppi folklorici italiani, enogastronomia e addirittura paesaggi tipicamente italiani. Bisogna considerare che i primi immigrati che arrivarono in Brasile non avevano modo di integrarsi con nessuno... in quanto non c'era nessuno! Solo foresta e animali feroci (come mi raccontano le testimonianze che ho raccolto). Questa situazione ha fatto sì che in queste zone si creasse una specie di cassaforte della cultura italiana in quanto, non essendoci stata integrazione, gli usi, i costumi, i dialetti e le abitudini si sono cristallizzati e così sono rimasti protetti dalla naturale evoluzione del tempo. Questa riserva naturale di cultura italiana non può comunque sfuggire al tempo, ed è destinata come ogni cosa a scomparire. Proprio per questo meriterebbe di esser più sostenuta e valorizzata.


RINGRAZIAMENTI: Marcelo Carrara, ATM di Mar del Plata, Las Tres Venecias, Coro Alpino di Mar del Plata
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Chula, Samba de roda, Samba carioca: tre generi musicali che tanto si assomigliano e legano insieme il sapore ed il carattere di tutto il Brasile. Una musica che tutto il mondo apprezza, conosce ed invidia, che si esprime attraverso l´energia del ritmo sincopato, la saudade del canto e la sensualità del ballo. Una musica che affonda le sue radici nell´Africa nera e cresce il suo carattere in terra brasiliana con il canto degli schiavi.
A spasso per le bancherelle di Santo Amaro da Purificação, scopro con Roberto Mendes le origini del Samba in un paese che ha saputo trasformare la miseria in una cassaforte di ricchezza culturale e musicale. Roberto dice: "Santo Amaro da Purificação è una una famiglia, io penso che sia l´unico posto dove la miseria è stata generosa... perché abbiamo grandi canti e cibi gustosi. Chi potrebbe farne, di orecchie, pelle e piedi di porco, un piatto buonissimo se non la necessità? Solo la necessità può creare una cucina buona come quella del Reconcavo bahiano. Così nasce la fajoulada bahiana, inventata dagli schiavi che mescolavano tutto quello che i bianchi scartavano. Il cibo determina la cultura di un popolo ed il canto di questo popolo è la Chula".  ENGLISH VERSION - VERSIÓN EN ESPAÑOL

FONTI STORICHE: La Chula è considerata l'antenata del Samba tradizionale come tutti i generi brasiliani, è il risultato di un sincretismo di differenti culture musicali.
Nel XVI secolo i Portoghesi cominciarono a deportare nella cosiddetta Regione di Reconcavo Bahiano, che comprende solo poche città dello Stato di Bahia, tra le quali Santo Amaro da Purificação, i primi schiavi dall’Angola, fautori della cultura Bantu. Nel XVIII secolo fu la volta degli schiavi sudanesi della cultura Beni. La mistura di queste due culture africane, con quella portoghese ed in parte con quella indigena della zona, dette origine alla Chula Aldea Portoghese, che è un canto di lavoro usato nei campi di canna da zucchero e durante le feste che gli schiavi facevano dopo le dure ore di lavoro forzato. Una ricchezza musicale generata dalla povertà e dal lavoro di un popolo che aveva canto e ritmo nel sangue ed era capace di tradurre ogni movimento di lavoro in un ritmo, ogni lamento in un canto. Alcune fonti dicono che è la chula che poi ha originato il Samba Carioca, grazie alle migrazione dei neri bahiani a Rio de Janeiro nel secolo XIX.


LA CHULA: per Roberto Mendes la Chula è un "comportamento tradotto in canzone". Le parole trattano di amore e di natura, il ritmo è vivace e sincopato, il ballo è travolgente e sensuale ma nello stesso tempo elegante. Un giorno chiesi a Roberto come parole, ritmo e danza di questo genere possano essere così allegri, visto che sono il frutto di molte sofferenze, di ingiustizie e di una vita miserabile persa a lavorare per il padrone colonizzatore. Roberto mi rispose semplicemente, come se dovesse dirmi la cosa più ovvia al mondo: “Il Popolo africano è un Popolo che non rinuncia all’allegria e vive il sentimento di tristezza in una chiave differente rispetto ad altri popoli. La Chula si crea dalla necessità di cantare per il mantenimento di questa allegria”.

