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Reportage LOMBARDIA: Le due facce del Carnevale Bagosso

Il carnevale della Valle del Caffaro

È ormai sera quando il camper si sbarazza vittorioso delle ripide salite delle montagne trentine per arrivare all’estremità nord-orientale delle Alpi lombarde. Attraverso il ponte che segna il confine tra le due regioni, subito losche figure coperte da mantelli e cappelli neri sgattaiolano dappertutto in segno di fervida eccitazione. Sono i màscher vestiti con il tradizionale ceviöl. C’è il rischio che aprano la porta del camper per gettarmi addosso una manciata di coriandoli, poco male, cinquant’anni fa si sarebbe trattato di un secchio di pesci morti...

Mi trovo a Ponte Caffaro in provincia di Brescia (Lombardia), in questa valle si celebra da tempi antichissimi uno dei carnevali più caratteristici delle Alpi italiane, il carnevale bagosso. Il mio contatto si chiama Gigi Bonomelli, virtuoso violinista della "Compagnia dei sonadùr", i principali animatori di questo carnevale. Mi dicono che è in giro per la città a suonare nei bar, lo cerco ma tutti mi dicono la stessa cosa “è appena andato via”; o qui si chiamano tutti Gigi e suonano il violino, o Gigi è velocissimo e quanto meno indeciso. Lo troverò solo più tardi in una osteria assieme a tutti i suoi compagni musici.

Il carnevale bagosso si svolge principalmente nei giorni di lunedì e martedì grasso, ma i musicisti hanno già cominciato a far sentire le note della festa dal primo giovedì dopo l’Epifania. In questi due giorni finali però c’è lo spettacolo coreutico dei balarì, un corpo di ballo formato da circa 50 componenti che indossano il raffinato e prezioso costume del rituale: caratteristica di spicco di quest’abito è il cappello, confezionato con metri di seta pregiata e adornato con l’oro della famiglia del ballerino. Si parte all’alba del lunedì dalla chiesa di S. Giacomo con una messa dedicata agli interpreti del carnevale, poi comincia il corteo che seguirà per due giorni interi e che consiste nell’andare ad esibirsi nella casa d’ogni ballerino, di altre persone di rilievo pubblico o di chi ha in qualche modo contribuito alla realizzazione del carnevale. Lorenzo Pelizzari, uno dei violinisti più attivi del gruppo, mi racconta che un tempo i balli erano richiesti su commissione e pagati profumatamente, mentre oggi questo sistema economico è in disuso e la famiglia alla quale è dedicato il ballo offre un banchetto che si consuma alla fine dei tre pezzi a lei dedicati.

Fa molto freddo, il cielo è cupo e l’aria nebbiosa. I colori dei balarì creano un forte impatto cromatico fin paradossale con l’ambiente circostante. Le mani dei musicisti sono congelate e mi chiedo come possano resistere per una giornata intera; i ballerini almeno hanno tutto il corpo avvolto da spessi panni, eleganti guanti bianchi e maschere in gesso e carta, inoltre ballando scacciano il freddo; i musici si riscaldano con il loro amore per il carnevale. Lo spettacolo, pur replicato per due giorni è sempre emozionante e di alto livello; il repertorio è composto da 24 danze ricche di complicate coreografie che portano con sé antiche simbologie di sfide, corteggiamenti, atti erotici, balli di corte. È necessario perciò un lungo periodo di prove prima del carnevale. L’alternanza delle danze è stabilita dal “capo ballerino" che a differenza degli altri è l’unico che ha il volto scoperto ed usa una tromba a corno per radunare il gruppo e richiamare all’ordine. Sicuramente nell’attività del corpo di ballo ci sono elementi militareschi. Alle donne non è permesso ballare e agli uomini solo dopo il compimento del quattordicesimo anno d’età; un altro corpo di ballo formato da donne e bambini tuttavia esiste, ma non si esibisce mai in questi due giorni.

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Le musiche dei violini bagossi sono tramandate oralmente di generazione in generazione e creano uno dei più importanti repertori del violino popolare italiano: lo stesso Lorenzo mi spiega che probabilmente prima della comparsa del violino (intorno al ‘500), questi brani erano interpretati con strumenti a fiato.

Quando arriva l’imbrunire e l’aria si raffredda ulteriormente si decide di esibirsi di fronte all’ultima famiglia prima di ritirarsi per il meritato riposo. Io ho i piedi e le gambe che mi fan male, si è camminato molto, alcune abitazioni erano anche distanti dal centro e non riesco a credere che i balarì siano riusciti a danzare per tutto il giorno. Nonostante la fatica c’è ancora molta energia tra i partecipanti del carnevale e dopo un’oretta di pausa ci si dà appuntamento per la consueta cena in una delle osterie vicine. Contro ogni ragionata previsione i musicisti portano con sé gli strumenti e dopo il banchetto si ricomincerà a suonare. Comincia così l’altra faccia del carnevale bagosso: il rigore e l’attenzione per i balarì, dimostrata durante il corteo diurno, si trasformano ora in una spontanea spensieratezza musicale che riveste i pezzi di una nuova energia travolgente. I brani sono gli stessi, ma le utenze sono diverse e i violinisti sembrano dimenticare fioriture e abbellimenti per abbandonarsi ad una musica ruvida suonata per il popolo di Ponte Caffaro. Anche i balarì ora in “borghese”, mettono da parte l’eleganza del rituale diurno per cantare a squarciagola testi in dialetto colmi di ironia e doppi sensi. Mi viene da pensare che queste strofe di cui nessuno ha saputo darmi l’esatta provenienza, siano la testimonianza della contaminazione musicale da parte di livelli sociali differenti come il popolo e la corte. Si ha la netta sensazione che nel tempo l’uno abbia attinto dall’altro, assestando lo stile bagosso ad una dimensione peculiare dove i termini usati comunemente per indicare “tradizione” e “popolare”, perdono qui il loro significato e non sono in grado di stabilirsi in canoni temporali. Lorenzo, forse il componente più tradizionalista del gruppo, si lamenta un po’ di questa attitudine e preferirebbe si restasse nei canoni a lui insegnati dai nonni. Altri violinisti invece “tirano” per un’esecuzione più “libera”, creando forse in questa dualità di comportamento musicale il giusto equilibrio tra le due facce del carnevale bagosso. Si va a letto tardi, le mani sono segnate dalle corde in metallo, domani sarà il martedì grasso, l’ultimo giorno, il più atteso, quello nel quale dopo un simile rituale, il carnevale si congederà con l’Ariosa finale, uno spettacolo emozionante vissuto da tutto il popolo di Ponte Caffaro, dove ho visto parecchia gente piangere.

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Ringraziamenti: Compagnia Sunadùr e Balarì di Ponte Caffaro, la moglie del bassista, la signora Maria, il camping di Ponte Caffaro. 20090303

Qui sotto metto un pezzo del carnevale registrato in un’osteria dopo il rituale diurno. Si intitola Bosolù ed il testo dice: “La caren de galina l'é buna fés col pa e chèla dèle lgiale a tocala co le ma. Dighèl de sé dighèl de no sèra la porte stanghèl de fò. Dighèl de no dighèl de sé sèra la porte stanghèl de tré. Scampì scampì potele ch'èl ria 'l bordonàl el gà le breghe rote el mossa la canàl”

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