Durante questo cammino estivo non potevo certo perdermi una particolarissima festa, forse conosciuta da pochi, ma considerata come una delle migliori nella terra della tammurriata.
Mi trovo a San Marzano sul Sarno, in provincia di Salerno; Qui da più di 40 anni, la notte di ferragosto, si celebra una festa legata al culto della Madonna dell’Assunta. Non è una festa regolata dalla Chiesa (in questo periodo quella “istituzionalizzata” per questa santità è la festa del Materdomini a Nocera Superiore); è una festa dal sapore “semi-privato” che sta continuando a tramandare Biagio De Prisco, meglio conosciuto come “Biagino”uno dei più abili cantori e conoscitori della tradizione campana.
C’ero già stato l’anno scorso in occasione di “io suono italiano?” e mi era piaciuta assai, perché a differenza di molte altre feste questa non ospita molta folla, non si respira aria di esibizionismo o di competizione tra differenti paranze di suonatori provenienti dai 4 venti; è una piccola grande festa di quartiere dove l’autentica tradizione è immutata da generazioni, dove gli anziani si sentono ancora autorizzati a cantare e ballare. Cosa non molto frequente visto che ultimamente queste persone spesso sembrano non sentirsi più “in linea” con i nuovi canoni di “festa” e di “Ballo” pretesi (forse inevitabilmente) dalle nuove generazioni.
Così eccomi qui anche quest’anno con la gioia di incontrare gli amici protagonisti della festa.
Il resto della storia lo trovate nel video che ho montato a ore e condizioni improbabili con il grande amico Maurizio Graziano, danzatore di tammurriata.. ma uno serio però, e ospite per tre giorni.
Don Don aprite è sand’Andonie, Don Don aprite è sand’Andonie! Dopo averlo ripetuto almeno in 15 case per tre giorni di seguito, questo ritornello non te lo levi più dalla testa come minimo per un mese.
17 gennaio 2010; mi trovo a Penna Sant’Andrea (TE)"il paese più importante della provincia del mondo" come dice sempre Augusto, virtuoso bestemmiatore e riverente del santo, che tutto l’anno aspetta con impazienza questa data, scaricando la tensione sui clienti del suo bar, sito nella piazzetta del paesello abruzzese. Si tratta sicuramente del peggior bar della provincia del mondo. Se ci capitate e sopravvivete, non riuscirete più a farne a meno. Ormai è la quinta volta che in questo viaggio ci capito io, e senza eccezione ne esco con l’anima dannata e il fegato spappolato. Oggi però il bar di Augusto diventa sede della partenza dei Sandandonaijre, il gruppo che seguirò durante il rituale di questua che caratterizza la festa del Sant’Antonio Abate.
Si parte ad un’ora imprecisa con un numero impreciso di musicisti; l’unica cosa precisa e certa è il freddo umido e pungente. Augusto decide un fantomatico percorso, Roberto si sfrega le mani prima di infilarle su un paio di guanti tagliati, poi scalda l’organetto suonando qualche nota evia per le contrade con la missione di benedire case, famiglie e animali domestici, cantando le gesta di Sant’Antonio Abate nella lotta contro il demonio.
Bonasera bbona ggende, che vivete allegramende; ve salute Sand’Andonie, prutettore condr’a lu Demonie. È con questi stornelli che si fanno accogliere nelle case; la gente li aspetta, sa che se non era ieri o l’altro ieri è oggi che tocca a loro. Alcuni hanno ingrassato un gallo appositamente per donarlo alla squadra; è il massimo gesto di riconoscimento al gruppo, che porta la benedizione del Santo e soprattutto l’allegria di questa tradizione. Altri preparano succulenti banchetti da offrire agli audaci missionari. Tradizionalissimi sono lu cellitte golosità a forma di uccelletti. Ad ogni famiglia si dedicano 3 o 4 canti, poi il gruppo riempie il cesto di doni, si congeda con il “Don Don” e ci si incammina (sempre più barcollanti) verso la prossima casa.
Il Sant'Antonio è un rituale di questua che nella tradizione contadina assume notevole importanza: s’inserisce nel periodo di sosta dell’anno agricolo, quando le braccia si possono riposare in attesa di essere mosse nella primavera entrante. È quindi un rituale di buon auspicio al raccolto, alla salute degli animali domestici e alla famiglia stessa. È soprattutto un buon motivo di condivisione sociale: in una piccola comunità il rituale ristabilisce e rinforza i rapporti umani, perché è basato su un aspetto ludico-religioso, sullo scambio, sullo scherzo, sulla chiacchiera, sulla dimostrazione di attenzione ed affetto.
L’aspetto pagano e quello religioso si fondono assieme e rendono più umano il soprannaturale e contemporaneamente più trascendente l’umano. Gianfranco veste il saio e interpreta Sant’Antonio. Mi racconta la leggenda, trasmessa da Atanasio, di questo santo nato in Egitto e fautore di una vita di rigoroso ascetismo. Nell’iconografia viene sempre rappresentato con un maialino al suo fianco. Erano infatti gli Antoniani che con il grasso del maiale curavano le epidemie del “fuoco di Sant’Antonio”. Il periodo del calendario in cui è collocato il santo coincide con quello di altri rituali contadini come la macellazione del maiale, l’accensioni di fuochi nel solstizio invernale e così Sant’Antonio diventa protettore degli animali domestici e di alcune malattie. In molte stalle è ancora usanza appendere l’icona del santo.