GLI SCHIAVI DURANTE LE FESTE CANTAVANO canzoni in omaggio a quelle donne che creavano, assieme agli strumentisti,  un cerchio, al centro del quale una alla volta si esibivano al ritmo di Samba. Da qui il termine Samba de Roda” che letteralmente significa Samba in cerchio”. Roberto mi dice che un tempo la Chula era ballata solo dalle donne, e la regola vuole che si danzi solo quando si suona, mentre quando si canta si accompagna il canto con il battito delle mani. Oggi sembra che non si badi più a tutti questi dettagli, e così, Chula e Samba de Roda, sono spesso associati in un’unica danza.

L'MP3 QUI SOTTO è UNA CHULA DO RECôNCAVO scritta da Roberto Mendes e suonata con il gruppo "Roberto Mendes & Coisa de Pele":  Roberto Mendes (violão), Arinaldo Nascimento (Rebolo), Sinho do Cavaco (cavaquinho), Dagmar Ferreira (repinique), Didhe Prado (pandeiro). Si intitola Linda Morena. Roberto Mendes è considerato come uno dei più stimati compositori e chitarristi brasiliani degli ultimi venti anni. È profondo conoscitore della tradizione musicale della sua terra natale. Robero è l´unico chitarrista brasiliano che usa una particolare e complicata tecnica per suonare la Chula do reconcavo e la Samba de roda. Ha scritto pezzi e collaborato con artisti molto conosciuti come Gal Costa, Caetano Veloso, Paulinho Boca. Viaggia costantemente per America ed Europa, ma sempre non vede l´ora di torare nella sua bella e semplice Santo Amaro da Purificação.

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ENGLISH VERSION - VERSIÓN EN ESPAÑOL

Ringraziamenti: Roberto Mendes, Roberto Mendes & Coisa de pele" Ana Paula Guedes 20070716
 
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IL SOGNO: Il titolo impronunciabile di questo articolo è il nome della prima comunità indigena che ho avuto la fortuna di visitare in Brasile. Questa esperienza  corona un sogno da tempo riposto in un cassetto: registrare in campo la musica di una tribù indigena. In Paraguay ero vicino a farlo, ma una serie di coincidenze sfortunate mi ha impedito di visitare una comunità Ayorea; poi arrivo a Santo Ãngelo in Brasile e, senza aspettarmelo, ecco un'opportunità servita su un piatto d'argento: Claudette, insegnante di storia dell'arte all'università di Santo Angelo, ha lavorato molto tempo con una comunità Guarani ed è un'esperta di questa cultura. "BOFF, Claudette. "A IMAGINÁRIA GUARANI: O ACERVO DO MUSEU DAS MISSÕES", Santo Ângelo (RS)-Brasil: Centro de Cultura Missioneira -CCM/URI, 2005" è il libro che ha scritto a riguardo. ENGLISH VERSION
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L'ACCETTAZIONE: avere accesso a questa comunità non é cosí semplice, bisogna essere "raccomandati" da qualcuno che é familiare alla sua gente. Gli indios ancora radicati in comunità distanti dalla città, sembrano per ragioni secondo me ovvie, diffidare dell'uomo bianco o meglio di un rappresentante di una società moderna e di una cultura che in passato si è imposta violentemente, obbligandoli ad una conversione forzata. Pare che l'opera di evangelizzazione continui ancora oggi: l'indio con il quale sarei dovuto andare a visitare la comunità Ayorea in Paraguay, mi ha informato del fatto che nel suo villaggio operano due missionari nord americani che hanno il compito di convertire, con metodi abbastanza infantili, le credenze ayoree al cattolicesimo. Non voglio però dilungarmi troppo su questo argomento, perché non ho avuto la possibilità di verificare o meno l'esistenza di questi missionari. Mi limiterò a raccontare la mia brevissima esperienza in questa comunità Guarani, augurandomi che non sia l'ultima, visto che ciò mi ha dato l'opportunità di rasentare solo la parte più superficiale di questa cultura così affascinante, la madre indigena della maggiorparte delle musiche che ho inserito in questo blog fin ora. Quello che racconteró saranno quindi solo le impressioni di un visitatore occasionale.
Ho saputo di molti etnomusicologi ed antropologi che per anni hanno studiato sul campo le tradizioni di questo popolo, ma ai quali non è mai stato permesso di partecipare ad un loro rituale religioso. Mi ritengo perciò fortunato per aver assistito ad una loro dimostrazione musicale programmata solo per me.
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LA COMUNITA' : è situata nel municipio di São Miguel a 50 Km più o meno da Santo Ãngelo. Raggiunto il centro del piccolo paesello, bisogna inoltrarsi per 40 Km all'interno della selva brasiliana. Tramite Claudette ottengo dall'università di Santo Ãngelo una macchina ed un accompagnatore, in cambio di una breve esibizione musicale. La proposta mi pare più che vantaggiosa e così accetto senza riserve.

