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Archivio Io Suono Italiano ?     archivio dal tango alla musica caraibica

il 13 febbraio il cammino della musica - io suono italiano? compierà UN ANNO

Un anno di trottorellamento in giro per l'Italia documentando feste, tradizioni, musiche e persone. Sempre più convinto di fare un mestiere fantastico è ancora più fantastico per me condividere la mia esperienza con voi. Da ora in poi vi segnalerò mese per mese i reportage che ho fatto in questo stesso periodo un anno fa, in modo da segnalare eventi e magari farvi emergere lo stimolo a viverli voi di persona.

Febbraio, mese di carnevale, a voi quelli seguiti dal cammino della musica:

CARNEVALE DELLA VAL FLORIANA ( anche sul numero di febbraio di GDM)

CARNEVALE DI PONTE CAFFARO

CARNEVALE DI RESIA (qui sotto e sul numero di febbraio di Folk Bulletin) 

 

Resia e la sua tradizione

edizione 2009
Ho fatto 350 km tutti d’un fiato per tornare in Friuli ed arrivare in tempo al carnevale resiano. Riesco appena a parcheggiare il camper a Spilimbergo e subito Andrea del Favero (vedi post: Musica friulana) passa a prendermi per correre a Resia. In breve ci lasciamo alle spalle il “Friuli italiano” e improvvisamente, incantati dal paesaggio circostante, entriamo nella valle resiana che sembra essere distante mille miglia da casa.
 
Giunti a San Giorgio di Resia, sbucano da ogni parte strani fantocci colorati, sistemati in diverse posizioni. Ce ne sono due che “si amano” davanti alla chiesetta del paesino (vedi sezione "foto"). Sono i “babaz”, protagonisti inanimati del carnevale resiano; uno di loro tra poche ore finirà sul rogo, maltrattato, percosso e insultato dalla foga del popolo.  
 
Intorno c’è un silenzio totale, nessuno per strada, nessun segno di festa; apriamo le porte dell’unica osteria nei dintorni e ci sovrasta un’ondata di grida e parole incomprensibili che spezza con decisione la pace esteriore; Andrea mi fa un cenno con gli occhi e mi dice: “Si comincia”; sullo sfondo degli strumenti a corda strillano al ritmo di piedi sbattuti per terra. È la tipica musica resiana suonata con un violino chiamato cïtira con corde tirate ai limiti della sopportazione; un basso chiamato Bünkula, simile ad un violoncello, con due corde metalliche ed una in fibra animale; il terzo strumento sono i piedi, il cui battito accompagna tutta la musica. I suonatori di cïtira li alternano usando quello sinistro per la parte acuta del pezzo, quello destro per la parte bassa. La Bünkula è suonata a corde vuote e la mano sinistra viene usata solo per roteare lo strumento in modo da far combaciare le corde con l’archetto; una pazzia di musica, bellissima. 
 
