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Archivio Io Suono Italiano ?     archivio dal tango alla musica caraibica

Domenica 7 Marzo piglio un aereo e me ne volo oltre oceano, nell'altro emisfero!!

Ha inizio il lungo tour in Argentina, 50 giorni di conferenze e spettacoli che devo fare in teatri, scuole, università, circoli di italiani migrati.

In questi giorni mi sto macellando le cervella per creare qualcosa di convincente da proporre con tutto il materiale che ho portato a casa dal viaggio in Italia. Ho vissuto momenti difficili in questa fase creativa, avevo paura di non avere tematiche forti da esporre e invece ne ho trovate a fiumi.. un anticipo?? GLI INDIGENI ITALIANI!! poi la musica come CURA (vedi reportege sul terremoto in Abruzzo), IL SACRO ED IL PROFANO (tutte le madonne che ho documentato) LA SPERANZA (vedi reportage su Giannina, la cantastorie abruzzese).

Il tour è patrocinato (economicamente e moralmente) dalla ATM Associazione Trevisani nel Mondo, in collaborazione con la ong ICEI Istituto Cooperazione Economica Internazionale, IIC Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires, CIS Cooperazione Italiana allo sviluppo, PTSBB Proyecto Turismo Sostenibile en la Boca y Barracas fra gli altri.

LEGGI IL COMUNICATO STAMPA

 

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APPUNTAMENTI FINORA FISSATI

Domenica 14 marzo: Resistencia (Circolo veneti del Chaco)

Mercoledi 17 marzo: Università di Corrientes

Martedi 23 marzo: Necochea (Società Italiana di Necochea)

Mercoledi 24 marzo:  TANDIL (Società Italiana di Tandil)

Sabato 27 marzo: Mar del Plata (Società "Le Tre Venezie")

Domenica 28 marzo: LA PLATA (Circolo Italiano di La Plata)

Mercoledi 31 marzo: BAHIA BLANCA (sede del Comites di Bahia Blanca)

Giovedi 1 aprile: VIEDMA (Centro Culturale Italo-Argentino Viedma)

Sabato 3 aprile: Bariloche (Societa Italiana di Bariloche)

Domenica 28 marzo Villa Regina (TEATRO CIRCULO ITALIANO)

Sabato 10 aprile: Rosario (Famiglia Veneta di Rosario)

Martedi 13 aprile: Cordoba (AVECO Associazione Veneta di Cordoba)

Venerdi 16 aprile: Buenos Aires (La trevisana)

Martedi 20 aprile BUENOS AIRES (TEATRO BROWN, Festival de Otono)

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Terrò aggiornato il blog inserendo pillole e dirette web tv degli spettacoli tramite C6.TV

 

.. e il viaggio continua

 

Don Don aprite è sand’Andonie, Don Don aprite è sand’Andonie! Dopo averlo ripetuto almeno in 15 case per tre giorni di seguito, questo ritornello non te lo levi più dalla testa come minimo per un mese.

17 gennaio 2010; mi trovo a Penna Sant’Andrea (TE) "il paese più importante della provincia del mondo" come dice sempre Augusto, virtuoso bestemmiatore e riverente del santo, che tutto l’anno aspetta con impazienza questa data, scaricando la tensione sui clienti del suo bar, sito nella piazzetta del paesello abruzzese. Si tratta sicuramente del peggior bar della provincia del mondo. Se ci capitate e sopravvivete, non riuscirete più a farne a meno. Ormai è la quinta volta che in questo viaggio ci capito io, e senza eccezione ne esco con l’anima dannata e il fegato spappolato. Oggi però il bar di Augusto diventa sede della partenza dei Sandandonaijre, il gruppo che seguirò durante il rituale di questua che caratterizza la festa del Sant’Antonio Abate.