Questo rituale che era in pericolo di estinzione, pare oggi essersi rinvigorito; per le contrade non è raro incontrare altre squadre di bambini muniti di ddu bbotte (organetto a due bassi) e battafoche (tamburo a frizione); è sintomo di rivitalizzazione di una tradizione rivestita di codici sociali odierni, forse spinta dal bisogno sempre più crescente di una ricerca di identità.
È ormai notte quando i Sandandonaijre hanno finito il loro giro. Anche quest’anno si può urlare il missione compiuta. La macchina di Augusto è piena di galli dannatamente immobili. Verranno divorati dal gruppo fra qualche mese (quelli dell’anno scorso li ho digeriti anche io). I nostri fegati gridano pietà ma il cuore è leggero e aspetta il prossimo Sant’Antonio.
Nel frattempo il peggior bar della provincia del mondo rimarrà come il cuore di chi lo gestisce e lo frequenta, sempre aperto.
Ringraziamenti: a tutti i galli sacrificati, a tutti i Sandandonijre, al bar di Augusto ma soprattutto ai suoi vocalucce, a Tonino Fabri sindaco di Penna, a Gianfranco Spitilli (http://bambun.webnode.com) al suo campanaccio, a Antonio la sua famiglia e il loro ristorante Zà Beata, che ci hanno ospitato e ingrassato nei nostri momenti peggiori.
È ormai sera quando il camper si sbarazza vittorioso delle ripide salite delle montagne trentine per arrivare all’estremità nord-orientale delle Alpi lombarde. Attraverso il ponte che segna il confine tra le due regioni, subito losche figure coperte da mantelli e cappelli neri sgattaiolano dappertutto in segno di fervida eccitazione.Sono i màscher vestiti con il tradizionale ceviöl. C’è il rischio che aprano la porta del camper per gettarmi addosso una manciata di coriandoli, poco male, cinquant’anni fa si sarebbe trattato di un secchio di pesci morti...
Mi trovo a Ponte Caffaro in provincia di Brescia (Lombardia), in questa valle si celebra da tempi antichissimi uno dei carnevali più caratteristici delle Alpi italiane, il carnevale bagosso. Il mio contatto si chiama Gigi Bonomelli, virtuoso violinista della "Compagnia dei sonadùr", i principali animatori di questo carnevale. Mi dicono che è in giro per la città a suonare nei bar, lo cerco ma tutti mi dicono la stessa cosa “è appena andato via”; o qui si chiamano tutti Gigi e suonano il violino, o Gigi è velocissimo e quanto meno indeciso. Lo troverò solo più tardi in una osteria assieme a tutti i suoi compagni musici.
Il carnevale bagosso si svolge principalmente nei giorni di lunedì e martedì grasso, ma i musicisti hanno già cominciato a far sentire le note della festa dal primo giovedì dopo l’Epifania.In questi due giorni finali però c’è lo spettacolo coreutico dei balarì, un corpo di ballo formato da circa 50 componenti che indossano il raffinato e prezioso costume del rituale: caratteristica di spicco di quest’abito è il cappello, confezionato con metri di seta pregiata e adornato con l’oro della famiglia del ballerino. Si parte all’alba del lunedì dalla chiesa di S. Giacomo con una messa dedicata agli interpreti del carnevale, poi comincia il corteo che seguirà per due giorni interi e che consiste nell’andare ad esibirsi nella casa d’ogni ballerino, di altre persone di rilievo pubblico o di chi ha in qualche modo contribuito alla realizzazione del carnevale. Lorenzo Pelizzari, uno dei violinisti più attivi del gruppo, mi racconta che un tempo i balli erano richiesti su commissione e pagati profumatamente, mentre oggi questo sistema economico è in disuso e la famiglia alla quale è dedicato il ballo offre un banchetto che si consuma alla fine dei tre pezzi a lei dedicati.
Fa molto freddo, il cielo è cupo e l’aria nebbiosa. I colori dei balarì creano un forte impatto cromatico fin paradossale con l’ambiente circostante.Le mani dei musicisti sono congelate e mi chiedo come possano resistere per una giornata intera; i ballerini almeno hanno tutto il corpo avvolto da spessi panni, eleganti guanti bianchi e maschere in gesso e carta, inoltre ballando scacciano il freddo; i musici si riscaldano con il loro amore per il carnevale. Lo spettacolo, pur replicato per due giorni è sempre emozionante e di alto livello; il repertorio è composto da 24 danze ricche di complicate coreografie che portano con sé antiche simbologie di sfide, corteggiamenti, atti erotici, balli di corte. È necessario perciò un lungo periodo di prove prima del carnevale. L’alternanza delle danze è stabilita dal “capo ballerino" che a differenza degli altri è l’unico che ha il volto scoperto ed usa una tromba a corno per radunare il gruppo e richiamare all’ordine. Sicuramente nell’attività del corpo di ballo ci sono elementi militareschi. Alle donne non è permesso ballare e agli uomini solo dopo il compimento del quattordicesimo anno d’età; un altro corpo di ballo formato da donne e bambini tuttavia esiste, ma non si esibisce mai in questi due giorni.
Le musiche dei violini bagossi sono tramandate oralmente di generazione in generazione e creano uno dei più importanti repertori del violino popolare italiano: lo stesso Lorenzo mi spiega che probabilmente prima della comparsa del violino (intorno al ‘500), questi brani erano interpretati con strumenti a fiato.
