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Reportage VENEZUELA: Indigeni Kariņa, Mare Mare -VIDEO -

24-12-2007
Da Barquisimeto ho fatto ritorno all'Estado Bolivar de Venezuela, facendo spola tra Ciudad Bolivar (vedi post: Guasa y parapara) e Puerto Ordaz (vedi post: Venezuela e...già Caraibi? ),   per salutare e ringraziare amici e patrocinatori prima di dirigermi a Caracas, terminare così il cammino e tornare a Buenos Aires per concludere il progetto.
Non potevo però lasciare il Venezuela senza prima aver visitato una fra le numerose comunità indigene presenti nella zona meridionale del paese. Il Venezuela è uno dei paesi latino americani che vanta una maggior concentrazione di etnie indigene, che vengono protette e valorizzate tramite piani educativi nelle scuole e iniziative di divulgazione e mantenimento delle loro culture.
L'assessorato alla cultura del "Gobierno del Estado Bolivar" mi invita così a visitare la comunità "Mata de Tapaquire" dell'etnia Kariņa, situata a metà strada tra Ciudad Bolivar e Caicara del Orinoco.
Mi avvertono che la comunità è molto "civilizzata" (si dice così) e che non avrò bisogno di portarmi via molto equipaggiamento perchè nella aldeia c'è tutto il necessario. Parto dalla stazione di Ciudad Bolivar al mattino presto per arrivare dopo tre ore di strada ad un incrocio chiamato "Cruze del Remanze", dove avrei dovuto incontrare il quesique della comunità per abbandonare la strada maestra e proseguire per una strada sterrata con una jeep. Purtroppo il bus viene fermato a dei posti di blocco dell'esercito venezuelano per dei controlli, facendomi così perdere molto tempo e quando sono arrivato alla Cruze il quesique, probabilmente credendo che non sarei più arrivato, se n'era già andato. In breve tempo ottengo così un passaggio da due gentili signori che avevano un terreno proprio vicino alla aldeia. Mi lascio così alle spalle la città per addentrarmi nella selva venezuelana.
Arrivato in prossimità della comunità devo ammettere che sono rimasto un po' deluso: le capanne in paglia che avevo sempre visto nelle foto esposte nella biblioteca di Ciudad Bolivar, erano state da tempo sostituite con delle casupole in cemento, piccole e sistemate ad intervalli regolari una dall'altra. Gli indios vestivano indumenti moderni ed il quesique Pedro mi si presentò con un bel paio di occhiali Ray ban..
Rispetto agli altri incontri che ho fatto durante il viaggio con comunità indigene (vedi post: Tekoa Koenjn Il cuore della musica  e Amazzonia... e gli indios? ) questa è stata sicuramente quella che si avvicinava di più ad uno stile di vita del tutto occidentale.
Poco male, la comunità "Mata de Tapaquire", costituita nel 1783, conserva ancora gelosamente alcuni antichi rituali, musiche e usanze indigene. Conosco Karina, una indigena molto graziosa e simpatica, estroversa e aperta al confronto, che mi porta a spasso per la proprietà della comunità facendomi vedere i campi dove si coltiva la mandioca e i laboratori dove si prepara una specie di focaccia quasi senza sapore usata al posto del pane.
Per la sera il quesique ha organizzato una specie di festa per il mio benvenuto e così Karina, dopo un po', mi lascia per andare a prepararsi e radunare il corpo di ballo. Lei infatti nella comunità fa l'educatrice e insegna ai bambini le antiche tradizioni della sua etnia e i canti e i balli.
Si tratta del Mare Mare, un genere che arriva dai lontani parenti di questa comunità ora interpretato anche con strumenti moderni come il Cuatro e la Bandola un tempo suonato con percussioni e flauti in legno. Il ballo invece pare sia rimasto immutato e tramandato nel tempo.
L'esibizione inizia dopo una riunione della comunità intera nella quale Pedro espone i piani economico-sociali dell'immediato futuro. Poi mi presenta alla comunità intera e mi fa spiegare alla folla il motivo della mia visita (tutti parlano e conoscono lo spagnolo); poi si dà il via alle danze. Purtroppo la scarsissima illuminazione della capanna dove si è svolta la festa non mi ha permesso di documentare bene questo momento, ma il ballo del Mare Mare è un ballo di gruppo in cui passi sincronizzati e piuttosto semplici creano dei cerchi, delle righe e delle file tra i partecipanti.
La festa viene improvvisamente spezzata dall'arrivo di una vera e propria tempesta che ha lasciato il villaggio al buio per diverse ore. Io vado a ripararmi nella casa del quesique con tutta la sua famiglia che già sta dormendo in comode amache. Parliamo un po' così della situazione della comunità e di lui. A differenza delle altre esperienze con i quesiques delle comunità che ho incontrato, Pedro si apre subito ad un dialogo confidenziale e intimo. Mi confessa di essere preoccupato per il futuro della comunità, sempre più preda della "civilizzazione moderna" che spesso, pur favorendo l'inserimento dei giovani nel settore lavorativo e culturale moderno, finisce per indebolire le antiche tradizioni dell'etnia e quindi la sua già instabile identità. Poi Pedro mi dice che solo una piccola percentuale degli abitanti della comunità conosce e parla l'antico idioma Kariņa, e si tratta dalla generazione più vecchia e di quella più giovane. Infatti per molti anni l'idioma non è più stato usato, sostituito dallo spagnolo, e così la generazione di mezzo lo ha dimenticato. Oggi grazie a piani educativi proposti e gestiti dallo stesso Pedro, ai più piccoli viene insegnato il Kariņa e la cultura tradizionale dell'omonima etnia. Pedro ha studiato all'università, da laureato ha ricevuto numerose proposte per impieghi importanti nella città, ma lui ha deciso di dedicare la sua vita ed il suo intelletto alla sua piccola comunità "Mata de tapaquire" per preservare i nobili valori e le tradizioni che i suoi genitori e i suoi antenati gli hanno insegnato. Pedro mi parla anche dell'importanza di "dover stare al passo con i tempi" e quindi di istruirsi, conoscere la tecnologia moderna, le tecniche di agricoltura ed economia ecc. "Si può benissimo restare indio assumendo uno stile di vita moderno, l'importante è non dimenticare di essere indio". Mi dice anche che Mare Mare in Kariņa significa "Va e vieni"
 
Il mattino dopo, come piace a me, vado dai vecchi del villaggio a chiedergli di suonarmi e raccontarmi qualcosa: ne incontro uno che suona il cuatro, uno con la mandola e una simpaticissima vecchietta con la faccia stropicciata che canta le canzoni che le cantava sua mamma in Kariņa. E' visibilmente emozionata quando canta e le tremano le mani (forse la mia telecamera l'ha intimidita. Quanto odio questi momenti). Più avanti però penso si sia emozionata al ricordo di sua mamma.  

 

Nel video qui sopra, la donna sta improvvisando un testo in Kariņa che parla proprio della perdita della tradizione e dell'estinzione della comunità; usa il corpo e fa dei gesti molto significativi durante l'esibizione, sembra ricordarsi i tempi lontani di quando la comunità era davvero unita e con una identità ben salda. I musici mi dicono che dopo di loro probabilmente nessuno più canterà queste canzoni perchè nella comunità nessuno sa suonare il cuatro o la bandola, o cantare, e sembra che nessuno abbia voglia di imparare. L'esperienza in questa aldeia non è stata sicuramente così "esotica" come le precedenti, ma grazie a questo alto livello di "civilizzazione" che in altre parole significa "apertura", ho potuto capire meglio molti aspetti che le altre comunità non mi avevano mostrato. 


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