Si parte ad un’ora imprecisa con un numero impreciso di musicisti; l’unica cosa precisa e certa è il freddo umido e pungente. Augusto decide un fantomatico percorso, Roberto si sfrega le mani prima di infilarle su un paio di guanti tagliati, poi scalda l’organetto suonando qualche nota e via per le contrade con la missione di benedire case, famiglie e animali domestici, cantando le gesta di Sant’Antonio Abate nella lotta contro il demonio.

Bonasera bbona ggende, che vivete allegramende; ve salute Sand’Andonie, prutettore condr’a lu Demonie. È con questi stornelli che si fanno accogliere nelle case; la gente li aspetta, sa che se non era ieri o l’altro ieri è oggi che tocca a loro. Alcuni hanno ingrassato un gallo appositamente per donarlo alla squadra; è il massimo gesto di riconoscimento al gruppo, che porta la benedizione del Santo e soprattutto l’allegria di questa tradizione. Altri preparano succulenti banchetti da offrire agli audaci missionari. Tradizionalissimi sono lu cellitte golosità a forma di uccelletti. Ad ogni famiglia si dedicano 3 o 4 canti, poi il gruppo riempie il cesto di doni, si congeda con il “Don Don” e ci si incammina (sempre più barcollanti) verso la prossima casa.

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Il Sant'Antonio è un rituale di questua che nella tradizione contadina assume notevole importanza: s’inserisce nel periodo di sosta dell’anno agricolo, quando le braccia si possono riposare in attesa di essere mosse nella primavera entrante. È quindi un rituale di buon auspicio al raccolto, alla salute degli animali domestici e alla famiglia stessa. È soprattutto un buon motivo di condivisione sociale: in una piccola comunità il rituale ristabilisce e rinforza i rapporti umani, perché è basato su un aspetto ludico-religioso, sullo scambio, sullo scherzo, sulla chiacchiera, sulla dimostrazione di attenzione ed affetto.

L’aspetto pagano e quello religioso si fondono assieme e rendono più umano il soprannaturale e contemporaneamente più trascendente l’umano. Gianfranco veste il saio e interpreta Sant’Antonio. Mi racconta la leggenda, trasmessa da Atanasio, di questo santo nato in Egitto e fautore di una vita di rigoroso ascetismo. Nell’iconografia viene sempre rappresentato con un maialino al suo fianco. Erano infatti gli Antoniani che con il grasso del maiale curavano le epidemie del “fuoco di Sant’Antonio”. Il periodo del calendario in cui è collocato il santo coincide con quello di altri rituali contadini come la macellazione del maiale, l’accensioni di fuochi nel solstizio invernale e così Sant’Antonio diventa protettore degli animali domestici e di alcune malattie. In molte stalle è ancora usanza appendere l’icona del santo.

Questo rituale che era in pericolo di estinzione, pare oggi essersi rinvigorito; per le contrade non è raro incontrare altre squadre di bambini muniti di ddu bbotte (organetto a due bassi) e battafoche (tamburo a frizione); è sintomo di rivitalizzazione di una tradizione rivestita di codici sociali odierni, forse spinta dal bisogno sempre più crescente di una ricerca di identità.

È ormai notte quando i Sandandonaijre hanno finito il loro giro. Anche quest’anno si può urlare il missione compiuta. La macchina di Augusto è piena di galli dannatamente immobili. Verranno divorati dal gruppo fra qualche mese (quelli dell’anno scorso li ho digeriti anche io). I nostri fegati gridano pietà ma il cuore è leggero e aspetta il prossimo Sant’Antonio.

Nel frattempo il peggior bar della provincia del mondo rimarrà come il cuore di chi lo gestisce e lo frequenta, sempre aperto.

Ringraziamenti: a tutti i galli sacrificati, a tutti i Sandandonijre, al bar di Augusto ma soprattutto ai suoi vocalucce, a Tonino Fabri sindaco di Penna, a Gianfranco Spitilli (http://bambun.webnode.com) al suo campanaccio, a Antonio la sua famiglia e il loro ristorante Zà Beata, che ci hanno ospitato e ingrassato nei nostri momenti peggiori.