Quando arriva l’imbrunire e l’aria si raffredda ulteriormente si decide di esibirsi di fronte all’ultima famiglia prima di ritirarsi per il meritato riposo. Io ho i piedi e le gambe che mi fan male, si è camminato molto, alcune abitazioni erano anche distanti dal centro e non riesco a credere che i balarì siano riusciti a danzare per tutto il giorno. Nonostante la fatica c’è ancora molta energia tra i partecipanti del carnevale e dopo un’oretta di pausa ci si dà appuntamento per la consueta cena in una delle osterie vicine. Contro ogni ragionata previsione i musicisti portano con sé gli strumenti e dopo il banchetto si ricomincerà a suonare.Comincia così l’altra faccia del carnevale bagosso: il rigore e l’attenzione per i balarì, dimostrata durante il corteo diurno, si trasformano ora in una spontanea spensieratezza musicale che riveste i pezzi di una nuova energia travolgente. I brani sono gli stessi, ma le utenze sono diverse e i violinisti sembrano dimenticare fioriture e abbellimenti per abbandonarsi ad una musica ruvida suonata per il popolo di Ponte Caffaro. Anche i balarì ora in “borghese”, mettono da parte l’eleganza del rituale diurno per cantare a squarciagola testi in dialetto colmi di ironia e doppi sensi. Mi viene da pensare che queste strofe di cui nessuno ha saputo darmi l’esatta provenienza, siano la testimonianza della contaminazione musicale da parte di livelli sociali differenti come il popolo e la corte. Si ha la netta sensazione che nel tempo l’uno abbia attinto dall’altro, assestando lo stile bagosso ad una dimensione peculiare dove i termini usati comunemente per indicare “tradizione” e “popolare”, perdono qui il loro significato e non sono in grado di stabilirsi in canoni temporali. Lorenzo, forse il componente più tradizionalista del gruppo, si lamenta un po’ di questa attitudine e preferirebbe si restasse nei canoni a lui insegnati dai nonni. Altri violinisti invece “tirano” per un’esecuzione più “libera”, creando forse in questa dualità di comportamento musicale il giusto equilibrio tra le due facce del carnevale bagosso. Si va a letto tardi, le mani sono segnate dalle corde in metallo, domani sarà il martedì grasso, l’ultimo giorno, il più atteso, quello nel quale dopo un simile rituale, il carnevale si congederà con l’Ariosa finale, uno spettacolo emozionante vissuto da tutto il popolo di Ponte Caffaro, dove ho visto parecchia gente piangere.
Ringraziamenti: Compagnia Sunadùr e Balarì di Ponte Caffaro, la moglie del bassista, la signora Maria, il camping di Ponte Caffaro. 20090303
Qui sotto metto un pezzo del carnevale registrato in un’osteria dopo il rituale diurno. Si intitola Bosolù ed il testo dice: “La caren de galina l'é buna fés col pa e chèla dèle lgiale a tocala co le ma. Dighèl de sé dighèl de no sèra la porte stanghèl de fò. Dighèl de no dighèl de sé sèra la porte stanghèl de tré. Scampì scampì potele ch'èl ria 'l bordonàl el gà le breghe rote el mossa la canàl”
Quando l’amministrazione comunale di Alessandria del Carretto (CS) mi aveva telefonato per invitarmi a fare un mio video–show, la richiesta mi era parsa strana per come era stata formulata: "facciamo la festa del maiale e abbiamo pensato a te”.“Grazie” risposi senza sapere se essere felice o no dell’associazione. Fatto sta che il 27 dicembre 09 dopo 20 ore di viaggio arrivai nel cuore della notte all’amato paesello cosentino accolto dagli amici alessandrini che avevo conosciuto qualche mese prima. (vedi: La madonna del carmine, La zampogna e lo sc'kantillo, il blog di alessandria del carretto)
La giornata seguente coniata con il titolo di “Pork Day” doveva svolgersi nel modo seguente: sveglia alle ore 7.00 per ammazzare il maiale, macellazione e cottura fino a sera intervallate da tarantelle e organettate, cena e festa in piazza e il mio spettacolo alla fine. Un bello sforzo per me che spero di non aver deluso nessuno.
Devo ammettere che lo spettacolo della morte del maiale non è stato fra i più leggeri della mia vita. Mentre vedevo ammazzare quell’animale indifeso, molte erano le riflessioni che passavano per la mia testolina: la festa per l’uccisione del maiale.. la festa della morte. Strano a pensarlo e ancor di più a concepirlo. L’esaltazione del rituale della morte come sacrificio per produrre felicità a chi di quella morte se ne ciberà. Ma a volte la morte serve anche a questo: ad alimentare altre vite e la vita va festeggiata. Ad Alessandria del Carretto questa prassi non è mai cessata. Un tempo il maiale era la ricchezza di una famiglia e significava “non morire di fame”. Oggi se ne potrebbe benissimo fare a meno con l’abbondanza e l’alternativa alimentare, ma l’argomento è a mio avviso molto complicato e io mi occupo di musica..
Uno spettacolo del genere dovrebbero vederlo tutti quelli che si cibano di carne. È sicuramente una bella prova per chi è abituato a trovarsi la costicina impachettata al supermercato. Io il test l’ho passato, e non sono di certo diventato vegetariano, però ora, quando mangio della carne la gusto e la valorizzo di più, cercando di non sprecarla o gettarla, per rendere omaggio al malcapitato, sacrificato per gonfiare il mio stomaco.
La musica: lo strumento che si ascolta nella musica di sottofondo del video è un cup-cup, tamburo a frizione costruito con una canna inserita al centro di una pella tesa su un tamburo ottenuto con qualsiasi recipiente. Strumento usato generalmente in occasione dell'uccisione del maiale.