STRANI ANEDDOTI: durante il viaggio Luis Octavio, lo storico che mi accompagna per l'occasione, mi racconta aneddoti curiosi e talvolta abbastanza sinistri sulle usanze di questa comunità. Quella che mi ha colpito di più è la credenza per cui, in caso di parto gemellare, debba avvenire il sacrificio di uno dei due neonati e più precisamente di quello che incorpora la parte malvagia dello spirito che si è diviso tra i due neonati... oggi il sacrificio non si fa più, ma il neonato sfortunato dovrà essere affidato ad altri.

L'INCONTRO: Claudette ha preparato delle borse con dentro abiti pesanti ed una scatola di carne da donare alla comunità come ringraziamento per accettarmi. Dopo kilometri di semistrada sterrata, arriviamo nel piccolo villaggio indios nel mezzo della natura brasiliana. Il paesaggio è sconfinato e suggestivo. I bambini sembrano essere spaventati dal nostro impulsivo arrivo con l’auto e corrono al riparo dentro le capanne costruite in paglia e fango. Erano belle e avevano l’aria di essere lì da molto tempo, vista la curva concava che creava la linea del tetto ceduto. Gli strumenti sono già pronti, accatastati sopra un Bongo. Tra questi, strumenti di origine europea come la chitarra ed il violino, ad indicare un sincretismo musicale tra le due culture. Scendiamo dall'auto e salutiamo. I bambini sono ancora nascosti nelle capanne, gli sguardi dei loro occhi neri spuntano da dietro le finestre o di traverso dallo stipite delle porte cercando di studiare lo straniero, poi escono timidamente dal rifugio e mostrano i loro sorrisi bianchissimi su un faccino tutto scuro e sporco. Arriva Floriano, il Cacique del villaggio, o meglio l´ex Cacique. Ora il "trono" è passato a Nicanor. Purtroppo Luis, non era a conoscenza di questo cambio e questo dettaglio ha procurato durante la visita una serie di malintesi che ci hanno costretto ad abbandonare la Comunità prematuramente. L´impressione che abbiamo avuto io e Luis, è stata che il nuovo capo, non sentendosi considerato come tale, abbia deciso di tagliare corto per farci andare via.

IL VILLAGGIO: è veramente fatto di poche cose.  Qui vivono in più di duecento, in agglomerati di casupole sparse su una vasta zona pianeggiante. A fianco di una capanna, un fuoco fatto con cinque tronchi incrociati è in ardente attesa della carne che abbiamo portato in segno di ringraziamento. Le capanne non hanno né bagno né acqua, per cui bisogna fare un po' di strada per incontrare un pozzo. Sono entrato in una capanna:  l’interno era povero, con amache e mille amuleti e pezzi di artigianato appesi al soffitto. Tra tutta questa "povertà" un dettaglio abbastanza sconvolgente: dietro una delle abitazioni è sistemata una grande antenna parabolica... un’autentica visione paradossale che sbriciola l'aspetto affascinante di questo villaggio, inoltre qualche abitante è provvisto di cellulare. Floriano chiama il gruppo e dice di accordare gli strumenti. Subito accorrono tutti i bambini della Comunità e si mettono in riga rivolti verso di me, che preparo emozionato i mezzi di registrazione.

