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Reportage BRASILE: Marajó, Carimbó, Timbó - AUDIO -

16-08-2007
Sono arrivato a Belem al mattino presto, ho telefonato al contatto che avevo, ma avrei dovuto aspettare diverse ore prima di poterlo incontrare. Poco male! Una delle attrazioni principali della città capitale del Pará è il suo mercato Vero Peso, conosciuto come il miglior mercato del Brasile. Al mattino arrivano al porto i battelli carichi di pesci dai nomi e dalle forme stranissimi e centinaia di facchini portano diverse casse in equilibrio sulla testa. Uno spettacolo unico. Una immensa distesa di bancherelle dove è possibile trovare di tutto, addirittura amuleti afro brasiliani e filtri d´amore. Poi lo spazio dedicato alla gastronomia amazzonica. Qui tutto ha un sapore ed un nome esotico e la varietà di frutti colorati e tropicali provenienti dall´Amazzonia è vastissima. Belem sembra essere la città sulla quale il Rio delle Amazzoni scarica tutta l´energia, i colori, i profumi e i misteri della foresta più famosa al mondo, prima di diventare acqua salata.
Stanco delle grandi città, del rumore, del traffico, della folla, dello smog, ho deciso di prendermi dei giorni liberi (anche dal progetto) per ritirarmi in un posto aperto e distante da tutto.
Ho lasciato così la grande Belem per visitare la Ilha di Marajó, un immenso pezzo di terra grande come più paesi d´Europa ma con solo 90.000 abitanti sparsi in un territorio selvaggio e ancora vergine. L´isola bagnata dal Rio Pará, il Rio delle Mazzoni e dall´Oceano Atlantico è un vero paradiso terrestre. L´amico Arthur (il contatto diretto di Belem) mi consiglia di visitare la città di Cachueira do Arari, situata nel bel mezzo dell´isola. Io mi fido, e dopo un´ora di bus, tre ore di barca e due ore e mezzo di jeep arrivo, tra incredibili paesaggi popolati da mandrie di bufali, nel bel paesino. La città è formata da case in legno costruite su palafitte. Nell´isola di Marajó infatti piove per sei mesi all´anno ed il paesaggio estrememante secco che ho incontrato io, si trasforma in una immensa palude. In inverno gli abitanti di Cachueira si muovono in minuscole imbarcazioni.
Oltre al suo incredibile fascino, il paesino possiede un bellissimo museo interattivo http://www.museudomarajo.com.br/ "É il primo museo al mondo dove per conoscere qualcosa è necessario toccarlo" mi spiega il direttore Antonio Smith. Il museo è stato fondato da un connazionale italiano, Giovanni Gallo, un gesuita che dopo aver fatto missioni in moltissime zone del mondo si è sistemato proprio qui a Cachueira. Purtroppo è mancato quattro anni fa. La sua tomba è situata qui dietro al museo. Non basta una giornata per visitare il museo, dove sono custoditi reperti e segreti degli indios marajensi e della fauna e flora locali. Per scoprirli bisogna azionare ingegniosi meccanismi in legno, aprire porticine di bacheche, leggere aneddoti e curiosità su targhe in legno che piovono dal soffitto... davvero divertente. Conoscere il direttore è stata una vera fortuna: oltre ad avermi fatto da cicerone mi ha dato un passaggio per Salvaterra (città attrezzata turisticamente). Cachueira infatti non è attrezzata per l´ospitalità dei visitatori, non ha mezzi di trasporto (arrivarci è stato complicato e non c´era modo di tornare indietro) sembra essere abbandonata a se stessa. Un vero peccato perché una città cosí affascinante con un museo così particolare, andrebbe senza dubbio valorizzata.
Parlo ad Antonio e ad altre persone del progetto; in poco tempo la voce si sparge e poco prima di partire per Salvaterra appare Miquéios, presidente del gruppo di folclore di Cachueira, e mi invita a visitare il gruppo. Il giorno dopo mi alzo così di buon ora, nolleggio una moto, dimentico le belle spiagge di Marajó, e corro su due ruote per le strade rosse che portano al Carimbó di Cachueira. Un viaggio incredibile su 100 km di strada rossa che taglia una interminabile prateria di erba e acqua con bufali ruminanti che guardano diffidanti il mio avanzare.
 