Si fanno chiamare “Atropidi Sgattaiolati”: spiritelli magici abitanti l’interno dei tamburi che escono allo scoperto quando la membrana viene percossa. La loro musica è travolgente e riesce a far ballare il pubblico più annoiato, contagiandolo con il ritmo delle percussioni impazzite e un’ondata di allegria. Sembra una favola ma è realtà, e a farla vivere sono i ragazzi della Scuola Elementare “Filippo Raciti” di Palermo, i loro insegnanti e i loro genitori. Il laboratorio musicale ideato nel ‘96 dall’insegnante Daniele Schimmenti (percussionista), inizialmente composto da circa 30 bambini disabili e normodotati, è arrivato ad accogliere in un anno scolastico oltre 500 ragazzi della suddetta scuola pubblica di Borgo Nuovo, un quartiere “difficile” di Palermo. “Borgo nuovo è un quartiere popolare in cui la condizione economica generalmente è molto bassa ma questo progetto contribuisce ad alzarne il livello culturale” afferma senza presunzione Daniele.
Gli obiettivi del progetto “Atropidi Sgattaiolati” sono molteplici: usare la musica come stimolo per l’apprendimento della lingua italiana, come aggregante sociale, come terapia a complicazioni psicologiche. “Mia figlia era molto timida, non dialogava con i suoi compagni; da quando è entrata nell’orchestra di percussioni è cambiata e ora vuole addirittura fare la solista“ mi racconta una mamma; un’altra dice: “l’ha tolto dalla strada e ora ha una nuova prospettiva di vita, noi genitori li seguiamo dappertutto e diamo una mano per l’organizzazione del laboratorio, ora c’è più dialogo e condivisione tra noi e i ragazzi”.
L’apprendimento della tecnica musicale prende spunto dal metodo di “ritmica integrale” coniato da Laura Bassi, basato sulla possibilità di eseguire parti ritmiche attraverso la suddivisione in sillabe di singole parole o intere frasi. Con questo metodo anche i ragazzi più restii sono stimolati ad affrontare lo studio della lingua italiana per far parte dell’orchestra. Non puoi pretendere di suonare con gli Atropidi se non sai come si scrive e si legge “man-gia-ti la pa-sta” che nel tamburo si tradurrà “ta-ta-ta-ta-tà-ta”. Questo metodo apparentemente elementare è in grado di sviluppare, almeno negli Atropidi Sgattaiolati, una sorprendente tecnica esecutiva e una musicalità che ha dell’incredibile. Il gruppo si esibisce con circa 40 elementi che percuotono, cantano e ballano simultaneamente dando però spazio a solisti dalle voci squillanti e dalle abili mani. Il progetto alimentato dal sacrificio dei suoi creatori, andrebbe sicuramente più valorizzato e supportato.
Quello che succede in questa scuola pubblica di Palermo è analogo ad altri progetti che avevo documentato in America Latina durante la prima edizione del cammino della musica (vedi FESNOJIV il miracolo della musica, Belo Horizonte, bela musica). Casi di questo genere penso facciano riflettere molto sul potenziale terapeutico e sociale oltre che artistico che può esercitare la musica su una comunità. Guardo le espressioni di questi ragazzi mentre si esibiscono, e non posso fare altro che pensare ad un miracolo; la musica interpretata da queste espressioni acquista una forza che non avevo mai percepito prima e l'emozione è veramente forte. Il miracolo di questa entità, di questo sublime linguaggio, di questa espressione di energia che è la musica.
Andrea Zuin
Per avere informazioni sugli “Atropidi Sgattaiolati” e sui loro concerti scrivi a Daniele Schimmenti: martilupero@yahoo.it
Ringraziamenti: Daniele Schimmenti e tutto lo staff del progetto, il preside dell’Istituto Filippo Raciti Diego di Caro, gli atropidi genitori, gli Atropidi Sgattaiolati tutti.
Cataforio (RC), 1 settembre 2009; la strada per raggiungere Polsi è veramente ardua, il camper non ce l’avrebbe mai fatta, per fortuna ci pensano gli amici della Valle Sant’Agata a darmi un passaggio. Arriviamo che fa già buio. Polsi di San Luca è un paesetto improbabile nella provincia estrema di Reggio Calabria nel cuore dell’Aspromonte; quando arrivi non ci credi. Il fumo delle griglie delle bancarelle annebbia tutta la vallata, un anfiteatro gremito di fedeli che ascoltano la parola di Dio, dalla parte opposta del santuario decine di rote mescolano i suoni dei rispettivi tamburelli picchiati con forte voga, al loro interno i ballerini si alternano a due a due scelti dall’indiscutibile mastru du ballu; qualcuno ballerà per tutta la notte per voto alla Madonna. Facce di ogni tipo, facce strane. A tratti sono tutti uomini. In ogni parte della valle echeggiano urla disumane che “danno i numeri”, sono i giocatori di morra. Osservarli è uno spettacolo che a primo acchito lascia perplessi, fa paura, ma dietro quelle urla impressionanti e strozzate usate per intimidire l’avversario, affiora un sorriso o un’espressione più umana non appena il gioco si conclude e fa tornare tutto alla normalità... se di normalità a Polsi si può parlare! Dentro il santuario il canto delle anziane in venerazione alla Madonna spezza decisamente il suono reiterato della tarantella che non smette di farsi sentire; la gente dorme per terra ammassata negli angoli, mangia, si dispera e si rallegra, si inginocchia e procede verso la Madonna, si segna, bacia la vergine.