LA MUSICA: La musica è sempre la stessa, cambiano solo le parole. I bambini fanno dei passi di danza che mi fanno sorridere. Cerco di imitarli, unendomi al movimento, ma distrattamente imito i passi della danza femminile e così tutti mi guardano imbarazzati e ridono. Ad ogni pezzo, Floriano mi spiega il significato della musica e delle parole, e le fa scrivere sul mio taccuino da un ragazzino che sa leggere e scrivere. Sebbene non sia più il Cacique, tutti lo rispettano e fanno quello che lui dice. Quando rivolgo delle domande a qualcuno, bisogna attendere l´autorizzazione del Cacique per poter rispondere; tra loro parlano in Guaraní
..


LA LIBERTA': Dopo l'esibizione, comincio ad entrare in confidenza con gli abitanti del villaggio, e i bambini mi si “appiccicano addosso” toccandomi da tutte le parti e scappando via ridendo quando cerco di comunicare con loro. Ci sono molte donne delle quali non riesco a decifrarne l'età perché hanno una fisionomia veramente particolare. Ci sono due mamme che allattano: una sembra avere poco più di 15 anni, ma potrebbe averne benissimo 35. Tutti sono molto incuriositi dalla mia presenza, mi regalano grandi sorrisi quando gli sguardi si incrociano; tranne una donna dagli occhi di un colore indefinito, con un'espressione di profonda tristezza che mi ha molto colpito.
Questa Comunità vive del bestiame che alleva nelle immense praterie circostanti e dell'artigianato i cui manufatti vengono prodotti con materiali naturali come resine, penne di uccelli e semi, per poi venderli nei mercati delle città vicine. Alcuni pezzi sono delle vere e proprie opere d'arte.
Vado un po' in giro con Floriano che mi fa vedere la scuola, l'ambulatorio, il porcile, gli animali allevati. Mi spiega che questa Comunità proviene dall'Argentina ed è seminomade. In determinati periodi dell'anno lascia il villaggio per tornare in Argentina oppure in Paraguay, dove ci sono altri parenti. Floriano conosce il portoghese e lo spagnolo e così io posso comunicare facilmente con lui. Floriano è una persona molto simpatica, disponibile ed aperta mentalmente. Mi dice che vorrebbe portare il suo gruppo musicale in Italia e che vorrebbe un microfono come quello che ho io. Mi ringrazia per esser andato a visitarli, perché per lui è importante che il mondo venga a conoscenza della loro cultura. Raggiunta la confidenza necessaria gli domando se mai potrebbe vivere in città. Mi risponde così: «No, io voglio essere libero; qui ho tutto il necessario per vivere: i miei animali, la mia casa, la mia terra, la mia Comunità. Sono felice così».


Il pezzo che metto qui sotto si intitola Kyringue i Joguerojae È una canzone della comunità guarani Tokoa Koenju. Gli strumenti utilizzati sono chitarra, violino, bongo, maracas. La chitarra ed il violino sono due strumenti europei, acquisiti dalla cultura Guarani durante il periodo dell'evangelizzazione gesuitica. La cultura Guarani vuole però che la chitarra abbia 5 corde anziché 6, ed il violino 3 corde anziché 4. Inoltre l'accordatura degli strumenti è molto diversa da quella tradizionale. La chitarra utilizza un'accordatura aperta, in modo che senza utilizzare la mano sinistra dia un accordo di tonalità minore e basterà poi farlo diventare maggiore, ponendo un dito nella prima corda sul primo tasto. L'accordatura più utilizzata è La, Mi, La2, Mi2, Do, ma non esiste un diapason specifico. Il violino imita il canto della voce prima e dopo la strofa, ed esegue un accompagnamento su due corde accordate con un intervallo di terza. Il ritmo è binario. Questo canto viene utilizzato in alcuni rituali religiosi. La danza, molto semplice, utilizza solo il movimento delle gambe e dei piedi. I movimenti dei maschi sono diversi da quelli della femmina. Non è una danza di coppia. (2007-06-11)

IL TESTO:
Kyringue i joguerojae o
yvy porã ka aguypora ndoguerekovei
ore rovy a iaguã ore rovy a iaguã

I bambini piangono insieme e si dispiacciono per la buona terra che non posseggono più, per la nostra felicità, per la nostra felicità...