 

il 13 febbraio il cammino della musica - io suono italiano? compie UN ANNO

Ricordo con emozione il momento della partenza da Piazzale Burchiellati a Treviso (vedi video).

Un anno di trottorellamento in giro per l'Italia documentando feste, tradizioni, musiche e persone. Sempre più convinto di fare un mestiere fantastico è ancora più fantastico per me condividere l'esperienza con voi. Da ora in poi vi segnalerò mese per mese i reportage che ho fatto in questo stesso periodo un anno fa, in modo da segnalare eventi e magari farvi emergere lo stimolo a viverli voi di persona.

Febbraio, mese di carnevale, a voi quelli seguiti dal cammino della musica:

CARNEVALE DELLA VALFLORIANA ( anche sul numero di febbraio di GDM)

CARNEVALE DI PONTE CAFFARO (qui sotto)

CARNEVALE DI RESIA (anche sul numero di febbraio di Folk Bulletin) 

 

Il carnevale della Valle del Caffaro

È ormai sera quando il camper si sbarazza vittorioso delle ripide salite delle montagne trentine per arrivare all’estremità nord-orientale delle Alpi lombarde. Attraverso il ponte che segna il confine tra le due regioni, subito losche figure coperte da mantelli e cappelli neri sgattaiolano dappertutto in segno di fervida eccitazione. Sono i màscher vestiti con il tradizionale ceviöl. C’è il rischio che aprano la porta del camper per gettarmi addosso una manciata di coriandoli, poco male, cinquant’anni fa si sarebbe trattato di un secchio di pesci morti...

Mi trovo a Ponte Caffaro in provincia di Brescia (Lombardia), in questa valle si celebra da tempi antichissimi uno dei carnevali più caratteristici delle Alpi italiane, il carnevale bagosso. Il mio contatto si chiama Gigi Bonomelli, virtuoso violinista della "Compagnia dei sonadùr", i principali animatori di questo carnevale. Mi dicono che è in giro per la città a suonare nei bar, lo cerco ma tutti mi dicono la stessa cosa “è appena andato via”; o qui si chiamano tutti Gigi e suonano il violino, o Gigi è velocissimo e quanto meno indeciso. Lo troverò solo più tardi in una osteria assieme a tutti i suoi compagni musici.

Il carnevale bagosso si svolge principalmente nei giorni di lunedì e martedì grasso, ma i musicisti hanno già cominciato a far sentire le note della festa dal primo giovedì dopo l’Epifania. In questi due giorni finali però c’è lo spettacolo coreutico dei balarì, un corpo di ballo formato da circa 50 componenti che indossano il raffinato e prezioso costume del rituale: caratteristica di spicco di quest’abito è il cappello, confezionato con metri di seta pregiata e adornato con l’oro della famiglia del ballerino. Si parte all’alba del lunedì dalla chiesa di S. Giacomo con una messa dedicata agli interpreti del carnevale, poi comincia il corteo che seguirà per due giorni interi e che consiste nell’andare ad esibirsi nella casa d’ogni ballerino, di altre persone di rilievo pubblico o di chi ha in qualche modo contribuito alla realizzazione del carnevale. Lorenzo Pelizzari, uno dei violinisti più attivi del gruppo, mi racconta che un tempo i balli erano richiesti su commissione e pagati profumatamente, mentre oggi questo sistema economico è in disuso e la famiglia alla quale è dedicato il ballo offre un banchetto che si consuma alla fine dei tre pezzi a lei dedicati.