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È ipnotica, incalzante, frenetica, apparentemente sempre uguale, ma ascoltandola bene ci si accorge che la melodia d’ogni pezzo, che gioca su uno schema di soli due accordi, è differente, e i musicisti che l’hanno appresa “ad orecchio” la sanno distinguere con nomi ben precisi. Il fatto che non sia scritta o che comunque si tramandi a memoria, fa sì che questa musica sia in continua evoluzione e che se ne crei sempre di nuova. Alcune trascrizioni dell’800 e varie registrazioni del ’50 e ’60, sono completamente diverse da quello che si ascolta oggi, segno che a Resia la tradizione è adesso! Il ballo invece è sempre identico, semplice e minimale, dove la coppia non si tocca mai a dimostrazione che si tratta di una danza molto antica.
Il carnevale resiano si conclude oggi, mercoledì delle ceneri, dopo un periodo di festa iniziato molti giorni prima, attraversando la domenica con la sfilata delle lipe bile maškire (belle maschere bianche) e le pazzie del martedì grasso. Domani, l’inizio del periodo di quaresima segnerà la fine dei bagordi e anche delle musiche. 
Mi siedo ad un tavolo con due vecchi che bevono del vino e che tra di loro parlano in resiano, un dialetto di matrice slovena a me incomprensibile. Mi dicono che un tempo il carnevale era una grande festa alla quale si dedicava un periodo molto largo: quando Resia contava ancora 4000 abitanti si faceva baccano sul serio. Ora che di abitanti ce ne sono poco più di 1000 e i giovani se ne vanno per trovare lavoro, il carnevale ha perso energia”. Uno di loro mi dice che sono arrivato tardi; io comunque sono soddisfatto perché a giudicare da quello che vedo, dai giovani che suonano e ballano e dall’energia che gira intorno direi che ci si può benissimo accontentare.
Cala la notte e alcune urla attirano l’attenzione. Il babaz seduto sul water e posto come trofeo all’estremità della stanza, viene trascinato fuori e malmenato dal popolo. Comincia così la processione che lo condurrà al centro della piazza per darlo alle fiamme. Un corteo di musicisti e maschere di ogni tipo, prive di qualsiasi logica e realizzate con pezzi di stracci e accessori aggiustati l’uno all’altro, accompagnano le urla per le strade del paese, colme di gente bramosa di appiccare il fuoco. Il rituale prevederebbe una sorta di funerale al povero babaz predestinato, che ora sembra quasi mostrare dietro la sua faccia di paglia, un’anima in pena che non può far altro che sorridere. Il popolo resiano si raduna intorno a lui, alcune parole dette sotto voce e per i pochi intimi più vicini al patibolo, poi le fiamme si alzano al cielo. Il popolo inneggia trionfante e cominciano le danze.
I pochi forestieri di quella sera se ne stavano intorno al fuoco cercando di decifrare i codici ameni di questo carnevale. Nulla a che vedere con il sofisticato carnevale di Venezia o quello di Bagolino (vedi post: Le due facce del carnevale bagosso), questo è il carnevale del popolo che si manifesta in tutta la sua anima dannatamente spontanea e priva di mezzi termini. Se si riesce a “buttarsi dentro” e a lasciarsi andare, il divertimento è assicurato e il popolo resiano, apparentemente chiuso ed isolato, è pronto a rendere tutti partecipi della sua cultura; direi che è proprio questa chiusura nei secoli che rende il carattere resiano così spontaneo e sopra le righe. Al resiano non importa tanto della presenza del turista, ma se c’è, ben venga.

Gigino di Biasio (vedi filmato), è il titolare dell’osteria dove mi trovo, “Alla speranza”. Lui e la sua osteria sono il fulcro del carnevale resiano. Mi racconta che ha fatto un periodo fuori dalla sua terra, ma poi è tornato: ” puoi andare dove vuoi, ma il sangue ti riporta sempre a casa”. In paese dicono che se non ci fosse lui, il carnevale e la cultura resiana in generale sarebbero già persi da tempo, ma lui è ben conscio che "ogni resiano porta in sé la cultura e la millenaria storia del microcosmo della Comunità slava, e chi ne ha maggior coscienza  ha solo maggiori responsabilità". Grazie ad alcuni giorni passati assieme a Gigino sono riuscito a capire gli aspetti più peculiari e le problematiche emergenti di questa Comunità. Dice che per la musica ed il ballo non si corrono più grossi rischi di estinzione; i giovani amano e si identificano con questa tendenza. Personalmente penso che la musica resiana sia molto “giovanile” grazie al suo “martellamento” reiterato e schematico crea attrazione e alla lunga “trance” (come la pizzica per capirsi). L’elemento fondante della Minoranza resiana in pericolo però sembra essere la lingua resiana che come dice Gigino “è parte determinante delle tre peculiarità della minoranza resiana: la lingua, la musica e il ballo”.