Fuori intanto le rote continuano a girare e il megafono posto all’esterno del santuario cerca di sfidare quel suono tra la totale indifferenza di suonatori e ballerini che non smettono mai. È un duello fra sacro e profano; è una bellissima follia. Alle 5.00 del mattino decido sfinito di coricarmi, ho la mente pesante e non ci vedo più dalla stanchezza, mi scelgo una pietra meno spigolosa delle altre, prendo in prestito una tovaglia sporca per riparami dal freddo improvviso e cado in un sonno profondo e umido. Ho degli incubi causati dalle continue urla dei giocatori di morra; a quest’ora della notte le loro voci sono spezzate, stridule, in un irreale falsetto, ma continuano a echeggiare ovunque. Quando mi sveglio di soprassalto verso le otto con il sole in faccia, nulla intorno è cambiato a parte la luce. Morra e tarantella dappertutto e il megafono della chiesa che dichiara l’inizio della processione. Poi il silenzio... e Polsi ricade nel suo calmo sonno che durerà un anno.
Cataforio (RC) ore 4.00 del mattino di sabato 12 settembre; il camper del Cammino della musica è parcheggiato nell’unico posticino disponibile per un mezzo ingombrante, ossia sulla grande curva dell’unica strada che attraversa il paese della Valle Sant’Agata. All’interno ci sto io, che mi riposo prima della partenza per il pellegrinaggio che mi condurrà fino alla Basilica dell’Eremo dove si trova il quadro della Madonna della Consolazione patrona della città di Reggio Calabria; un cammino di 10 kilometri. Il ritrovo è fissato presso la chiesa di Cataforio dove devoti e non vociferano allegramente prima della partenza. L’idea di condividere questa esperienza con il gruppo mi piace molto: camminare tutti assieme per raggiungere una meta comune nel cuore della notte ascoltando i canti alla Madonna inframmezzati dall’ultimo gossip di Cataforio spifferato dalle donne del paese. Siamo in parecchi, la maggior parte sono donne. Agata, l’amica che mi ha convinto ad affrontare la levataccia è emozionata, lei manca da molto dal suo paese natio e negli ultimi anni non è mai riuscita a partecipare alla festa. È lei che dà man forte all’intonazione dei canti. Arriviamo che è l’alba, io ho avuto la malaugurata idea di camminare con delle ciabatte, all’arrivo mi ritrovo scalzo... la piazza dell’Eremo è già gremita di persone, alcune sono qui da ieri notte e hanno suonato e ballato la tarantella fino a poco prima. Nella basilica non c’è modo di entrare, così cerco di piazzarmi nel sagrato per fare delle buone riprese. Quando esce la pesantissima vara, il popolo urla la sua ammirazione alla Madonna; c’è chi dice che pesa 12 quintali, gli uomini che la sollevano, i portatori, sono 114. Comincia così una processione di 9 Kilometri che porterà il quadro della Madonna fino al duomo di Reggio Calabria, dove resterà custodito fino al prossimo 21 novembre per poi essere riportato all’Eremo. Il prete a capo della processione implora la folla di fare largo, qualcuno potrebbe seriamente farsi male. Quando la vara raggiungerà la sua meta, comincerà la celebrazione pagana, la rota della tarantella creerà un cerchio magico nel centro della piazza del duomo e tutto intorno sarà festa, per altri due giorni.
Ringraziamenti: Agata, Marco Bruno (per assistenza tecnica, musicale, meccanica, vitto e alloggio!), Demetrio Bruno, Piero Crucitti, Zi' Peppino Serra, il Gruppo folkloristico di Cataforio, la famiglia Bruno, Giusi e Simone, Carmelo di Lallo, Mario, la Trattoria Lallo di Cataforio, Cataforio tutta.
Il video che propongo è per la prima volta in questo progetto incentrato sull’analisi di uno strumento in particolare. Potrebbe sembrare un lavoro dedicato a pochi addetti al settore, ma ho selezionato le immagini e ho cercato di mantenere comunque un linguaggio e un’ironia di fondo che lo renda fruibile a tutti. Il montaggio è frutto di riprese fatte in diverse occasioni durante quest’ultimo periodo di viaggio tra la zona del Pollino, della Calabria, della Basilicata e della Campania. In queste zone è molto diffusa la zampogna, uno strumento che presenta differenti peculiarità in base alla zona in cui viene costruita. L’intervista è incentrata sulla cosiddetta zampogna “a chiave” caratterizzata da un particolare meccanismo in metallo (la chiave) inserito nella parte bassa della canna più lunga, che serve da prolungamento per la chiusura dell’ultimo foro altrimenti irraggiungibile dal dito della mano. Le più corta fra le quattro canne di questa zampogna è chiamata “Sc’kantillo” (nella zona del Pollino) e la nota che produce (la più acuta delle quattro) serve da intonazione per un tipo di canto chiamato per l’appunto “a Sc’kantillo”, che potete ascoltare nella prima parte del video.