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03-02-08
Un fenomeno musicale capace di sbalordire il mondo intero e che ora tutti cercano di imitare; un progetto culturale che prende forma a partire da un progetto di recupero sociale; un concetto evoluto di orchestra che ha abbattuto le polverose barriere classiste della musica, aprendo le frontiere tra classico e popolare.
FESNOJIV (Fundación del Estado para el Sistema Nacional de las Orquestas Juveniles e Infantiles de Venezuela), chiamato più semplicemente e familiarmente da chi ne fa parte “Il Sistema”, è un metodo di educazione musicale nato a Caracas da un’idea del musicista ed ex ministro della cultura Josè Antonio Abreu, convinto che il Venezuela avrebbe potuto suonare agli stessi livelli dei musicisti europei e che la musica debba essere un elemento di sviluppo sociale ed una questione di «maggioranza per la maggioranza».
Il sistema, che quest’anno compie 32 anni, è ora diffuso capillarmente nei quartieri popolari di tutto il Venezuela, ed è stato capace di creare formidabili talenti che, giovanissimi, sono in grado di confrontarsi con grandi orchestre, come nel caso di Gustavo Dudamel, che all’età di 26 anni è salito sul podio della Scala, o di Edicson Ruiz, contrabbassista che a diciassette anni diventa il membro più giovane della Filarmonica di Berlino. Sir Simon Rattle, sceso dal podio del teatro “Teresa Carreño” di Caracas, afferma emozionato che il futuro della musica classica è in Venezuela.
La strada che conduce alla sede principale del sistema è a tratti oscurata dall’ombra dei barrios, che imponenti e minacciosi sembrano regnare dalle montagne la capitale venezuelana, considerata una delle città più violente del America Latina. Leonardo Dean, abbassando la testa per allungare meglio lo sguardo, mi indica dal finestrino della sua auto i punti più pericolosi di Caracas e racconta crudi aneddoti poco rassicuranti. Spiega che è proprio lì che il sistema vuole arrivare, lì dove la vita è difficile e le speranze di un futuro onesto sono ridotte quasi allo zero. Il sistema vuole offrire un’alternativa a migliaia di ragazzi facili preda della delinquenza, portando la musica classica ad una dimensione popolare, facendola suonare anche in zone “poco tranquille” della città. Ciò non significa che il sistema sia indirizzato ai soli quartieri poveri, «è aperto a tutti, qui dentro le classi sociali scompaiono e si fa parte di una grande famiglia, il ragazzo ricco suona a fianco di quello povero, lo aiuta, e viene a sua volta aiutato».
Dean è uno dei primi beneficiari di FESNOJIV: suona il fagotto dall’età di 11 anni, quando il maestro Abreu creò uno dei primi “nuclei” del sistema in una città dell’interno del Venezuela e vi mandò ad insegnare i professori che suonavano nella “Orquesta Simon Bolivar”. Oggi di nuclei ne esistono più di 140 sparsi in tutto il territorio venezuelano e coinvolgono più di 250.000 musicisti.
Ora Dean ha 41 anni e confessa che il sistema ha cambiato e salvato la sua vita. Diventò membro attivo dell’orchestra sinfonica venezuelana e direttore del “Conservatorio Simon Bolivar”, la meta del nostro viaggio fra i barrios di Caracas.
All’entrata dell’edificio cerco di non intrappolare l’attività frenetica dei ragazzi che corrono in tutte le direzioni, in modo da raggiungere l’aula della prossima lezione. Tutti passando trovano comunque il tempo per fermarsi a salutare Leonardo. Qua e là i ragazzi, con i loro strumenti, si cercano uno spazio per provare ancora una volta il fraseggio prima della prova orchestrale. Sono tutti molto giovani e l’aria che si respira non ha nulla a che fare con quella “bacchettona” di molti dei nostri conservatori; dalla porta aperta di una stanza escono le note jazzate di un ensemble di fiati e percussioni. Nei lunghi corridoi sono sistemate, una a fianco all’altra, delle cabine simili a quelle del telefono ma più grandi, tanto da farci stare un pianoforte verticale. Insonorizzate all’interno, permettono lo studio individuale. Un ragazzo sta improvvisando