Arrivo a Cachueira in tre ore e ad attendermi c´è Miquéios. Andiamo a pranzare in un ristorante che è la casa di una signora simpaticissima. Le chiedo se posso lavarmi le mani, ma lei mi risponde che l´acqua qui arriva al rubinetto solo tre volte al giorno per due ore e che adesso non è orario di acqua! Le chiedo se è nata Cachueira e se le piace vivere qui. Senza nessuna traccia di dubbio mi risponde che qui sta bene e le piace. Mangiamo maniçoba, la cosa più strana che mi sia capitato di mangiare: è una zuppa fatta con diversi tipi di carne cucinati assieme ad una erba (mani), che deve cuocere per una settimana intera, altrimenti sprigiona un potente veleno; poi uno strano pesce di fiume, del quale non ricordo il nome, con delle squame molto grosse e la carne gialla; poi Açai, una semibevanda dal colore viola quasi nero che deriva da un frutto amazzonico (açai) grande come una ciliegia: dal gusto indescrivibile, si beve/mangia mischiato con dello zucchero o della farina di manioca, o al naturale con dei gamberetti essicati al sole con il sale. Qui si trova dappertutto e io ormai non riesco più a farne a meno. 
Durante lo strano quanto gustoso pasto arriva Antonio Carlos Madureura, un maestro di carimbó e musica regionale. É nato qui a Cachoeira, da 30 anni è impegnato in progetti culturali, è compositore e autore. Facciamo una passeggiata e Miquéios mi porta a fotografare gli angoli più suggestivi della città, raccontandomi un po' della vita invernale: tutto quello che sto vedendo e la terra dove sto camminando, tra qualche mese saranno sommersi dall´acqua del Rio, che crescerà alimentato dalle pioggie interrotte. Carlos mi racconta che agli indigeni piaceva paragonare l´isola di Marajó a una tartaruga che per un periodo sta immersa nell´oceano e un altro emerge per prendere un po´ di sole. Io osservo in silenzio e provo ad immaginare una vita in questi posti lontani da ogni mia abitudine e lontani dallo stesso Brasile che ho visitato fin ora. 
 
Alle tre è stato fissato un ensajo (prova) con il gruppo folklorico. Si farà in una baracca di legno con dentro una signora che cuce a macchina. Cominciano ad arrivare i componenti del gruppo. Sono tutti bambini con occhi scurissimi e sorrisi bianchissimi. Non sono per nulla timidi e si divertono a farsi scattare foto e poi a ridere della propria immagine ritratta sul display della mia macchinetta fotografica, che temo non durerà ancora molto.
Due ragazzi siedono sugli abatoques o carimbó, gli strumenti tipici ed essenziali del genere carimbó. Sono due grossi tamburi di dimensioni diverse, di origine africana costruiti su due tronchi svuotati e chiusi con una pezza di cuoio. Nel piano superiore della casupola c´è un vero deposito di costumi tipici dell´isola. In breve tempo il gruppo è pronto per la esibizione e per ... la sfilata. Se prima di vestirsi i ragazzi si divertivano a farsi immortalare dall´obiettivo fotografico, figuriamoci adesso. Parte la musica sotto la direzione della voce del maestro Carlos Madureira, che canta pezzi propri e tradizionali dell´isola di Marajó, spiegandomi prima e dopo significato e senso del testo. Oltre ai musicisti, il corpo di ballo scatenato esegue delle coreografie elaborate da Miquéios molto suggestive. Pur essendo molto giovani i ballerini sono davvero molto bravi.
 
Sinceramente non mi sarei mai aspettato uno spettacolo così vivace fatto solo per l´occasione della mia visita. Purtroppo era da molto tempo che poter documentare la musica ed il ballo tradizionali risultava molto difficile per le ragioni che ho spiegato nel post precedente (vedi post Bumba me Boi). Carlos mi dice che per lui quello che sto facendo è una forma di divulgazione e promozione dell sua arte, perciò è ben contento di farlo. Miquéios mi dice che il suo gruppo folcorico formato nel 2006  ha l´obiettivo di "Mostrare la cultura marajoara che è la´attrazione principale di Cachueria do Arari"
Durante lo spettacolo, fuori cade un diluvio ed io temo di dover mettere dei salvagenti al posto delle ruote della mia moto. Fortunatamente dura pochi minuti ed il temporale si lascia alle spalle una luce ed un cielo che rendono ancora più magico questo posto lunare.  
Il pezzo che metto qui sotto è un Carimbó intitolato Timbó, di Antonio Carlos Madureira.
Il Carimbó è un genere che ha origini indigene, africane e portoghesi. Il termine carimbó deriva dall´idioma indigeno TupinambáCuri (legno) e m´bó (scavato) che era il nome di due tamburi. L´ossatura di questo genere sembra essere perciò indigena. Con l´avvento della colonizzazione il carimbó cominciò ad assorbire influenze delle culture africane e portoghesi. I due strumenti principali e basici del Carimbó arrivano infatti dall´Africa, sono gli abatoque che ho descritto sopra. L´influenza portoghese invece si può ritrovare nella danza, che presenta alcuni movimenti simili ad altre danze tipicamenti portoghesi
Il brano è qui suonato con abatoques, maracas e ganzá. Solitamente sono anche altri gli strumenti di base del carimbó, ossia benjo, pandeiro e flauto. La danza (molto affascinate) è di coppia, e usa costumi dei quali colori e tagli variano a seconda della località. Oggi sono stati introdotti anche strumenti moderni ed elettrici, e il carimbó ha risentito delle influenze di generi come merenghe, cumbia, calipso... perdendo così la sua matrice originale.  
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