Sandro Brunacci, costruttore di questo tipo di zampogna e degno erede del Maestro Lanza, mi spiega che in teoria il canto dovrebbe snodarsi sulla stessa altezza dello Sc’kantillo ed essere quindi eseguito in falsetto. Quello che ho registrato ad Alessandria del Carretto (CS) è interpretato da Alessandro Adduci alla voce (vedi www.idimenticati.splinder.com) Sandro Brunacci alla Zampogna e Vincenzo De Palmis al tamburello, dentro le umide mura de “La taverna del prete” una fantastica cantinetta che svolge la sua attività enologica per soli tre giorni, allestita in occasione del festival delle culture tradizionali “Radicazioni” (vedi: Diretta da Alessandria del Carretto). Alessandro Adduci, mi confessa che al momento dell’esecuzione era molto emozionato in quanto questa serenata la cantava suo nonno e fino ad ora non la aveva mai cantata in pubblico, tantomeno sotto l’occhio antipatico di una videocamera. Grazie agli amici presenti, al clima di festa, all’atmosfera della cantinetta e al suo vino, il canto a Sc’kantillo che ne è uscito ha suscitato l’approvazione di tutti i fortunati avventori. Nel testo della serenata, il cantore ringrazia familiari e parenti dell’amata prima di proferire parole d’amore alla donna. Pare che la pratica d'eseguire questo canto in occasione di sposalizi sia ormai in estinzione, ma ad Alessandria del Carretto c’è gente pronta a giurare che ben presto squadre di musicisti e cantori invaderanno ancora i cortili sottostanti i balconi, dai quali si affacceranno fortunate spose .
Ringraziamenti: Sandro Brunacci, Alessandro Adduci, Prof. Vincenzo La Vena, Antonio Arvia e i ragazzi che suonano con lui, dei quali non ricordo il nome ma lo scoprirò, Paolo Napoli.
Mi trovo ad Alessandria del Carretto (CS) nel bel mezzo nel Parco Nazionale del Pollino. Qui un gruppo di donne, a quanto pare crescente, dedica parte dell’anno pensando a come meglio adornare le cinte in onore della Santa Madonna del Carmine. Si tratta di vere opere d’arte devozionale che pur seguendo specifiche regole riguardo la costruzione (più che altro regole territoriali) lasciano libero sfogo alla creatività, che deve comunque essere misurata per non risultare troppo invadente e... pesante: le cinte infatti vengono fatte sfilare durante una processione danzante di sei ore, portandole sul capo.
La processione ha inizio la sera del 23 agosto, quando Margherita mi dice di seguirla a casa sua per prendere la cinta. Per lei è la prima volta, ha costruito una bella cinta adornata di rosso, diversa dalle altre che vedrò:“Quelle di Plataci (paese Arbëreshë della provincia di CS) hanno più questa forma quadrata... per me è stata una coincidenza, perché mio padre è di Plataci e quasi inconsciamente ho creato una struttura mista tra la forma di Plataci e quella di Alessandria”. La mamma la attende con la nuova cinta già in testa e a piedi nudi: “Quest’anno ho deciso di fare tutta la processione scalza, in segno di devozione”. Le donne che la guardano incuriosite, più tardi, mi racconteranno che un tempo erano molte le donne scalze; chi aveva un voto camminava scalza e si spogliavano del vestito da sposa davanti alla madonna.
Partiamo dalla casa di Margherita seguiti da un piccolo corteo di musicisti di zampogna e tamburello. La prima fase della festa prevede la ricerca delle altre cinte che sfilano tra le vie del paese. Dopo pochi metri di cammino già intravediamo la prima: è Angela con la sua cinta che rappresenta la cupola di una chiesa. Le due cinte si incontrano e ballano una tarantella assieme, poi proseguono il cammino fino a quando il gruppo sarà al completo. Quest’anno le cinte sono sei. Vengono depositate nella Chiesa fino al mattino seguente.
Ore 9.00, le donne vestono la Madonna, se la caricano sulle braccia e partono per il lunghissimo pellegrinaggio. Il paese è in festa, c’è la banda che apre la processione, segue il gruppo di donne che danza con le cinte, il gruppo di suonatori, le donne che portano la Madonna e tutto il paese a seguire. Si passerà per ogni casa di Alessandria, in sei ore. Qualcuno offre un ristoro alle donne affaticate, altri fanno generose offerte alla Madonna e declamano preghiere, altri seguono la processione dal balcone di casa.
La musica si alterna tra una potente banda al completo e un misero gruppo di suonatori di zampogna e tamburello. Purtroppo pochi giorni fa ad Alessandria c’è stato un lutto e così oggi i suonatori hanno preferito non suonare. In questo viaggio i lutti mi hanno fatto perdere molte occasioni, non li sopporto più.
Lo spettacolo coreutico delle cinte è bellissimo, le donne sembrano facciano a gara per “incoronarsene” una e così le “proprietarie” hanno modo di riposarsi e ballare la tarantella più alleggerite. Quest’anno anche Isabella ci prova. All’inizio era titubante, temeva forse di cadere e rompere la cinta, o forse di non essere pronta... sfilare con la cinta per la Madonna è una cosa importante e rivestita di profondi significati. La vedo mentre Margherita le passa la sua, spengo la telecamera e mi vivo la scena senza filtri. Isabella titubante calibra il peso nella testa e parte, ce l’ha fatta, è pronta e trionfante.
Quest’anno c’è anche un uomo con la cinta in testa; è un fatto straordinario, la Madonna del Carmine è una festa prettamente femminile, quella cinta però è storica e appartiene ad una donna che ha sempre partecipato alla processione, quest’anno non può farlo perché è malata, lui è suo nipote.
La processione prosegue, le donne sembrano essere sempre più cariche anziché stanche e continuano a ballare ininterrottamente. Si fa sera, si arriva in chiesa, ultimo sprazzo di gaudio, poi la Madonna viene svestita e le cinte riposte fino al prossimo anno. Le donne scommettono che ce ne saranno molte di più, ed Alessandria torna alla sua calma.