Fa molto freddo, il cielo è cupo e l’aria nebbiosa. I colori dei balarì creano un forte impatto cromatico fin paradossale con l’ambiente circostante. Le mani dei musicisti sono congelate e mi chiedo come possano resistere per una giornata intera; i ballerini almeno hanno tutto il corpo avvolto da spessi panni, eleganti guanti bianchi e maschere in gesso e carta, inoltre ballando scacciano il freddo; i musici si riscaldano con il loro amore per il carnevale. Lo spettacolo, pur replicato per due giorni è sempre emozionante e di alto livello; il repertorio è composto da 24 danze ricche di complicate coreografie che portano con sé antiche simbologie di sfide, corteggiamenti, atti erotici, balli di corte. È necessario perciò un lungo periodo di prove prima del carnevale. L’alternanza delle danze è stabilita dal “capo ballerino" che a differenza degli altri è l’unico che ha il volto scoperto ed usa una tromba a corno per radunare il gruppo e richiamare all’ordine. Sicuramente nell’attività del corpo di ballo ci sono elementi militareschi. Alle donne non è permesso ballare e agli uomini solo dopo il compimento del quattordicesimo anno d’età; un altro corpo di ballo formato da donne e bambini tuttavia esiste, ma non si esibisce mai in questi due giorni.

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Le musiche dei violini bagossi sono tramandate oralmente di generazione in generazione e creano uno dei più importanti repertori del violino popolare italiano: lo stesso Lorenzo mi spiega che probabilmente prima della comparsa del violino (intorno al ‘500), questi brani erano interpretati con strumenti a fiato.

Quando arriva l’imbrunire e l’aria si raffredda ulteriormente si decide di esibirsi di fronte all’ultima famiglia prima di ritirarsi per il meritato riposo. Io ho i piedi e le gambe che mi fan male, si è camminato molto, alcune abitazioni erano anche distanti dal centro e non riesco a credere che i balarì siano riusciti a danzare per tutto il giorno. Nonostante la fatica c’è ancora molta energia tra i partecipanti del carnevale e dopo un’oretta di pausa ci si dà appuntamento per la consueta cena in una delle osterie vicine. Contro ogni ragionata previsione i musicisti portano con sé gli strumenti e dopo il banchetto si ricomincerà a suonare. Comincia così l’altra faccia del carnevale bagosso: il rigore e l’attenzione per i balarì, dimostrata durante il corteo diurno, si trasformano ora in una spontanea spensieratezza musicale che riveste i pezzi di una nuova energia travolgente. I brani sono gli stessi, ma le utenze sono diverse e i violinisti sembrano dimenticare fioriture e abbellimenti per abbandonarsi ad una musica ruvida suonata per il popolo di Ponte Caffaro. Anche i balarì ora in “borghese”, mettono da parte l’eleganza del rituale diurno per cantare a squarciagola testi in dialetto colmi di ironia e doppi sensi. Mi viene da pensare che queste strofe di cui nessuno ha saputo darmi l’esatta provenienza, siano la testimonianza della contaminazione musicale da parte di livelli sociali differenti come il popolo e la corte. Si ha la netta sensazione che nel tempo l’uno abbia attinto dall’altro, assestando lo stile bagosso ad una dimensione peculiare dove i termini usati comunemente per indicare “tradizione” e “popolare”, perdono qui il loro significato e non sono in grado di stabilirsi in canoni temporali. Lorenzo, forse il componente più tradizionalista del gruppo, si lamenta un po’ di questa attitudine e preferirebbe si restasse nei canoni a lui insegnati dai nonni. Altri violinisti invece “tirano” per un’esecuzione più “libera”, creando forse in questa dualità di comportamento musicale il giusto equilibrio tra le due facce del carnevale bagosso. Si va a letto tardi, le mani sono segnate dalle corde in metallo, domani sarà il martedì grasso, l’ultimo giorno, il più atteso, quello nel quale dopo un simile rituale, il carnevale si congederà con l’Ariosa finale, uno spettacolo emozionante vissuto da tutto il popolo di Ponte Caffaro, dove ho visto parecchia gente piangere.