con una tromba su un famoso tema di merengue venezuelano. Lo raggiungo e dopo averlo ascoltato un po’, applaudo e gli stringo la mano: è Edgar, un ragazzo di 22 anni che vive a “El Guarataro”, uno dei barrios più pericolosi di Caracas dove si vive tra morti violente e traffico di droga. La maggior parte dei suoi amici ha già perso la vita o è entrato nel giro della delinquenza, «ma ce ne sono 5 o 6 che fanno parte del sistema». In realtà Edgar si sta formando in trombone, (lo strumento glielo fornisce il sistema), ma mi confessa di essere arrivato tardi il giorno dell’audizione per tromba e così si trova tra le mani un ottone un po’ più grande; suona la tromba in una orchestra che fa musica popolare. Mi confida che ora nel barrio è considerato una specie di star e che quando lo incontrano per strada più o meno tutti lo trattano con grande riguardo.
Si aggiunge alla conversazione Luis. Ha 16 anni e viene da una famiglia benestante dell’interno del Venezuela; con l’aiuto della famiglia e con una borsa di studio del sistema riesce a vivere a Caracas per studiare clarinetto.
«Nel sistema siamo tutti uguali e abbiamo le stesse opportunità, non esistono discriminazioni e siamo tutti molto amici». Entrambi hanno il rispettivo insegnante, ma sono a loro volta dei maestri per i ragazzi più giovani, «ma non si tratta di fare lezione bensì di compartire la conoscenza». Hanno grande stima del maestro Abreu, dicono che sia suo il merito della riuscita del sistema, «perché è una persona colta e fa le cose con amore (…) Tutti lo conosciamo e lui conosce ogni musico del sistema. Quando i ragazzi lo salutano hanno paura che non si ricordi di loro, perché conosce così tanta gente, e invece lui si ricorda di tutti e sa da dove arriva ognuno di noi». I ragazzi mi rivelano che succede quando escono dal loro paese che si rendano conto di essere veramente fortunati, perché «ci sono altre parti del mondo dove tutto questo non accade».
Il segreto del metodo sta nella quasi totale abolizione della lezione individuale a favore di una precoce pratica orchestrale. Il bambino a cinque o sei anni suona già nella sua prima orchestra di flauti; a sette comincia a familiarizzare con lo strumento scelto ed in breve tempo suona nella prima vera e propria orchestra del sistema: la “Preinfantil”, poi arrivano in progressione la “Infantil” e la “Jovenil”. Stare in gruppo fa sì che il bambino non apprenda solo quello che insegna il maestro, ma anche quello che vede fare da un amico più grande ed esperto al suo fianco, si creano così imitazione e sana competizione, ed il gruppo cresce a velocità formidabile.
La lezione individuale serve solo per correggere le parti orchestrali o per insegnare l’armonia e la teoria della musica. Anche in questo caso però il metodo è capovolto: il compito dell’insegnante è quello di spiegare ai ragazzi non quello che andranno a suonare, bensì quello che già stanno suonando. «Inutile insegnare loro cosa sia una minima o una semiminima, i bambini arrivano in classe che già suonano una sinfonia di Beethoven!» mi spiega Leonardo Dean. Questo per quanto concerne l’aspetto tecnico del metodo, ma secondo il Maestro Josè Antonio Abreu, che ho la fortuna di incontrare nella sede del “Parque Central de Caracas” l’orchestra è molto più di una semplice formazione musicale, è una comunità, ed è «l’unica comunità che si costituisce con l’obiettivo di concertarsi per generare bellezza»: nel sistema si impara a conoscere il codice della squadra e del gruppo, dove ognuno è responsabile e indispensabile per l’altro. Oltre alla musica, i giovani apprendono i valori sociali della solidarietà, dell’amicizia, del rispetto e dell’armonia. L’orchestra diventa un sistema che si esprime con il sublime.
Chiedo al maestro Abreu se sia soddisfatto dei risultati ottenuti in questi trentadue anni di attività del sistema. La risposta è netta ed eloquente: «Abbiamo appena cominciato».