PIU' FOTO (quelle qui sopra sono scattate da Paolo Napoli)
Ringraziamenti: le donne delle cinte, Paolo Napoli, l'Amministrazione Comunale di Alessandria del Carretto, Mimma, Andrea quello dell'incidente e Giusi Duino. Lo staff di Radicazioni, Sandro Brunacci, Alessandro Adduci, Alessandria tutta.
Una kermesse di musica, gruppi ed incontri quella di “Valfino al Canto”, IV edizione della festa della musica di Arsita (TE).“Il Cammino della Musica” per la prima volta nel viaggio, veste i panni di “Media Partner” occupandosi di diffondere nell’etere i momenti cruciali della festa e trasmettere le dirette dei concerti nel blog con C6.TV.
La direzione artistica, ben interpretata da Marco Magistrali e Gianfranco Spitilli (www.bambun.webnode.com) ha saputo sapientemente offrire al pubblico di Arsita numerose opportunità culturali di ottima qualità, momenti di ascolto, di riflessione e di divertimento, che non sono mai mancati dall’alba all’alba dei tre giorni di celebrazione. Direi che quella di Arsita è una festa dove serietà e pazzia convivono senza litigio.
Ad aprire la fasta il 9 agosto la folle processione della santa Flurijì (fiorire), protettrice della festa, dei suonatori e di tutte le fioriture, bardata di lucette elettriche che alterano la luminescenza della sua santità: “Ce la siamo inventata nel 2007, e da allora Arsita ne richiede la presenza. L’anno scorso un paesano volle pure mettere un banchetto con un offerta di vino per la santa e i suonatori, e il gesto che la santa fa di roteare la mano in segno di saluto viene a tratti ripetuto dalle genti che stanno in strada quando passa… insomma ci siamo inventati un bizzarro culto. Non è una divinità pagana, un anno fu accompagnata da me vestito da Sant’Antonio Abate, altre volte da un pazzariello banditore, altre dal Don Filippo Lanci vestito da intermesolano del ‘700 che declamava improvvisazioni in rima in suo onore. L’anno scorso abbiamo pure fatto e distribuito delle specie di santini” mi racconta Gianfranco.
La processione che normalmente partiva dalle scuole in direzione del centro storico, ha quest’anno invertito il tragitto: il centro storico terremotato non può essere attraversato, quindi la santa, anche simbolicamente, esce dal cuore del paese desolato in direzione della festa, accompagnata dalla “Bellante Sband” che interpreta una particolare marcia dei bersaglieri, dai magnifici pupazzi del Teatro del Corvo di Ovada (AL) e da tutto il gaio popolo di Arsita.
“Il terremoto ci ha anche costretto a cambiare le varie location culturali, ma questo ci ha permesso di rinnovare la festa e darle nuovi significati” mi racconta Francesco Ferrante che assieme alla moglie Caterina Cacciatore e all’ Associazione Altofino animano da 15 anni Arsita. “Quest’anno infatti abbiamo optato per sistemare le bancarelle di cibo e alcool lontano dai concerti e dalle vie del paese creando una sorta di selezione naturale tra chi vuole godersi la musica e chi invece la birra” La volontà di Francesco è quella che “Valfino al canto” rimanga una festa popolare paesana, senza deragliare nel tempo, come spesso accade per questo genere di manifestazioni, in mega festoni che cedono l’aspetto culturale a quello commerciale attirando incontrollabili bolge umane.
Le vie del paese sono animate dai vari gruppi invitati, provenienti “dalla Val Fino, delle valli vicine e da altre più lontane, dove non si vede il Gran Sasso” ed il mio passeggiare senza meta è puntellato da incontri che mi sbalzano la memoria a formidabili esperienze vissute durante questo cammino della musica. C’è Giannina Malaspina, anziana cantastorie che avevo incontrato a Garrufo di Campli (TE) (vedi “Il Cantastorie ritrovato”), trascinata qui dal nipote Francesco di Carlo suo nuovo compagno di musica. Giannina mi ha trattenuto una notte intera con i suoi racconti nostalgici, a tratti le scendono le lacrime, poi affronta la platea cantando un pezzo su Sant’Antonio, uno di quelli che faceva un tempo con il marito per le case e diventa un “animale da palcoscenico”. Fantastica la scena quando alcuni abitanti di Arsita ai quali Giannina faceva visita, la riconoscono e si emozionano.
C’è Raffaele Inserra con le sue magiche tammorre (vedi “Cantà 'ncopp'o tammurro ! La Tammurriata”) sarà lui con la sua “Paranza dei Monti Lattari” a far scatenare la folla in balli ritmati dalle castagnette. Un mattino è venuto con Biagino vedi “Crisi da Percorso” a bere un caffè al camper del cammino della musica, non ho capito molto di quello che diceva, ma ha così risuonato la sua tammorra che mi aveva regalato a Scapoli.
Immancabili “Li Sandandonijrë” di Penna S. Andrea (TE). Incontrati, trasmessi, filmati numerosissime volte dal cammino della musica (vedi “Festa a Penna Sant’Andrea”, “L’energia della tenda”, “Italiani popolo di romantici”) che tra le altre hanno cantato “La Buonasera”, uno dei canti che il gruppo fa entrando nelle case i giorni precedenti la festa di Sant’Antonio Abate.