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Ringraziamenti: Gigino di Biasio (filmato), Andrea del Favero, Giulio Venier, Marisa Scuntaro    20090309

 
17/01/2010

In molte parti d'Italia il culto di Sant'Antonio Abate è ritualizzato in forme differenti. A Penna Sant'Andrea (TE) un gruppo di musici chiamati "Li Sandandonijire" il 16 di gennaio si riunisce per iniziare una particolare questua per le case del paese che finirà il giorno seguente. Le gole si scaldano, il "du bott" strilla e il cesto si riempie di salsicce, uccelletti, e polli... vivi.

clicca qui per vedere tutte le pillole

 
23-01-10

Nel video che segue, ho montato alcuni momenti della serata di sabato 23 gennaio presso il Laboratorio Culturale MATTA di Osimo (AN). Un grazie di cuore ai numerosi partecipanti che dopo lo spettacolo si sono esibiti in frenetiche danze dal mondo... ma soprattutto quelle della terra marchigiana

 

Quando l’amministrazione comunale di Alessandria del Carretto (CS) mi aveva telefonato per invitarmi a fare un mio video–show, la richiesta mi era parsa strana per come era stata formulata: "facciamo la festa del maiale e abbiamo pensato a te”.  “Grazie” risposi senza sapere se essere felice o no dell’associazione. Fatto sta che il 27 dicembre 09 dopo 20 ore di viaggio arrivai nel cuore della notte all’amato paesello cosentino accolto dagli amici alessandrini che avevo conosciuto qualche mese prima. (vedi: La madonna del carmine, La zampogna e lo sc'kantillo, il blog di alessandria del carretto)

La giornata seguente coniata con il titolo di “Pork Day” doveva svolgersi nel modo seguente: sveglia alle ore 7.00 per ammazzare il maiale, macellazione e cottura fino a sera intervallate da tarantelle e organettate, cena e festa in piazza e il mio spettacolo alla fine. Un bello sforzo per me che spero di non aver deluso nessuno.

 

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Devo ammettere che lo spettacolo della morte del maiale non è stato fra i più leggeri della mia vita. Mentre vedevo ammazzare quell’animale indifeso, molte erano le riflessioni che passavano per la mia testolina: la festa per l’uccisione del maiale.. la festa della morte. Strano a pensarlo e ancor di più a concepirlo. L’esaltazione del rituale della morte come sacrificio per produrre felicità a chi di quella morte se ne ciberà. Ma a volte la morte serve anche a questo: ad alimentare altre vite e la vita va festeggiata. Ad Alessandria del Carretto questa prassi non è mai cessata. Un tempo il maiale era la ricchezza di una famiglia e significava “non morire di fame”. Oggi se ne potrebbe benissimo fare a meno con l’abbondanza e l’alternativa alimentare, ma l’argomento è a mio avviso molto complicato e io mi occupo di musica..

Uno spettacolo del genere dovrebbero vederlo tutti quelli che si cibano di carne. È sicuramente una bella prova per chi è abituato a trovarsi la costicina impachettata al supermercato. Io il test l’ho passato, e non sono di certo diventato vegetariano, però ora, quando mangio della carne la gusto e la valorizzo di più, cercando di non sprecarla o gettarla, per rendere omaggio al malcapitato, sacrificato per gonfiare il mio stomaco.

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La musica: lo strumento che si ascolta nella musica di sottofondo del video è un cup-cup, tamburo a frizione costruito con una canna inserita al centro di una pella tesa su un tamburo ottenuto con qualsiasi recipiente. Strumento usato generalmente in occasione dell'uccisione del maiale.

un ringraziamento a Michele di Hamburg che ha donato 1000 passi al cammino della musica

 