PIU' FOTO

Ringraziamenti: Compagnia Sunadùr e Balarì di Ponte Caffaro, la moglie del bassista, la signora Maria, il camping di Ponte Caffaro. 20090303

Qui sotto metto un pezzo del carnevale registrato in un’osteria dopo il rituale diurno. Si intitola Bosolù ed il testo dice: “La caren de galina l'é buna fés col pa e chèla dèle lgiale a tocala co le ma. Dighèl de sé dighèl de no sèra la porte stanghèl de fò. Dighèl de no dighèl de sé sèra la porte stanghèl de tré. Scampì scampì potele ch'èl ria 'l bordonàl el gà le breghe rote el mossa la canàl”

 
23-01-10

Nel video che segue, ho montato alcuni momenti della serata di sabato 23 gennaio presso il Laboratorio Culturale MATTA di Osimo (AN). Un grazie di cuore ai numerosi partecipanti che dopo lo spettacolo si sono esibiti in frenetiche danze dal mondo... ma soprattutto quelle della terra marchigiana

 

Quando l’amministrazione comunale di Alessandria del Carretto (CS) mi aveva telefonato per invitarmi a fare un mio video–show, la richiesta mi era parsa strana per come era stata formulata: "facciamo la festa del maiale e abbiamo pensato a te”.  “Grazie” risposi senza sapere se essere felice o no dell’associazione. Fatto sta che il 27 dicembre 09 dopo 20 ore di viaggio arrivai nel cuore della notte all’amato paesello cosentino accolto dagli amici alessandrini che avevo conosciuto qualche mese prima. (vedi: La madonna del carmine, La zampogna e lo sc'kantillo, il blog di alessandria del carretto)

La giornata seguente coniata con il titolo di “Pork Day” doveva svolgersi nel modo seguente: sveglia alle ore 7.00 per ammazzare il maiale, macellazione e cottura fino a sera intervallate da tarantelle e organettate, cena e festa in piazza e il mio spettacolo alla fine. Un bello sforzo per me che spero di non aver deluso nessuno.

 

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Devo ammettere che lo spettacolo della morte del maiale non è stato fra i più leggeri della mia vita. Mentre vedevo ammazzare quell’animale indifeso, molte erano le riflessioni che passavano per la mia testolina: la festa per l’uccisione del maiale.. la festa della morte. Strano a pensarlo e ancor di più a concepirlo. L’esaltazione del rituale della morte come sacrificio per produrre felicità a chi di quella morte se ne ciberà. Ma a volte la morte serve anche a questo: ad alimentare altre vite e la vita va festeggiata. Ad Alessandria del Carretto questa prassi non è mai cessata. Un tempo il maiale era la ricchezza di una famiglia e significava “non morire di fame”. Oggi se ne potrebbe benissimo fare a meno con l’abbondanza e l’alternativa alimentare, ma l’argomento è a mio avviso molto complicato e io mi occupo di musica..

Uno spettacolo del genere dovrebbero vederlo tutti quelli che si cibano di carne. È sicuramente una bella prova per chi è abituato a trovarsi la costicina impachettata al supermercato. Io il test l’ho passato, e non sono di certo diventato vegetariano, però ora, quando mangio della carne la gusto e la valorizzo di più, cercando di non sprecarla o gettarla, per rendere omaggio al malcapitato, sacrificato per gonfiare il mio stomaco.

PIU' FOTO QUI

La musica: lo strumento che si ascolta nella musica di sottofondo del video è un cup-cup, tamburo a frizione costruito con una canna inserita al centro di una pella tesa su un tamburo ottenuto con qualsiasi recipiente. Strumento usato generalmente in occasione dell'uccisione del maiale.

un ringraziamento a Michele di Hamburg che ha donato 1000 passi al cammino della musica

 