Il 12 agosto al mattino Arsita è semideserta, qualche stoico festaiolo vagabonda ancora per le vie pensando chissà a che cosa, qualcun altro si “riposa” esanime nelle panchine, Giannina invece che è andata a letto alle 3 è già in piedi e canta seduta su una sedia vicino all’osteria del paese.
Al prossimo anno.
Ringraziamenti:Gianfranco Spitilli, Marco Magistrali, Caterina Cacciatore, Francesco Ferrante, Silvia de Chirico (fotografa), Ermanno (ha reso possibile le dirette televisive cedendo la sua linea internet che vagava per la piazza di Arsita)
Napoli, Gragnano: la vista da quassù mi ricorda Rio de Janeiro: mare, città, montagna in sequenza rapida e spettacolare! Invece è il Golfo di Napoli e da qui si scorgono Ischia, Procida, Sorrento e il Vesuvio. Mi trovo nel laboratorio di due tammorrari tra i più conosciuti e temuti dei monti Lattari e della Campania in generale: Raffaele Inserra e Catello Gargiulo. L’atmosfera è quella di un far west con cactus, teschi di vacca, palafitte in legno; in realtà questo spazio così suggestivo è un centro ricreativo per ragazzi con problematiche sociali che qui possono essere educati attraverso l’assorbimento della linfa culturale di questa zona: la terra, i suoi prodotti e la tammurriata. I ragazzi qui imparano a costruire e suonare la tammorra, coltivare la terra con prodotti tipici ed allevare bestie di vario genere. Questo il progetto sociale dei due musicisti napoletani riuniti nell’associazione culturale “Incanti”.
L’impatto sonoro che segue il canto a'Fronna' o più esattamente la 'fronn' 'e limone' (fronda di limone), alimentato dalla visione suggestiva che si presentava ai miei occhi è stato devastante. La vibrazione reiterata del tamburo rende sorprendente questa forma di canto accompagnato: ipnotico e trascinante.
Non si avverte la necessità di altri supporti sonori, anche se spesso organetti, putipù, tromba degli zingari (marranzano) e tricchebballacche arricchiscono la canzone, ma sono canto e tamburo i due elementi regnanti, indipendenti dal resto e indissolubilmente dipendenti l’uno dall’altro. Certo non tutti sono capaci di tali prodigi, anche se a detta di Raffaele e Catello ultimamente di suonatori di tammorra ce ne sono un po’ dappertutto, e battere su di un tamburo cantando qualche verso potrebbe sembrare facile, certi impatti però si raggiungono solo con moltissimi anni di esperienza, soprattutto di conoscenza della tradizione attraverso l’osservazione delle generazioni precedenti e la condivisione con esse. Senza questi elementi, non si sta facendo Tammurriata, ma una cosa ex-novo, senza preciso significato, senza un’identità e molto dannosa per la vera tradizione.“Questa è una tradizione millenaria ma l’origine è sempre molto chiara” dice Catello “e quando senti cantare un anziano non è solo lui che canta ma è lui che canta con l’esperienza di tutti quelli che lo hanno preceduto e questo si riconosce nella ricchezza del suono nell’interpretazione… quando si crea qualcosa di nuovo senza rispettare il passato, tutto questo si perde”.
Vivere una tradizione significa saperne interpretare i suoni del passato e dare loro un significato coerente nel presente, per questo la borghesia nata sotto altri canoni rispetto alla società contadina, non potrà mai suonare la tradizione se non si prenderà la briga di conoscerne i codici che l’hanno creata.
Tutto ciò vale anche per il ballo della Tammurriata che oggi ha assunto forme e codici sicuramente differenti rispetto a quelli di un passato in cui non era socialmente accettato un contatto fisico “provocante” tra i danzatori. Oggi che questi tabu sono ovviamente scomparsi, il rischio è ancora una volta quello di creare una forma di danza nuova, isterilito della “purezza” del passato. Solo con sapienza e rispetto si potrà adattare un movimento principalmente legato a tradizionali codici rurali ad una moderna dimensione sociale che ammette nuovi comportamenti, senza volgarizzarne il valore.
Lo sanno bene Raffaella Coppola e Maurizio Graziano Pollicino, i ballerini che ho incontrato nei giorni passati in Campania (vedi foto sotto e video). Raffaella mi racconta che un'anziana ballerina del paese durante una festa l'ha proclamata sua degna erede.
Per cui se vi capita di passare per queste zone e avrete l’opportunità di assistere ad una ricorrenza paesana dove si balla e si suona fino a notte tarda, godetevi pure la festa e fatevi trascinare dall’energia della tammurriata e dall’ospitalità dei suonatori, danzatori, cantatori, ma sforzatevi anche di capire chi fra loro stia valorizzando una tradizione o semplicemente sfogando alcune repressioni personali attraverso l’imitazione di qualcosa che non gli appartiene affatto. Non serve essere esperti di etnomusicologia o napoletani… questa sensazione si percepisce nettamente e arriva dritta al cuore, non è spiegabile a parole, sta semplicemente nella vibrazione del tamburo che si accorda alla voce e si traduce in movimento.
Ringraziamenti: Raffaele Inserra, Catello Gargiulo, Raffaella Coppola, Maurizio Graziano Pollicino, Pietro Pisano, Marco Limato, Zi’ Giannino, Zi’ Rocco, Peppino di Febbraio, la moglie di Raffaele, Iram, Fabrizio, Zeus, Dario Mogavero, Marilù Poledro, Alessandra Dell’aglio, Enzo, Domenico, Carmine Carbone e la famiglia, Giovanni Vacca.