Musica come stimolo per l'apprendimento

Si fanno chiamare “Atropidi Sgattaiolati”: spiritelli magici abitanti l’interno dei tamburi che escono allo scoperto quando la membrana viene percossa. La loro musica è travolgente e riesce a far ballare il pubblico più annoiato, contagiandolo con il ritmo delle percussioni impazzite e un’ondata di allegria. Sembra una favola ma è realtà, e a farla vivere sono i ragazzi della Scuola Elementare “Filippo Raciti” di Palermo, i loro insegnanti e i loro genitori. Il laboratorio musicale ideato nel ‘96 dall’insegnante Daniele Schimmenti (percussionista), inizialmente composto da circa 30 bambini disabili e normodotati, è arrivato ad accogliere in un anno scolastico oltre 500 ragazzi della suddetta scuola pubblica di Borgo Nuovo, un quartiere “difficile” di Palermo. Borgo nuovo è un quartiere popolare in cui la condizione economica generalmente è molto bassa ma questo progetto contribuisce ad alzarne il livello culturale” afferma senza presunzione Daniele.
Gli obiettivi del progetto “Atropidi Sgattaiolati” sono molteplici: usare la musica come stimolo per l’apprendimento della lingua italiana, come aggregante sociale, come terapia a complicazioni psicologiche. “Mia figlia era molto timida, non dialogava con i suoi compagni; da quando è entrata nell’orchestra di percussioni è cambiata e ora vuole addirittura fare la solista“ mi racconta una mamma; un’altra dice: “l’ha tolto dalla strada e ora ha una nuova prospettiva di vita, noi genitori li seguiamo dappertutto e diamo una mano per l’organizzazione del laboratorio, ora c’è più dialogo e condivisione tra noi e i ragazzi”.
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L’apprendimento della tecnica musicale prende spunto dal metodo di “ritmica integrale” coniato da Laura Bassi, basato sulla possibilità di eseguire parti ritmiche attraverso la suddivisione in sillabe di singole parole o intere frasi. Con questo metodo anche i ragazzi più restii sono stimolati ad affrontare lo studio della lingua italiana per far parte dell’orchestra. Non puoi pretendere di suonare con gli Atropidi se non sai come si scrive e si legge “man-gia-ti la pa-sta” che nel tamburo si tradurrà “ta-ta-ta-ta-tà-ta”. Questo metodo apparentemente elementare è in grado di sviluppare, almeno negli Atropidi Sgattaiolati, una sorprendente tecnica esecutiva e una musicalità che ha dell’incredibile. Il gruppo si esibisce con circa 40 elementi che percuotono, cantano e ballano simultaneamente dando però spazio a solisti dalle voci squillanti e dalle abili mani. Il progetto alimentato dal sacrificio dei suoi creatori, andrebbe sicuramente più valorizzato e supportato.
 
Quello che succede in questa scuola pubblica di Palermo è analogo ad altri progetti che avevo documentato in America Latina durante la prima edizione del cammino della musica (vedi FESNOJIV il miracolo della musicaBelo Horizonte, bela musica). Casi di questo genere penso facciano riflettere molto sul potenziale terapeutico e sociale oltre che artistico che può esercitare la musica su una comunità. Guardo le espressioni di questi ragazzi mentre si esibiscono, e non posso fare altro che pensare ad un miracolo; la musica interpretata da queste espressioni acquista una forza che non avevo mai percepito prima e l'emozione è veramente forte. Il miracolo di questa entità, di questo sublime linguaggio, di questa espressione di energia che è la musica.
Andrea Zuin
Per avere informazioni sugli “Atropidi Sgattaiolati” e sui loro concerti scrivi a Daniele Schimmenti: martilupero@yahoo.it
 
QUESTO REPORTAGE LO TROVI SUL NUMERO DI GENNAIO DE IL GIORNALE DELLA MUSICA
 
IL 21 OTTOBRE 2009 E’ STATA TRASMESSA UNA ESIBIZIONE DEGLI ATROPIDI IN DIRETTA SU C6.TV
 
 
Ringraziamenti: Daniele Schimmenti e tutto lo staff del progetto, il preside dell’Istituto Filippo Raciti Diego di Caro, gli atropidi genitori, gli Atropidi Sgattaiolati tutti.

Un Ringraziamento a Emanuela B. da Milano che ha donato 1100 passi al Cammino della Musica  VISITA IL SUO BLOG 

 

 

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09/02/2010 @ 2.06.25
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