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Reportage FRIULI: Carnevale resiano, il carnevale dell'anima

Resia e la sua tradizione

edizione 2009
Ho fatto 350 km tutti d’un fiato per tornare in Friuli ed arrivare in tempo al carnevale resiano. Riesco appena a parcheggiare il camper a Spilimbergo e subito Andrea del Favero (vedi post: Musica friulana) passa a prendermi per correre a Resia. In breve ci lasciamo alle spalle il “Friuli italiano” e improvvisamente, incantati dal paesaggio circostante, entriamo nella valle resiana che sembra essere distante mille miglia da casa.
 
Giunti a San Giorgio di Resia, sbucano da ogni parte strani fantocci colorati, sistemati in diverse posizioni. Ce ne sono due che “si amano” davanti alla chiesetta del paesino (vedi sezione "foto"). Sono i “babaz”, protagonisti inanimati del carnevale resiano; uno di loro tra poche ore finirà sul rogo, maltrattato, percosso e insultato dalla foga del popolo.  
 
Intorno c’è un silenzio totale, nessuno per strada, nessun segno di festa; apriamo le porte dell’unica osteria nei dintorni e ci sovrasta un’ondata di grida e parole incomprensibili che spezza con decisione la pace esteriore; Andrea mi fa un cenno con gli occhi e mi dice: “Si comincia”; sullo sfondo degli strumenti a corda strillano al ritmo di piedi sbattuti per terra. È la tipica musica resiana suonata con un violino chiamato cïtira con corde tirate ai limiti della sopportazione; un basso chiamato Bünkula, simile ad un violoncello, con due corde metalliche ed una in fibra animale; il terzo strumento sono i piedi, il cui battito accompagna tutta la musica. I suonatori di cïtira li alternano usando quello sinistro per la parte acuta del pezzo, quello destro per la parte bassa. La Bünkula è suonata a corde vuote e la mano sinistra viene usata solo per roteare lo strumento in modo da far combaciare le corde con l’archetto; una pazzia di musica, bellissima. 
 
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È ipnotica, incalzante, frenetica, apparentemente sempre uguale, ma ascoltandola bene ci si accorge che la melodia d’ogni pezzo, che gioca su uno schema di soli due accordi, è differente, e i musicisti che l’hanno appresa “ad orecchio” la sanno distinguere con nomi ben precisi. Il fatto che non sia scritta o che comunque si tramandi a memoria, fa sì che questa musica sia in continua evoluzione e che se ne crei sempre di nuova. Alcune trascrizioni dell’800 e varie registrazioni del ’50 e ’60, sono completamente diverse da quello che si ascolta oggi, segno che a Resia la tradizione è adesso! Il ballo invece è sempre identico, semplice e minimale, dove la coppia non si tocca mai a dimostrazione che si tratta di una danza molto antica.
Il carnevale resiano si conclude oggi, mercoledì delle ceneri, dopo un periodo di festa iniziato molti giorni prima, attraversando la domenica con la sfilata delle lipe bile maškire (belle maschere bianche) e le pazzie del martedì grasso. Domani, l’inizio del periodo di quaresima segnerà la fine dei bagordi e anche delle musiche. 
Mi siedo ad un tavolo con due vecchi che bevono del vino e che tra di loro parlano in resiano, un dialetto di matrice slovena a me incomprensibile. Mi dicono che un tempo il carnevale era una grande festa alla quale si dedicava un periodo molto largo: quando Resia contava ancora 4000 abitanti si faceva baccano sul serio. Ora che di abitanti ce ne sono poco più di 1000 e i giovani se ne vanno per trovare lavoro, il carnevale ha perso energia”. Uno di loro mi dice che sono arrivato tardi; io comunque sono soddisfatto perché a giudicare da quello che vedo, dai giovani che suonano e ballano e dall’energia che gira intorno direi che ci si può benissimo accontentare.
Cala la notte e alcune urla attirano l’attenzione. Il babaz seduto sul water e posto come trofeo all’estremità della stanza, viene trascinato fuori e malmenato dal popolo. Comincia così la processione che lo condurrà al centro della piazza per darlo alle fiamme. Un corteo di musicisti e maschere di ogni tipo, prive di qualsiasi logica e realizzate con pezzi di stracci e accessori aggiustati l’uno all’altro, accompagnano le urla per le strade del paese, colme di gente bramosa di appiccare il fuoco. Il rituale prevederebbe una sorta di funerale al povero babaz predestinato, che ora sembra quasi mostrare dietro la sua faccia di paglia, un’anima in pena che non può far altro che sorridere. Il popolo resiano si raduna intorno a lui, alcune parole dette sotto voce e per i pochi intimi più vicini al patibolo, poi le fiamme si alzano al cielo. Il popolo inneggia trionfante e cominciano le danze.
I pochi forestieri di quella sera se ne stavano intorno al fuoco cercando di decifrare i codici ameni di questo carnevale. Nulla a che vedere con il sofisticato carnevale di Venezia o quello di Bagolino (vedi post: Le due facce del carnevale bagosso), questo è il carnevale del popolo che si manifesta in tutta la sua anima dannatamente spontanea e priva di mezzi termini. Se si riesce a “buttarsi dentro” e a lasciarsi andare, il divertimento è assicurato e il popolo resiano, apparentemente chiuso ed isolato, è pronto a rendere tutti partecipi della sua cultura; direi che è proprio questa chiusura nei secoli che rende il carattere resiano così spontaneo e sopra le righe. Al resiano non importa tanto della presenza del turista, ma se c’è, ben venga.

Gigino di Biasio (vedi filmato), è il titolare dell’osteria dove mi trovo, “Alla speranza”. Lui e la sua osteria sono il fulcro del carnevale resiano. Mi racconta che ha fatto un periodo fuori dalla sua terra, ma poi è tornato: ” puoi andare dove vuoi, ma il sangue ti riporta sempre a casa”. In paese dicono che se non ci fosse lui, il carnevale e la cultura resiana in generale sarebbero già persi da tempo, ma lui è ben conscio che "ogni resiano porta in sé la cultura e la millenaria storia del microcosmo della Comunità slava, e chi ne ha maggior coscienza  ha solo maggiori responsabilità". Grazie ad alcuni giorni passati assieme a Gigino sono riuscito a capire gli aspetti più peculiari e le problematiche emergenti di questa Comunità. Dice che per la musica ed il ballo non si corrono più grossi rischi di estinzione; i giovani amano e si identificano con questa tendenza. Personalmente penso che la musica resiana sia molto “giovanile” grazie al suo “martellamento” reiterato e schematico crea attrazione e alla lunga “trance” (come la pizzica per capirsi). L’elemento fondante della Minoranza resiana in pericolo però sembra essere la lingua resiana che come dice Gigino “è parte determinante delle tre peculiarità della minoranza resiana: la lingua, la musica e il ballo”.

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Ringraziamenti: Gigino di Biasio (filmato), Andrea del Favero, Giulio Venier, Marisa Scuntaro   

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08/09/2010 @ 13.20.14
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