Il giorno seguente mi sposto nel Estrado Bolivar de Venezuela. Destinazione Puerto Ordaz sede di uno dei “nuclei” del sistema. Mi riceve il direttore Edgar Pronio che mi da altre indicazioni riguardanti il metodo FESNOJIV e mi accompagna a visitare la realtà del sistema guayanese. L’edificio è grande 1200 mq. qui si esercitano 1300 ragazzi. È un vero trambusto di suoni provenienti da tutte le direzioni e di ragazzi di tutte le età che si spostano in fretta raggiungendo la propria postazione in orchestra o nelle classi. Queste ultime però a differenza della sede di Caracas, non sono sistemate su stanze, ma nei diversi angoli o spazi vuoti del grande capannone. In una si fa lezione di teoria con i più piccoli, poi le diverse sezioni di strumenti. Devo dire che non deve essere facile ne insegnare, ne apprendere in queste condizioni, ma a quanto pare i risultati sono sorprendenti. Tra breve si radunerà la Orquesta Infantil e i vari maestri stanno dando le ultime indicazioni melodiche alle varie sezioni. Edgar esce dal suo ufficio sale sul podio e prende in mano un microfono, sull’altra la bacchetta per dirigere il gruppo. Cominciano provando una bella Cumparsita (che un po' mi fa sentire nostalgia di Buenos Aires) che metto qui sotto.
Devo ammettere che la esecuzione di questi bambini che non superano i 9 anni, mi ha letteralmente sorpreso: dimostrano di avere molta padronanza del loro strumento, e di non farsi intimidire nemmeno nei passaggi più complicati. Certo l'espressione musicale è quella di un ragazzino ancora acerbo nell'esperienza della vita, ma l'esecuzione è piena di buona energia e nei loro volti c'e serenità, convinzione e molta allegria. Quella allegria che purtroppo non ho visto in altri volti di bambini incontrati in molte zone dell'America Latina, e spesso nemmeno nel mio paese. Quello che ho visto ed ascoltato qui in Venezuela è stato qualcosa di straordinario. A Puerto Ordaz quando ero appena arrivato in Venezuela (vedi post Unduetre Caraibi) ero stato testimone di un'altra esperienza che usa la musica come strumento di recupero sociale: quella di LARRYS SALINA che con il suo coro "Coral Infantil UNEG" ha guarito e migliorato le condizioni di ragazzi con seri problemi psico-fisici. Inoltre fa sempre parte del sistema FESNOJIV il "Coro Manos Blancas" un coro composto da bambini sordo muti che cantano con i gesti delle mani. In Brasile poi avevo incontrato quel gruppo di signore "Meminas de Sinhà" che si curavano dalla depressione per mezzo della musica (vedi post: Belo Horizonte, bela musica). Tutto questo penso faccia riflettere molto sul potenziale terapeutico e sociale oltre che artistico che può esercitare la musica su una comunità. Guardando le espressioni di questi ragazzi mentre si esibiscono e valutando i loro progressi, non si può far altro che pensare ad un miracolo; e la musica interpretata da queste espressioni acquista una forza che non avevo mai provato prima e l'emozione è veramente forte. Il miracolo di questa entità, di questo sublime linguaggio, di questa espressione di energia che è la musica.
PS: Questo articolo è pubblicato in esclusiva sul numero 89 Marzo/Aprile di
"World Music Magazine" (EDT editore).

RINGRAZIAMENTI: Maestro Josè Antonio Abreu, Leonardo Dean, Edgar Pronio, I ragazzi dell'orchestra, Irma Conchita Iorio, il grande amico Fabio Annarelli.
Caracas rappresenterà anche l'ultima tappa del progetto prima di fare ritorno a Buenos Aires e chiudere così il cerchio (questa volta prendendo però un aereo).

Nella metropoli capitale del Venezuela ho avuto l'onore ed il piacere di incontrare la famiglia Veneta Pozzobon composta da il capo famiglia Galliano, la mamma Rita e il figlio Willy, che qui ringrazio per avermi scorrazzato per tutta Caracas. Purtroppo il bilancio degli incontri musicali veneti in Venezuela è molto scarso, rispetto agli incontri che ho fatto in Argentina e Brasile. Sul collegamento N.30 con Radio Vita potrete però ascoltare una simpatica intervista del sig. Galliano Pozzobon, che mi racconta curiosi aneddoti dei veneti in Venezuela e la sua storia personale di migrante.


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