Musica come stimolo per l'apprendimento

Si fanno chiamare “Atropidi Sgattaiolati”: spiritelli magici abitanti l’interno dei tamburi che escono allo scoperto quando la membrana viene percossa. La loro musica è travolgente e riesce a far ballare il pubblico più annoiato, contagiandolo con il ritmo delle percussioni impazzite e un’ondata di allegria. Sembra una favola ma è realtà, e a farla vivere sono i ragazzi della Scuola Elementare “Filippo Raciti” di Palermo, i loro insegnanti e i loro genitori. Il laboratorio musicale ideato nel ‘96 dall’insegnante Daniele Schimmenti (percussionista), inizialmente composto da circa 30 bambini disabili e normodotati, è arrivato ad accogliere in un anno scolastico oltre 500 ragazzi della suddetta scuola pubblica di Borgo Nuovo, un quartiere “difficile” di Palermo. Borgo nuovo è un quartiere popolare in cui la condizione economica generalmente è molto bassa ma questo progetto contribuisce ad alzarne il livello culturale” afferma senza presunzione Daniele.
Gli obiettivi del progetto “Atropidi Sgattaiolati” sono molteplici: usare la musica come stimolo per l’apprendimento della lingua italiana, come aggregante sociale, come terapia a complicazioni psicologiche. “Mia figlia era molto timida, non dialogava con i suoi compagni; da quando è entrata nell’orchestra di percussioni è cambiata e ora vuole addirittura fare la solista“ mi racconta una mamma; un’altra dice: “l’ha tolto dalla strada e ora ha una nuova prospettiva di vita, noi genitori li seguiamo dappertutto e diamo una mano per l’organizzazione del laboratorio, ora c’è più dialogo e condivisione tra noi e i ragazzi”.
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L’apprendimento della tecnica musicale prende spunto dal metodo di “ritmica integrale” coniato da Laura Bassi, basato sulla possibilità di eseguire parti ritmiche attraverso la suddivisione in sillabe di singole parole o intere frasi. Con questo metodo anche i ragazzi più restii sono stimolati ad affrontare lo studio della lingua italiana per far parte dell’orchestra. Non puoi pretendere di suonare con gli Atropidi se non sai come si scrive e si legge “man-gia-ti la pa-sta” che nel tamburo si tradurrà “ta-ta-ta-ta-tà-ta”. Questo metodo apparentemente elementare è in grado di sviluppare, almeno negli Atropidi Sgattaiolati, una sorprendente tecnica esecutiva e una musicalità che ha dell’incredibile. Il gruppo si esibisce con circa 40 elementi che percuotono, cantano e ballano simultaneamente dando però spazio a solisti dalle voci squillanti e dalle abili mani. Il progetto alimentato dal sacrificio dei suoi creatori, andrebbe sicuramente più valorizzato e supportato.
 
Quello che succede in questa scuola pubblica di Palermo è analogo ad altri progetti che avevo documentato in America Latina durante la prima edizione del cammino della musica (vedi FESNOJIV il miracolo della musicaBelo Horizonte, bela musica). Casi di questo genere penso facciano riflettere molto sul potenziale terapeutico e sociale oltre che artistico che può esercitare la musica su una comunità. Guardo le espressioni di questi ragazzi mentre si esibiscono, e non posso fare altro che pensare ad un miracolo; la musica interpretata da queste espressioni acquista una forza che non avevo mai percepito prima e l'emozione è veramente forte. Il miracolo di questa entità, di questo sublime linguaggio, di questa espressione di energia che è la musica.
Andrea Zuin
Per avere informazioni sugli “Atropidi Sgattaiolati” e sui loro concerti scrivi a Daniele Schimmenti: martilupero@yahoo.it
 
QUESTO REPORTAGE LO TROVI SUL NUMERO DI GENNAIO DE IL GIORNALE DELLA MUSICA
 
IL 21 OTTOBRE 2009 E’ STATA TRASMESSA UNA ESIBIZIONE DEGLI ATROPIDI IN DIRETTA SU C6.TV
 
 
Ringraziamenti: Daniele Schimmenti e tutto lo staff del progetto, il preside dell’Istituto Filippo Raciti Diego di Caro, gli atropidi genitori, gli Atropidi Sgattaiolati tutti.

Un Ringraziamento a Emanuela B. da Milano che ha donato 1100 passi al Cammino della Musica  VISITA IL SUO BLOG 

 

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